Verso una professionalità crescente del Terzo Settore. Anche di noi fundraiser?

Lo scorso 11 aprile, in occasione dell’evento “Quando il Welfare è Territoriale. Nuove sinergie tra Imprese, Terzo Settore e Pubblica”, Orump, l’Osservatorio sulle Risorse Umane nel Nonprofit, ha presentato i dati della 4a INDAGINE SULLE PRASSI GESTIONALI E RETRIBUTIVE, rilevazione voluta e promossa da Fondazione Sodalitas in collaborazione con Hay Group. L’indagine ha coinvolto 126 Organizzazioni del Terzo Settore che impiegano complessivamente circa 20mila lavoratori retribuiti:

  • 44 tra Associazioni e Fondazioni,
  • 36 Organizzazioni Non Governative (ONG),
  • 25 Cooperative Sociali,
  • 21 tra Consorzi e Associazioni di 2° e 3° livello.

Il numero, pur poco rappresentativo all’apparenza, racchiude contrariamente ONP che hanno un raggio d’azione con un’importante presenza a livello internazionale pari al 38%. Quanto emerge può essere a ragione considerato la rappresentazione del trattamento medio nell’Italia del Terzo Settore. Ecco la sintesi dei risultati:

  • PIÙ PROFESSIONISTI E MENO VOLONTARI: un Terzo Settore che si sta gradualmente professionalizzando. Rispetto al 2006 emerge che negli organici cresce la componente rappresentata dai lavoratori dipendenti (39% nel 2011 contro il 15% nel 2006) mentre diminuisce l’incidenza dei volontari (36% nel 2011 contro il 65% nel 2006).
  • MAGGIORE EQUILIBRIO UOMINI-DONNE: i primi sono oggi il 41% (erano il 23% nel 2006) mentre le donne sono il 59% (contro il 77% nel 2006).
  • IN CRESCITA L’OCCUPAZIONE STABILE: quasi triplicata l’incidenza dei lavoratori dipendenti (dal 15% al 39%) rispetto a quella dei lavoratori retribuiti non dipendenti (dal 13% al 24%).
  • IL GAP RETRIBUTIVO CON IL PROFIT SI RIDUCE MA RIMANE ACCENTUATO: a parità di ruolo, un dirigente del Profit guadagna in media il 61% in più rispetto a un dirigente del nonprofit (era il 140% nel 2006); un quadro il 32% in più rispetto al 49% del 2006); un impiegati in media il 25%-30% in più rispetto al nonprofit.
  • I TOP MANAGER DEL NONPROFIT GUADAGNANO UN TERZO RISPETTO AI COLLEGHI DEL PROFIT.
  • ELEVATO IL TURNOVER: dato in crescita. Ogni anno entrano in organico 1 dipendente nuovo su 3 (32%) e 4 lavoratori non dipendenti su 10 (39%).
  • IL CONFRONTO CON GLI ALTRI PAESI: il Terzo Settore italiano perde il confronto con le grandi charity del Regno Unito e degli Stati Uniti dove il nonprofit riconosce retribuzioni allineate con le aziende profit.

Il gap rimane ancora alto nonostante le distanze si stiano accorciando. E’ verosimile che, andando così le cose, nell’arco di 10 anni le differenze saranno pari a 0. Mentre è altrettanto verosimile che forse ci vorrà più tempo per allineare le retribuzioni dei top manager.

Nonostante ciò, la strada è segnata. Evviva!

C’è un aspetto che trovo interessante: l’accettazione tacita che occuparsi di sociale sia, per certi versi, considerato un privilegio e che influisca benevolmente sulla qualità della vita. Una maggiore qualità della vità è considerato benefit ad alto valore aggiunto: in qualità di benefit, parte della retribuzione. Come a dire: parte dello stipendio è dato dal valore intangibile della causa per cui lavori. E’ un privilegio. Ma considero un privilegio poter fare il lavoro che ti piace, con passione e soddisfazione. Qualunque sia. E questo aspetto non necessariamente deve influire sulla retribuzione.

E noi fundraiser? Durante l’ultima assemblea ASSIF, Associazione Italiana Fundraiser, la maggioranza dei soci ha accolto con favore la proposta di alcuni colleghi di allargare le maglie associative favorendo l’ingresso ai volontari. L’argomento merita ampio spazio e la consultazione del regolamento approvato. Soffermandomi, però, sull’oggetto del post, se è vero che la tendenza è quella della professionalizzazione del settore, qual è la direzione che la nostra categoria sta prendendo? Parlo da socia e faccio una semplice riflessione: rappresentare una parte definita della comunità significa tutelarne i diritti e avere la credibilità giusta per affrontare temi anche spinosi ai tavoli istituzionali. Tra questi, quello retributivo. Sono dell’idea che ASSIF abbia i requisiti per far leva e favorire all’accelerazione della dinamica in atto, al fianco del professionista del fundraising interno che non lo dice ma si aspetta di guadagnare un po’ di più. Rappresentando il popolo di chi si occupa di fundraising – che sia o meno retribuito intendo dire –, siamo davvero convinti di essere nella posizione di poter dettare condizioni? Io credo di no.

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Scarica l’Indagine retributiva Osservatorio sulle Risorse Umane nel Nonprofit 11 aprile 2012

There are 6 Comments

  • Davvero molto interessante!
    Purtroppo nell’Indagine non hanno analizzato i tipi di contratto in uso tra gli addetti del settore non profit ma hanno distinto esclusivamente tra dipendenti e non dipendenti (che dovrebbero essere i collaboratori a progetto e simili..). Sarebbe stato davvero interessante conoscere nel dettaglio le tipologie contrattuali e la loro diffusione..
    C’è anche un dato particolare che colpisce: circa il 15% dei dirigenti nel non profit è alla prima esperienza lavorativa (pag. 6). Non è strano?
    Un ultimo spunto di riflessione è dato dalla maggiore “armonia” nella composizione di genere dei dipendenti nel settore dal 2006 al 2011: sono aumentati i dipendenti di sesso maschile passando dal 23% al 41% (pag.19). Non male :)

  • maxcoen says:

    Cara Elena, grazie per le tue puntuali informazioni e per i tuoi commenti. QUesta volta però non sono d’accordo con te. Io penso che l’Assemblea dei soci abbia fatto bene ad allargare l’orizzonte associativo dell’Assif. Abbiamo bisogno di crare una associazione di tutti i fundraiser proprio perchè siamo tanti e siamo un pilastro della sostenibilità del welfare. Non credo che vi siano differenze umane e sociali tra i professional (come te), i volontari, i dirigenti, gli imprenditori e i consulenti del fund raising (come me). Cambiano gli aspetti retributivi e lavorativi con tutte le conseguenze del caso, anche critiche come dici tu. Ma la forza della nostra “categoria” sta proprio nel far capire sui tavoli che contano, quanto il nostro ruolo sia essenziale. Farlo capire anche alle organizzazioni non profit, certo. Che però non possono che essere alleate con noi nell’affermare la centralità e l’importanza del fund raising. Ma spiego meglio le ragioni nel blog che ho scritto prendendo spunto dalle tue affermazioni ( http://www.blogfundraising.it/associazione-fundraiser/perche-ce-bisogno-di-unassociazione-di-tutti-i-fundraisers/). A presto

  • Ciao Massimo, ho letto con attenzione quanto hai scritto sul tuo blog e meriti una risposta adeguata ed esaustiva. Da subito, però, credo che tu abbia un pochino ecceduto nelle intese del mio articolo limitandole, tra l’altro, a un aspetto: quello retributivo appunto. Ma questo elemento, e a dire la verità ero convinta di essere stata abbastanza chiara al riguardo, è solo un aspetto tra gli altri. Aspetto di cui ho parlato perché in linea con il tema oggetto del post. Altri argomenti ho preferito non trattarli perché fuori contesto. Di certo ho le mie idee che, a quanto pare, non convergono con le tue, ma ben venga! La democrazia partecipata è anche questa. Tu mi chiedi, anche se indirettamente, di andare oltre quanto qui mi sono limitata a scrivere. Farò le mie considerazione nei limiti delle condizioni di socia e non certo di consigliera. Sono una donna pragmatica caro Massimo e la demagogia mi piace fino a un certo punto.

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