Sulla Teoria dell’Orientamento Strutturale nel Nonprofit

Cercare di circorscrivere il fenomeno nonprofit non è cosa semplice. Le riflessioni addotte da Marco Binotto, sociologo dei processi culturali e comunicativi e ricercatore dell’Università La Sapienza di Roma, al mio post su Uidu.org di inizio agosto sono comprensibili e meritano la giusta visibilità e il giusto approfondimento. Ciò anche a dimostrazione che quanto proposto ne sposa con serenità le indicazioni sollevate ed è più in linea di quanto si pensi.

Scrive Binotto:

(sulla Teoria dell’Orientamento Strutturale, ndr) Ho qualche dubbio sull’uso dell’opposizione relazione vs. struttura come approccio argomentativo. Queste coppie di opposti sono molto comode. Ritagliano realtà chiare e condivisibili. In alcuni casi, delineano organizzazioni esistenti, ma nello stesso modo rischiano di semplificare troppo la realtà. Costruiscono alternative da cui pare impossibile uscire. Invece io credo che esistano molte organizzazioni “ibride”, per quanto non maggioritarie, che escono da questa alternativa. Soluzioni meticce. Compiono scelte strutturate senza perdere la personalizzazione oppure si strutturano perdendo capacità di innovazione o partecipazione. Nel passato è stato facile illudersi che l’unico modo per superare “il modo sussidiario” fosse quello figlio di “una visione di matrice aziendalista”. Credo che ora, insieme, potremmo continuare a sperimentare/esplorare queste possibilità sincretiche.

NON OPPOSTI MA CONSEGUENTI

La Teoria dell’Orientamento Strutturale si basa su un concetto evolutivo del Sistema Nonprofit. Il punto da cui muove non è l’opposizione bensì la conseguenza:

Sussidiarietà e Sistematicità non sono tra di loro stati opposti. La sistematicità nasce da un processo consapevole e dalla maturità acquisita. Scegli di essere sistematico nel momento in cui hai provato cosa significa essere sussidiario (in questa o in esperienze pregresse). E non ti basta più.

Per riprendere Francesco Alberoni nel suo Stato Nascente, si passa da uno stadio di innamoramento a quello di amore. E, nel nostro caso, da movimento a sistema. Al suo interno vi si collocano poi diversi modi di intendere sistematico. Diversi gradi. Con diverse implicazioni e diversi coinvogimenti. Detto in altri termini, occorre individuare il giusto compromesso. Come in ogni famiglia, un’organizzazione trova il suo equilibrio. Il suo punto di ottimo. Quello che meglio lo rappresenta.

Allo stesso modo, ma da un punto di vista economico, porre i due aspetti su i due estremi di un unico asse significa porli come punti ideali (e con degli ideali naturalmente) a cui tendere. Spostandosi sull’asse si acquisiscono caratteristiche dell’uno piuttosto che dell’altro in modo conseguente e, di certo, non delimitato. Difficile essere o questo, o quello. Questo è ciò che avviene, per intenderci, per i sistemi economici complessi come il capitalismo o il comunismo, di per loro ideali ma mai raggiungibili nella loro totalità. E questo è ciò che avviene, a mio modo di vedere, anche in ambito nonprofit e che spiego in quella che ho chiamato, appunto, “Teoria dell’Orientamento Strutturale”.

EXPERTISE ENCICLOPEDICA

Nel corso di questi ultimi ultimi 10 anni ho incontrato e lavorato per organizzazioni diverse, alcune con potenzialità davvero incredibili. Ma l’aspetto più incredibile è che la vivacità non è data, per quanto paradossale possa sembrare, dalla dimensione dell’ente, bensì dalle sue costituenti. Come a dire: la differenza e l’opportunità le fanno le persone. Se a un oggetto sociale interessante leghi teste altrettanto effervescenti, aperte, pronte a mettersi in gioco e, non ultimo, ad ascoltare, quello che hai per le mani è un prodotto davvero vincente! E’ un prodotto sul quale ha senso lavorare. Di più: è avvincente. In questi casi, e tutte le volte, si parte da un terreno fertile che ha ben chiaro il ruolo di due variabili su tutte: la voglia di intraprendere e l’assunzione del rischio, caratteristiche che sappiamo essere proprie del concetto di impresa.

Per crescere, quindi, è necessario pensarsi in modo diverso. Più consapevole. Il punto di ottimo (nel nonprofit) è il giusto equilibrio tra natura ideale e natura reale ed è diverso da ente a ente.

“BIVIO” E NATURA DEL CONFLITTO

Per trovare l’equilibrio occorre trovare un compromesso. Questo è ancor più vero se si parla di bene comune, di sentimenti, di cose care. E, naturalmente, di cause sociali.

E’ possibile che la parola “bivio” abbia indotto a valutare il paradigma come oppositivo. Ma l’interpretazione corretta è nel vederne al suo interno il processo evolutivo che origina, senza ombra di dubbio, dalla volontà di crescita (sistematica) o meno di un’organizzazione, un passaggio obbligato che mette le dirigenze di fronte a una scelta. Prima o dopo.

Chi vive l’organizzazione, e la vive come decisore intendo, sa esattamente qual è il conflitto valoriale che si genera. Abbiamo più volte parlato su queste pagine di quanto sia difficile, ad esempio, utilizzare insieme termini quali Mercato, denaro, volontariato. Al contempo, abbiamo fatto riferimento alle teorie organizzative moderne di W. Seibel per spiegare il perché il nonprofit venga considerato “forma deviante” e quanto sia invece più che mai bisognoso di organizzazione. Per crescere (leggi qui).

Perché un’organizzazione non è solo carne, sangue e cuore pulsanti. E’ anche testa. E molta.

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