Se vuoi fare fundraising, “parla come mangi”

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Le nostre conversazioni, fuori e dentro la rete, si fondano il più delle volte sul senso di appartenenza e sulla comunione di interessi.

Il sociale, per sua natura, si trova perfettamente a suo agio in quest’idea. Muovendo da qui, sembra che il successo di una comunicazione, sociale appunto, diventi quasi scontato in ambito nonprofit ma non è così. In particolare, se comunichiamo per raccogliere – adesione, consensi, risorse –, la riuscita di una campagna dipenderà dal processo comunicazionale che saremo in grado di strutturare prima e mettere in atto poi.

Si tratta sempre di capire in che modo favorire il desiderio di partecipare, partendo dalla consapevolezza – pare scontato dirlo ma non lo è – che:

  • creare contenuti e pubblicarli non è sufficiente per farsi ascoltare;
  • nella moltitudine di quanto presente – sul web come nelle piazze – è quanto mai necessario investire il messaggio di un senso capace di attrarre l’interesse del nostro interlocutore, facilmente distratto dal flusso delle conversazioni presenti e dalla massa di informazioni (overload informativo) che, attivamente o passivamente, percepisce, il tutto condizionato dagli interessi personali che hanno priorità, naturalmente.

Cosa fare dunque?

Per favorire la percezione, il ricordo, la scelta o la riconferma del dono, occorre lavorare sulla costruzione di un’identità propria e forte che permetta all’organizzazione di distinguersi dal resto. Favorire l’appartenenza è la chiave e la buona causa è l’elemento attrattivo che il fundraiser deve saper comunicare al meglio.

Qualche consiglio pratico può aiutare. Come prima cosa vanno quindi costruiti e comunicati contenuti di senso. Come?

  • Trovando uno stile che rappresenti l’organizzazione, che rompa le consuetudini e la renda perfettamente riconoscibile;
  • Imparando che la coerenza tra percepito e rappresentato è imprescindibile se si vuole essere credibili;
  • Imparando ad ascoltare quanto ha da dirci il lettore e a coglierne segnali e sfumature;
  • Cercando di esserci il più possibile: la “elevata reattività ai messaggi in rete”, ad esempio, è un indicatore importante di cui tenere conto. Dobbiamo forse imparare a lavorare oltre orario? Magari no ma diversamente probabilmente sì.

In secondo luogo, va ricordato che la fiducia e le relazioni sono sempre al centro dei legami di dono, sia dentro che fuori la rete. Occorre così:

  • individuare, costruire e/o alimentare il capitale sociale dell’organizzazione di nuove relazioni;
  • nell’atto di costruzione della relazione, andrà stimolata la filantropia e favorita la nascita di nuove partnership;
  • tali partnership devono basarsi sul mutuo beneficio, tenuto conto che fiducia, reputazione, credibilità, notorietà sono alla base di una sostenibilità di lungo periodo.

In ultimo, non va dimenticato l’”effetto coccola”. Il coinvolgimento dell’utente è centrale nell’attivazione del dono perché il donatore è al centro dell’interesse del fundraiser. Occorrerà dunque definire:

  • una chiara strategia d’intervento;
  • favorire opportunità di confronto con il donatore;
  • attivare modalità diverse di accesso al dono;
  • individuare modi diversi attraverso i quali massimizzare la relazione con il donatore e la sua fedeltà all’organizzazione.

Tutto questo, che è davvero tanto, sarà tanto più efficace quanto saremo in grado di riprendere confidenza con la nostra identità, portando fuori ciò che siamo dentro. Di fatto, nulla di più semplice se ci pensiamo.

Impariamo a distinguerci facendo emergere quei tratti che solo nostri e che aspettano solo di essere comunicati.

Nulla è banale, tanto meno la semplicità.

——–

media_post_sqfqd4r_fondiRicordo, a chi potrà esserci, l’evento “Comunicatori o fundraiser? Ruoli, competenze e specificità” che si terrà a Roma il prossimo mercoledì 10 aprile presso la sede di Focsiv organizzato da Ferpi Federazione Relazioni Pubbliche in collaborazione con Assif Associazione Italiana Fundraiser. Info e dettagli qui.

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