Relationship

Il mio ultimo post a proposito del lavoro a percentuale nel Terzo Settore ha sollevato forti reazioni. Molte transitate off line. Era facile immaginarlo. L’argomento proposto è complesso. L’imbarazzo è palpabile anche nelle discussioni a quattro occhi. Pare evidente che sia stato toccato un argomento più comune di quel che si pensi. Di cui c’è consapevolezza. E questo, naturalmente, fa pensare.

Ma c’è un aspetto da considerare che esula dalle semplici implicazioni economiche. Che forse non emerge in modo sufficientemente chiaro ma che accompagna l’operato di ogni fundraiser di passione e che lega, come un fil rouge, tutti i miei scritti: il valore della relazione. Con il donatore. Con il volontario. Con il collaboratore. Con il destinatario del servizio. Con la società civile.

Eh sì, perché è questo aspetto che ci fa dire no. Non è solo etica. Non è solo compenso. E’ consapevolezza di una professione, quella del fundraiser, profondamente difficile. Che necessita di cura. Costanza. Perserveranza. Impegno. Tempo. In una parola: fiducia. E la fiducia è alla base di ogni buon rapporto. Il resto è fatica.

Quel che differenzia la nostra professione dalle altre è la capacità di dare un valore tangibile all’intangibilità, caratteristica che si affina con il tempo e con la sensibilità propria, quest’ultima intesa come attitudine personale al percepire le sfumature. Un’abilità che fa individuare le migliori opportunità per tutti gli attori coinvolti in un medesimo processo di scambio.

La costruzione della relazione è un aspetto imprescindibile del nostro lavoro. A questo si associano i concetti di trasparenza, condivisione, partecipazione, responsabilizzazione. Perché i risultati migliori non si ottengono da battitori liberi. Ma per ottenere buoni frutti è necessario che alla base vi sia fiducia. Il circolo è virtuoso.

Queste sono le medesime fondamenta su cui, io stessa, cerco di costruire, giorno dopo giorno, anche il rapporto con il mio team. E’ un lavoro costante. Un impegno non demandabile. E’ entusiasmo. E’ relazione!

Chiudo riportando una parte dell’intervento di Massimo Coen Cagli al mio precedente post:

(…) Abbiamo deciso in Italia, come nel resto del mondo, di non lavorare a percentuale e questa regola va rispettata e fatta rispettare. Vi è una questione tecnica: la consulenza e il lavoro di raccolta fondi svolto a percentuale non funziona perché il fundraising non è una tecnica di raccolta ma una strategia di sostenibilità. Come tutte le strategie funziona nel tempo e non immediatamente e richiede la partecipazione di tutte le componenti umane e organizzative del soggetto per il quale viene attuata la strategia. Infine è una questione sociale. Il donatore si lega a una causa e non a una persona che chiede soldi. (…) L’idea che qualcuno porta soldi a percentuale fa parte del mondo delle marchette, dei favori, degli inciuci (…). A me personalmente fa schifo e non vedo come non dovrebbe fare schifo a tutte le nonprofit.

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There are 3 Comments

  • Roberto says:

    Mi stupisce sempre leggere ogni volta la necessità di ribadire dei concetti che nel non profit dovrebbero essere per lo meno scontati… O magari lo sono per me. Al di la di pensare come aberrante lavorare come fundraiser a percentuale (nulla di male in altre tipologie di lavori) perchè basta poco a far perdere di vista quei valori e quei principi che dovrebbero segnare e accompagnare il percorso professionale ed etico di chi opera in questo settore. La costruzione di una relazione è importantissima, che sia con gli stakeholder o con i colleghi/collaboratori, ma lo è di più, secondo me, la capacità di fare propria la mission di una organizzazione, di accoglierne i valori e di trasmetterli con convinzione, di comunicarne la storia ad un interlocutore che non deve essere convinto per forza (è qui il rischio del lavoro a cottimo) ma reso consapevole della bontà di ciò che una organizzazione fa. Spesso ho sentito parlare all’interno di organizzazioni di “clienti” e non di donatori, troppo spesso ho visto mancanza di strategia e la cecità nel rispettare all’interno dell’organizzazione stessa alcuni codici etici che vengono spesso declamati ma subito dopo lasciati in un angolo solo perché qualche “cliente” è pronto a donare una somma, magari neanche tanto importante, per qualche progetto. A volte ci si prosituisce, passami il termine Elena, ma non è poi così insolito, soprattutto in questi tempi dove lavorare correttamente – o meglio lavorare – diventa sempre più difficile.

  • Per mia fortuna, non mi è mai successo di lavorare in un contesto nonprofit in cui il donatore venisse chiamato cliente. Però non dubito affatto che esistano purtroppo. Grazie per il tuo commento.

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