Quasi come Ercole

Che quello del fundraiser sia un lavoro complesso e difficile, lo abbiamo detto più volte. Ok la relazione ma, stringi stringi, l’obiettivo a cui il fundraiser tende, e che l’organizzazione si aspetta, è il reperimento dei fondi. E quindi? Ci sono alcuni punti da tenere in considerazione e alcuni sviluppi da tenere altrettanto in considerazione. Li butto giù, pregandoti di intervenire. Perché i temi sono caldi e sono certa di poter contare sul tuo contributo.

Antonio_del_Pollaiolo_-_Ercole_e_l'Idra_e_Ercole_e_Anteo_-_Google_Art_ProjectLA FATICA DI TROVARE FONDI. Il momento non aiuta la buona volontà. Così, se è vero che la maggior parte delle volte le motivazioni che accompagnano un rifiuto al sostegno sono pacifiche, le stesse motivazioni inducono anche chi può, celando un opportunismo del momento confezionato su  misura e al quale ben difficilmente si può ribattere. Crisi economica, disoccupazione, IVA che aumenta. Insomma, ogni motivazione è buona e altrettanto giustificata. Quindi, che si fa?

LA FATICA DI TROVARE UN LAVORO. Ma se quello del fundraiser è un lavoro difficile, al tempo stesso è difficile trovare un lavoro come fundraiser. Leggo il confronto animato sui social rispetto alle opportunità di impiego nel settore e la delusione di tanti colleghi che cercano invano un lavoro o, se lo trovano, è mal pagato o non si capisce bene che cosa siano impiegati a fare. Ancora una volta: quindi, che si fa?

LA FATICA DI LAVORARE QUANDO UN LAVORO CE L’HAI. Sì, perché, checché se ne dica, una onp ha bisogno di fondi ma poi fatica a spenderne. Si assiste così al paradosso tipicamente italiano per cui il Terzo Settore va inteso (e si intende) come produttore di beni o servizi da erogare a costo 0 e tali per cui ch chi ci si impegna deve farlo, a sua volta, a costo 0. Quindi, che si fa?

Insomma, se per Ercole le fatiche erano dodici e tutte ben definite, per un fundraiser sono almeno tre ma con una forte tendenza all’infinito. Consolante? No di certo, ma certamente è stimolante. E quindi – per tornare al triplice quesito – che si fa? Riassumendo in un unico post le risposte sugli interrogativi che circolano in Rete, ecco cosa penso:

TROVARE FONDI E’ UNA FATICA MA… Ancora di più lo è in periodi come gli attuali. Detto questo, tutto ciò che semini poi raccogli. Se semini bene, non è detto che tu raccolga oggi e magari nemmeno domani. Ma dopodomani sì. Quindi, forza e coraggio. Mai farsi tentare dal lassismo o dai tagli orizzontali. Ridimensionando forse ma pur sempre determinati verso il futuro.

TROVARE UN LAVORO E’ UNA FATICA MA… Ancor di più lo è trovare un lavoro come fundraiser nel senso puro del termine. Poco si sa e quel che si sa è, il più delle volte, piuttosto confuso (o mi sbaglio?). Allo stesso tempo, si stanno aprendo nuovi scenari: l’amministrazione pubblica, la scuola e le imprese propongono figure o interventi in questo senso. E’ meglio che cominciamo ad abituarci e allarghiamo il nostro raggio d’azione. Il Mercato del Lavoro sta cambiando e quello del fundraising italiano, che ancora non ha trovato una sua dimensione, rischia la deriva se non si interviene subito a regolare intese e intenzioni. E questo è possibile grazie al nostro know how. Allo stato delle cose, misunderstanding che nascono da asimmetrie informative sono tanto possibili quanto ordinari. A volte in buona fede, altre volte no. Questo è un aspetto fondamentale su cui forse varrebbe la pena discutere in modo approfondito e che merita, di certo, un confronto sincero e aperto tra gli addetti.

NON E’ POSSIBILE CAVARE SANGUE DA UNA RAPA. Ovvero: è inutile pretendere da una persona quello che non è in grado di darti. E questo vale anche per un’organizzazione che, come sappiamo bene, da persone (per l’appunto) è costituita. La cultura – d’impresa, d’investimento, di relazione – o c’è o non c’è. Masochisti va bene, ma fino a un certo punto. In casi come questi, è meglio provare a “ripensarsi”.

Un detto popolare vuole che si faccia “di necessità, virtù”: un codice non scritto che regola i comportamenti umani nella gestione delle situazioni più complesse. E il nonprofit non fa eccezione. O sì…

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There are 3 Comments

  • Cara Elena, questo tuo post tocca temi sui quali – davvero – bisognerebbe discutere, e discutere, e poi riparlarne ancora. Per la loro complessità, per le tante ragioni che determinano il comportamento umano, per un sistema – quello del nonprofit italiano – che in molti casi sta provando a cambiare ma sconta ancora una cultura che spesso sembra impermeabile.
    E allora, facendo una sintesi di quello che vorrei dire a commento del tuo post, parto dal fondo: non si cava sangue da una rapa, scrivi. Concordo, naturalmente. Ed è per questo che spesso la scarsità di fondi non deriva da scarsa sensibilità dei donatori quanto da una elevata impermeabilità delle organizzazioni a ripensarsi in modo diverso, a comunicare mettendo al centro il donatore, a mettersi in discussione.
    Poi – sono d’accordo anche su questo – a trovare fondi si fa fatica. Ma la si fa oggi come in passato. La crisi indubbiamente influisce ma – e riporto qui una mia personalissima opinione – difficilmente vedo un donatore legato all’organizzazione abbandonarla completamente a causa della crisi. Ci sono donatori che donano meno, che donano tempo invece di denaro, che si mettono a disposizione in modi alternativi, questo sì. E questo è il prodotto “diretto” di una minore disponibilità di entrate e/o di una maggiore incertezza rispetto al futuro. Ma faccio fatica – perlomeno, a me non è mai successo – a immaginare un donatore che azzera i propri contatti con una organizzazione.
    E allora, adesso più che mai, riprendo una osservazione che ho fatto al Presidente di una organizzazione che, tempo fa, ha partecipato ad un corso che ho tenuto, e che mi diceva che – a suo parere – il fundraising è fattibile solo dalle grandi organizzazioni. A questa persona io ho risposto che, per come la vedo io, il “mondo” si divide in due tipi di organizzazioni: quelle che fanno raccolta fondi (e la fanno bene) e quelle che non la fanno. La distinzione, cioè, sta secondo me nell’impegno a ripensarsi, a lavorare in modo laterale, a cambiare.
    Perchè altrimenti facciamo prima a chiudere tutto e fare altro, visto che il periodo è quello che è e non è semplice per nessuno.
    Tralascio volutamente di affrontare l’argomento di chi cerca lavoro, nonostante mi stia molto a cuore e sia favorevole – senza se e senza ma – ad un approfondimento della questione all’interno del nonprofit italiano, perchè quello che si legge in rete e si ascolta dal vivo è spesso sconcertante.

    Non voglio togliere spazio ad altri commenti, e mi sono dilungata anche troppo ma, come si noterà, i temi toccati sono davvero caldi…grazie per averne parlato, dunque!
    A presto,
    Simona

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