Nel fundraising, più che amore ci vuole rispetto

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Ultimamente, vedo sempre più spesso l’uso di uno stile melense trattando il fundraising. Un po’ prendendo spunto da quanto si legge Oltreoceano, che sappiamo bene avere un linguaggio differente, così come differenti tessuti sociali e un’abitudine di lungo corso nel trattare e nell’affrontare la materia, ci adagiamo su parole che non ci appartengono e che ci devìano, a mio modo di vedere naturalmente, dagli obiettivi.

E’ il caso dell’accezione donor love che ha per certi versi surclassato la più classica donor care (che io personalmente preferisco). Fa tanto moda e tanto effetto ma poi mi chiedo: rappresenta davvero il modo in cui il donatore va gestito?

Più che amarlo, il donatore, dobbiamo imparare a rispettarlo.

Il donatore è essenziale per la sopravvivenza dell’ente e il raggiungimento degli obiettivi sociali ed è “lo” stakeholder del fundraiser. Per tale motivo, va rispettato nella sua intelligenza e nella sua integrità. Io sono una donna molto pragmatica. Nella relazione con il donatore, mi pongo solitamente in una situazione di parità che mi permette di non perdere la lucidità ma, al tempo stesso, mi evita di considerare il mio donatore semplicemente strumentale ai miei fini.

E’ un lavoro complesso e di equilibrio.

Nei contesti formativi e all’interno delle mie organizzazioni, sono solita parlare di valorizzazione della reciprocità, in particolare se i target a cui mi rivolgo sono major donor, aziende, fondazioni. Conseguente è la comprensione del grado di reciprocità, ovvero, cerco di capire:

  • il perché della relazione con la mia organizzazione;
  • il come della relazione con la mia organizzazione;
  • per quanto tempo;
  • fino a che punto.

Con gli adeguati aggiustamenti, ciò vale anche per le persone.

Più semplicemente, dobbiamo partire dal concetto che riusciamo a fare bene il nostro lavoro e a non illuderci allo stesso tempo se comprendiamo che non sempre è per sempre; che non sempre una relazione è possibile; che un donatore può non desiderare un rapporto stabile con la nostra organizzazione se non una tantum o una volta appena.

Il punto è, dunque, qual è il tipo di relazione che il mio donatore vuole?

Su questi suoi desiderata, io fundraiser devo lavorare ma per saperlo devo domandare senza presumere di sapere perché potrei sorprendermi nello scoprire risvolti inediti e non considerati ex ante.

Mi trovo molto nell’approccio di Beatrice Lentati, penna del fundraising da che ho memoria e mia maestra per oltre tre anni, che trova nelle tre S del Copywriting la formula magica:

“Semplice. Sereno. Sincero.”.

Così. Semplicemente.

Seguimi. Nel prossimo post, che sto già preparando, qualche consiglio pratico per “arrestare”, se possibile, la volatilità del donatore. A presto.

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