“Le cose che ti voglio dire”. Consigli al giovane fundraiser

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Quando inizi un nuovo lavoro, sei pieno di speranze. Tutto è bello e le aspettative sono alte. L’entusiasmo è a mille e ti sembra di camminare tre metri sopra il cielo. Con l’andare del tempo e la routine, le cose cambiano. Tutto è più consuetudinario e ci si raffredda un po’. Altre volte, ci si raffredda un po’ troppo. I rapporti non sono più quelli di una volta e le dinamiche diventano difficili da gestire. Quando è così, in alcuni casi, se ne hai la possibilità cambi e via. In altri casi, le cose si fanno più difficili. Non sempre cambiare è facile. Magari non puoi. O magari quello che fai ti piace pure e allora cambiare diventa dura. Succede sovente e il Terzo settore non fa eccezione. I motivi sono i più disparati.

E’ giusto che tu sappia che

la buona causa non ti mette al riparo dalle disillusioni (almeno potesse!), dal cattivo rapporto con i colleghi, dallo scoprire che non fa per te, dai conflitti con il board, dai fallimenti, dal “è tutto bello… macché”.

Ed è giusto tu abbia consapevolezza che

un’organizzazioni nonprofit, al pari di qualsiasi altra impresa, è fatta di persone e come tali a volte abbagliano, altre sbagliano. Certamente pretendono e, visto il ruolo, così deve essere.

Che fare allora?

Nel caso in cui fossi in procinto di iniziare il tuo percorso professionale in questo settore o nel caso in cui stessi vivendo un momento di smarrimento nello scegliere se fare o meno il grande passo, ci sono alcune cose che voglio dirti, a vantaggio dell’organizzazione in cui avrai la fortuna di lavorare e, naturalmente, a tuo di vantaggio:

  1. Non dimenticare di formarti constantemente, di leggere e di confrontarti. Il fundraising è un’attività che richiede professionalità. L’improvvisazione è il male peggiore.
  2. Una laurea o un master ti aiutano ad aprire la mente e ad assimilare metodi ma una persona professionalmente più matura o con qualcosa da dirti insegna qualcosa che un corso di studi non ti darà mai: l’esperienza di un percorso, a volte di una vita. Datti il tempo di imparare e ascolta con attenzione chi ha qualcosa da dire più di te.
  3. Sii cosciente del tuo ruolo e della tua funzione. Se la tua causa non è “tua”, credici ma non sposarla: sei un professionista, nessuno può chiederti di caricarti di responsabilità oltremodo. Se ti viene chiesto è perché non c’è molto altro da darti in cambio o forse perché la gestione dell’attività è eccessivamente destrutturata. In questo caso, vaglia: se ci sono opportunità che le cose cambino strutturandosi, bene, altrimenti… vedi tu.
  4. Non cadere nella trappola della bontà della causa. Tutte le cause sono buone, se ci pensi. Hai scelto di fare del fundraising la tua professione. Quest’attività sarà quella che presto o tardi ti permetterà di mantenerti. Mantieni dunque alta l’asticella della pretesa. Solo così potrai contribuire a valorizzare il senso di ciò che proponi. Il servizio migliore che tu possa fare alla tua organizzazione è quello di essere professionale. Solo così potrai fare i suoi interessi (e i tuoi).
  5. Il fundraising è ancora un percorso il più delle volte in solitaria: questo è un aspetto che devi contribuire a cambiare all’interno della tua onp perché se va bene, sono tutti vincitori, se va male, la colpa è tua.
  6. L’umiltà funziona se è autentica. Competenza non deve necessariamente fare rima con umiltà ma l’arroganza e la saccenza sono ben altra cosa rispetto alla competenza. Misurati.
  7. Ascolta tutti ma soprattutto ascolta il tuo cuore: nelle azioni che fai e negli errori che farai, alcuni dipenderanno da te, altri no. Sii obiettivo.
  8. Il Terzo settore va compreso e assecondato ma non subìto. Cerca di capire che le dinamiche nelle quali ti inserisci non sono complicate ma complesse lo sono certamente. Devi imparare a conoscerle e per fare questo ci vuole tempo. Chiedi dunque alla tua organizzazione che ti venga concesso il tempo di imparare a muoverti con più disinvoltura in un ambiente che ancora non ti è familiare.
  9. Se sei alle prime armi e vuoi inserirti in un mondo nuovo, trova le modalità adeguate di proporti. Pensa a cosa puoi dare e a cosa puoi ricevere. Ci sono tanti modi senza finire per svendere la tua preparazione e la tua professione (e quella dei tuoi colleghi). Anche gratuito va bene (non gratis, ti raccomando) se ci sono degli obiettivi definiti ma il rischio, ricorda, non è solo tuo.
  10. Se l’organizzazione non può garantirti molto, chiedi formazione. La formazione continua è un buona moneta di scambio, pretendila. Su questo cerca di non transigere.

Con queste poche e semplici raccomandazioni, ti auguro un nuovo anno di mille e ricchissime soddisfazioni personali.

Per quanto riguarda me, ho tante idee in testa. Alcune sono già un po’ più concrete. Altre, sono in via di definizione. Altre ancora albergano nella mia mente ma non hanno contorni ancora definiti di cui valga la pena parlare. Quel che è certo è che la professione del fundraiser e il ruolo che il fundraising hanno nel nostro bellissimo Paese occupano sempre un posto privilegiato nelle mie ambizioni professionali.

A presto, dunque, e buon cammino, collega fundraiser!

 

There are 4 Comments

  • Aggiungerei: dopo aver seguito un corso di fundraising, non avere troppe certezze: non sei ancora un fundraiser. Comincia dalla gavetta, senza illudere i clienti.

  • Un post che, pur non essendo (ahimè) più una giovane fundraiser, mi sono “goduta” parola per parola. E che condividerò con i giovani con cui mi accade spesso – per fortuna! – di avere a che fare, perché è vero che l’entusiasmo deve andare di pari passo con una razionalità che, soprattutto nel lungo periodo, è in grado di far progredire il fundraising (la causa, l’organizzazione).
    Complimenti, Elena, sempre efficace nella scrittura!
    Un abbraccio,
    Simona

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