La solitudine del Nonprofit

iStock_000003920058XSmallArriva sempre il momento in cui nella tua vita professionale ti chiedi se quel che fai è bene. Se ha senso. Se potresti farlo meglio o, magari, potresti farlo in modo diverso.

Capita che ti guardi intorno e fatichi a comprendere il motivo delle cose. Si dice che ci sia sempre un senso ma non sempre, questo senso, sei in grado di individuarlo. Quello di oggi è uno di quei momenti.

Provo a spiegarmi meglio.

A livello personale, succede che ti senti forte, preparato, competente. Sai che ce la fai. Che, passo dopo passo, un passetto avanti lo fai. Evviva!, ti dici. Pacca sulla spalla e prosegui. Ce l’hai fatta anche oggi. Un traguardo raggiunto. Magari due. Parli delle cose che ti piacciono e fai le cose che ti piacciono. Una grande fortuna e una fortuna ancora più grande se dal confronto con altri riesci a far emergere non tanto quel che sei ma, soprattutto, quel che fai. Perché sappiamo bene quanto il nonprofit sia articolato e complicato. In modo particolare, se il Terzo settore lo vivi come professione, per ben oltre le 40 ore settimanali previste e con ben altri investimenti che non riguardano il tempo e il denaro. Parlo di valori. Di empatia. Di tutta quella sfera del sé che fa parte del tuo Io più profondo.

Poi, succede che a livello interpersonale ti confronti con persone distanti. Marziane, direi. A seconda dei momenti, succede che ti senti inutile. Non foss’altro perché inutile è il confronto. Preconcetti e pregiudizi sono duri a morire e questo è frustrante. Sei un professionista ma ti accorgi che la tua professionalità è considerata un po’ meno professionale di altre. Un po’ come se quel “non” davanti al termine “profit” potesse facilmente trasformarsi in un prefisso adattabile e declinabile nelle più diverse accezioni: (non) professionale, (non) competente, (non) necessario, (non) utile, (non) credibile (che è peggio!). Anche questo lo sappiamo bene come sappiamo bene che così non è. E allora passi oltre. Fai spallucce e un po’ più zavorrato prosegui il cammino. Che fatica!, ti dici. Guardi avanti e vedi che nel frattempo, il passetto guadagnato lo hai perso e ti tocca ricominciare. 

E poi, sollevi lo sguardo e guardi oltre il tuo naso. Ti vedi quasi in un film: tu che scalpiti. Ti muovi. Fai cose ma il resto del mondo sembra non accorgersene. Prosegue per la propria strada, con o senza di te. Decide al tuo posto quel che è bene e quel che è male. Senza cognizione e forse senza convizione ma questo è. Così è se vi pare…, ti dici. E tu ti lasci trasportare. Impotente. Lasciando che altri decidano della tua vita.

E’ così che vedo il Terzo settore nel nostro Belpaese: malato di nanismo e geloso della propria singola identità. Timoroso della privazione del proprio sé a favore di qualcosa che privilegi un beneficio allargato. Consapevole fino al midollo dei propri doveri ma impotente e incapace di farsi portavoce dei propri diritti. La scelte politiche di questi giorni fanno scuola a tal proposito.

Io non so quale sia la formula magica per sconfiggere questo brutto vizio provinciale che ci affligge e che al nostro interno sembra trovare il suo habitat naturale. Ma quel che so è che se continueremo a lavorare ciascuno per sé, contribuiremo a rafforzare la solitudine che ci contraddistingue e ad alimentare la non competenza, non competitività, il non potere contrattuale, la non credibilità (senza parentesi, questa volta… che è peggio!) che ci attanaglia e che ci lascia soli e indifesi di fronte a chi delle nostre competenze e esperienze si avvantaggia.

Questo è il mio pensiero e questa volta davvero vorrei sentirmi la sola a pensarla così. Ma forse mi sbaglio…

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There are 11 Comments

  • Cara Elena, purtroppo non sei sola, troppi gridano e strepitano, chi fa non ha tempo per strillare, io ho scelto di fare, un abbraccio Daniela.

    • ma ci vogliono anche le strilla, sennò passa tutto come dato di fatto. Non sei d’accordo?

      • Si ci vogliono ma vanno dosate, mi rendo conto che siamo sempre i soliti a commentare, denunciare, no? poi se scegli di essere etico perché lo senti come una seconda pelle, ti comporti di conseguenza. Noto invece che su certi argomenti si strepita e molto, su altri, siccome non fanno comodo, meno o nulla. Mi conosci ormai e sai come sono, un po’ come te, almeno per la passione, poi la mia esperienza è piccolissima in confronto alla tua, condividiamo molte idee e anche molte battaglie. Ho scelto di “strepitare” poco e “fare” molto, almeno ci provo. Sarò sempre disponibile a combattere al tuo fianco e di altri tutte le battaglie che val la pena di combattere, senza distinguo, senza paura di espormi, la trasparenza per me è importante. Un abbraccio Elena a te e al tuo piccolino! buon Natale!

  • carmela cenerino says:

    Un limite che io riscontro nel non profit è anche l’incapacità di fare rete, di mettersi insieme per fare sentire la propria voce. “La mia organizzazione fa meglio della tua” è il pensiero strisciante che alimenta a volte un atteggiamento da “guerra fra poveri”, come se l’altro sia sempre il concorrente da battere (nell’aggiudicarsi un finanziamento, una donazione, una convenzione…). Quando capiremo che da soli si è più deboli e che i problemi del mondo hanno bisogno di una rete e non di supereroi solitari?
    Comunque anch’io non mi arrendo… andiamo avanti.
    Carmela Cenerino

  • 5x1000 says:

    Il terzo settore è come dici tu geloso della sua identità singola . Basti pensare che qualcosa di moderno che negli USA esiste da anni ed anni come guidestar.org o come give.org ancora non è stato fatto.

  • Giorgio says:

    Elena, grazie per l’articolo ricco di passione e di verità. Giorgio Pernigotti

  • Buongiorno Elena.
    Ho riletto alcune volte il Tuo post prima di commentare e, come consulente di Enti non profit (anche se in realtà credo che la considerazione possa adattarsi tranquillamente a chiunque fornisca consulenza privata, ma soprattutto pubblica), non posso che dire che comprendo e condivido quanto hai espresso.
    Dividerei però le considerazioni in due argomenti:
    1) ognuno coltiva il suo piccolo orticello: non so se sia più una questione di orgoglio, di disorganizzazione o altro…ma purtroppo troppo spesso si vedono, si leggono, si ascoltano testimonianze di gestori che gridano al mondo che bisogna fare rete (perchè è facile dare fiato alla bocca o pubblicare uno status), ma che sono assolutamente consapevoli della propria ipocrisia. Soluzione? Chiudi l’Ente (o dallo in gestione a qualcun altro) e apriti una ditta individuale o una società commerciale, affrontando di petto i costi di gestione legati a questa scelta! Rispondiamo sempre cosi a chi assume questi atteggiamenti…e Ti lasciamo immaginare la risposta…;
    2) valorizzazione dei propri interventi professionali: non so se la mia considerazione sia fuori tema o se sia riuscito a centrare il cuore della questione, ma mi sono reso conto (in realtà devo parlare al plurale, lavorando in team) che l’utente che interagisce con noi (in questo caso intendo la categoria dei consulenti) ed anche i concorrenti (che spesso contattano o commentano attraverso mail fittizie…perchè è difficile metterci la faccia….) hanno difficoltà a complimentarsi pubblicamente, a commentare pubblicamente, a indicare la fonte quando copiano o prendono spunto dai nostri contenuti. Questo per dirTi che difficilmente qualcuno avrà il coraggio di darTi soddisfazioni pubbliche, perchè non è facile ammettere che un consulente è competente e che sia il caso di farlo conoscere anche ad altri (invece è comodo fare proprie informazioni e competenze trasmesse da altri). A volte bisogna accontentarsi di sapere di essere bravi (numero di clienti, contatti privati, visite sui propri siti/blog, ecc…) e continuare sulla propria strada, senza arrendersi. Fidati! Se come persona/professionista vali, la gente lo sa…ed io colgo questa pubblica occasione per dirTi che quello che tu pubblichi vale!
    Ti auguro un buon anno e Ti chiedo scusa per lo sproloquio.
    Gabriele Aprile

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