Il Terzo Settore e le nuove frontiere tecnologiche per la comunicazione sociale

In Italia, lo sappiamo, la comunicazione sociale è considerata la cenerentola del Mercato con pochi investimenti e scarsa innovazione. Il Terzo Settore spesso dispone di budget ridotti e non può permettersi di investire in creatività. Ma l’innovazione non è necessariamente dispendiosa. Lo dimostrano le iniziative di comunicazione di alcune nonprofit nel mondo. La tecnologia può essere la soluzione.

In altri Paesi è proprio il nonprofit a rappresentare la punta più avanzata della sperimentazione.

In un articolo apparso nei giorni scorsi sul Financial Time, viene commentata positivamente un’innovazione tecnologica adottata nella sua ultima campagna da Plan UK, associazione impegnata da 70 anni in progetti per la difesa dell’infanzia nelle aree più povere del pianeta. Questa ONG ha utilizzato un sistema di riconoscimento facciale nei manifesti affissi alle fermate degli autobus a Londra: il manifesto cambia a seconda della persona che ha di fronte. In un’unica postazione si possono pubblicizzare prodotti diversi in funzione della persona che li sta guardando oppure scambiare i ruoli di uomo e donna.

Un’altra associazione, Depaul UK (la più grande organizzazione inglese che si occupa di giovani senza tetto) ha presentato l’app iHobo, un’applicazione che chiede a chi la istalla di diventare responsabile di un senzatetto virtuale: ci si deve occupare di cercare denaro, un rifugio e, a volte, anche la droga. La Apple – che aveva inizialmente bloccato l’applicazione perché era prevista anche l’opzione di far prostituire il giovane senzatetto – ha recentemente autorizzato la sua diffusione. E in poco tempo iHobo è diventata una delle applicazioni gratuite più scaricate. L’associazione  sostiene che la pubblicità generata ha permesso di raccogliere più di un milione di sterline.

Sempre sull’iPhone ha fatto rumore la campagna di Amnesty International per ricordare i 10 anni del campo di prigionia di Guantanamo: grazie a un’applicazione è possibile scaricare l’immagine delle strisce della bandiera americana e utilizzarle come sbarre di una prigione. Sbloccando il telefono, si aprono le porte della cella.

L’utilizzo di queste innovazioni tecnologiche sono solo alcuni esempi della recente ondata di campagne che le organizzazioni nonprofit stanno realizzando per attirare l’attenzione dei media e cercare nuovi donatori. Per esempio, la settimana scorsa l’associazione animalista PETA ha utilizzato un argomento “forte” per far parlare di sé: ha dichiarato che adottare una dieta vegana ha effetti afrodisiaci …

Come affermano alcune di queste associazioni quando non hai soldi, devi pensare in modo innovativo e a volte trovare soluzioni diverse per attirare l’attenzione dei media e dei possibili donatori…

Se le associazioni nonprofit, che non possono permettersi di pagare spazi pubblicitari sui media classici, investono in creatività, utilizzano le innovazioni tecnologiche e gestiscono bene i social media il risultato – almeno in altri Paesi – sembra assicurato. E in Italia?

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GUEST POST. Thank to:

Rossella Sobrero, docente di Comunicazione Pubblica e Sociale all’Università degli Studi di Milano e Partner per lo sviluppo e la comunicazione della Responsabilità Sociale in Koinètica.

There are 3 Comments

  • Roberto says:

    …e in Italia, cara Elena, come ben sai si fa una gran fatica a far capire che la comunicazione è “raccolta fondi” e non si può smettere di investire in comunicazione se una organizzazione vuole distinguersi dalle altre. Purtroppo manca il coraggio perché lo si vede solo come una voce di costo e poi spesso ci si lamenta nel vedere organizzazioni anglosassoni che osano e che vincono…..

  • Come non essere d’accordo con Roberto!
    La creatività, insieme con la tecnologia quando è il caso, è una risorsa che costa molto meno di quello che rende. Il problema in Italia è che la creatività spesso è vista più come un pericolo che come un’opportunità.
    Mi sembra che per tanti motivi, non tutti buoni, in Italia ci sia una generalizzata resistenza al cambiamento che inevitabilmente riguarda anche il settore del non profit. La cosa buona e bella è che sempre più voci si levano per sollecitare un risveglio comunicativo, un po’ di aria fresca in una comunicazione troppo spesso stantia e già vista.
    Trovo interessante studiare i migliori casi internazionali, come quelli da te citati, Elena, per ricavarne spunti da utilizzare anche in Italia (con i debiti adattamenti culturali).

  • Sperimentare credo sia la parola giusta ma fornse non siamo ancora pronti. Non tutti almeno. Nel nonprofit, il pensiero che lega è il mettere a rischio parte dei fondi raccolti e questo frena gli investimenti. Di per sé il ragionamento è comprensibile ma, a lungo andare, logora.

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