Il fundraiser e il valore della felicità

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Si usa spesso dire che quello del fundraiser sia il lavoro più bello del mondo. Condivido questa visione naturalmente, ma allo stesso tempo ho la precisa consapevolezza che, oltre a ciò, quella del fundraiser è una professione molto difficile e affatto priva di dolore e frustrazione.

Nell’intraprendere un cammino, agli inizi di carriera o magari ex novo, è bene dunque partire preparati.

Mi trovo spesso a raccontare proprio questo nelle aule, alle tante persone, più o meno giovani, che desiderano fare del fundraising il proprio lavoro.

Che valore dai alla felicità?, chiedo

E ancora:

Se la persona a cui ti rivolgi ritiene credibile chi rappresenti, sensato quanto gli chiedi ed è disposta a donare, allora hai fatto bene il tuo lavoro e puoi pensare che questa persona confermi la sua scelta una prima e poi una seconda volta; poi una terza ancora. Diversamente, hai sbagliato qualcosa: magari hai sbagliato i conti o, magari, solo persona.

Il punto nodale sta proprio in questi due aspetti:

  • nella complessità di valorizzare e dare un valore tangibile a qualcosa che, di fatto, un valore tangibile non ce l’ha per natura;
  • nell’avere assolutamente chiaro il concetto che l’oggetto di valore di cui ci facciamo portavoce non è detto che risponda a un bisogno primario di quel destinatario specifico. Spesse volte, risponde a un bisogno diverso: di gratificazione personale, di solidarietà, d’altro.

Sta a noi, alla nostra capacità, saper individuare “quel valore di interesse specifico” e sta sempre a noi il compito di “trasformarlo in un valore che trascenda l’azione impulsiva del momento”, ovvero in un atto che possa perpetrarsi nel tempo.

Ma c’è dell’altro.

Se mi fermassi qui, sembrerebbe quasi sostenessi che la riuscita o meno di un’azione di fundraising dipenda in via esclusiva dai comportamenti del professionista. Questo è certamente vero in merito alla qualità dell’azione.

Esiste tuttavia una componente primaria da cui non possiamo esimerci:

la fiducia della nostra organizzazione in noi, nel nostro operato, nella sua visione e nella sua consapevolezza di essere impresa che opera (anche) in un mercato che compete, quello del dono.

L’entusiasmo e la passione sono ingredienti fondamentali che devono accompagnare le sfide che, quotidianamente, ci prestiamo ad affrontare ma è necessario che a questi si affianchi anche una miscela di disincanto prima per evitare di trovarci a leccare ferite che fanno male poi.

Perché noi non bastiamo e il confronto continuo con l’altro potrebbe riservarci sorprese poco piacevoli o dei “no” che vanificano le attese nella loro applicazione.

Il fundraiser è un costruttore di ponti e una persona capace di cogliere o individuare opportunità. Il fundraiser è una professionista insolitamente creativo, come raccontavo qualche anno fa in questo post. Per esprimersi in tutta la sua complessità, deve trovare terreno fertile per le proprie azioni e questo è possibile solo se l’organizzazione per la quale lavora è disposta a rischiare con lui, fornendo collaborazione, tempo e risorse affinché il fundraising possa germogliare.

La prima sfida che attende il fundraiser sta quindi nell’individuare l’organizzazione che decide, con consapevolezza e medesima sfida, di investire fiducia, tempo e risorse in azioni nuove che comportano una parte di rischio. Solo per queste, e non per altre, vale la pena investire l’entusiamo e la passione di cui è capace. Solo per queste potrà dire:

Sì, sono un fundraiser e faccio il lavoro più bello del mondo!

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