Tre cose che vorrei non sentir dire più

48130021_mNon tornerò, almeno in questo contesto, ad occuparmi del pagamento a percentuale del fundraiser. La fee sul dono è, per quanto mi riguarda, fuori questione in quanto tema largamente affrontato qui e in altri contesti (qui e qui, ad esempio) e che il fundraiser sa essere controproducente in termini di credibilità, reputazione, qualità non solo della categoria ma del singolo professionista che, per scelta libera o per necessità, si affida a tale pratica. Spero che lo sia anche per te che stai leggendo queste poche righe. Insomma,

il ritorno sulla quota di dono non va bene, non si fa, anche se è pratica diffusa, mi vien da dire, non solo da chi si avvicina a questo lavoro ma anche da chi è in giro già da un po’.

Ci sono tuttavia almeno altre tre questioni che frequentemente mi trovo a discutere con le organizzazioni con le quali mi confronto, pubblicamente o privatamente, che – a dirla in tutta onestà – mi imbarazzano e mi fanno dire che:

no, ancora non ci siamo; e sì, c’è ancora molto su cui lavorare.

Eccole:

  1. Ma il fundraiser, alla fine, si ripaga da solo?

  2. La mia organizzazione non ha soldi da investire. Come si fa?

  3. Al fundraising potrebbe essere dedicata una risorsa volontaria?

Cosa rispondere? Tutte e tre le domande vanno in un’unica direzione: ovvero nella non comprensione di quanto il fundraising giochi un ruolo da protagonista, oggigiorno. Inutile girarci intorno o, peggio ancora, rimandare un cambiamento necessario.

Porrei un’ulteriore domanda in riposta dei quesiti qui sopra posti:

Come ti vedi tra cinque anni?

Perché non c’è assolutamente la necessità di crescere e fare il grande passo. Si può decidere di rimanere piccoli, con un’attività rivolta al socio senza pretese eccessive. Diversamente,

se la buona causa è un’attività che desideri ambisca al perseguemento dell’interesse generale e, per questo, si apra al mercato e cresca, allora non ci sono alternative: il fundraising è percorso obbligato.

Così, per provare a rispondere opportunamente alle tre domande più sopra, occorre una visione d’impresa che preveda:

  • l’investimento su professionalità competenti e trasversali che devono preoccuparsi di far crescere l’organizzazione più che preoccuparsi di trovare il modo per ripagarsi;
  • l’investimento di risorse economiche adeguate che favoriscano la notorietà della tua organizzazione perché la volontà di pochi è condizione necessaria ma non sufficiente se si vuole emergere e fare la differenza;
  • l’investimento di tempo adeguato. Volontarietà non fa rima con continuità e la continuità è un elemento imprescindibile al pari della pianificazione delle attività. Essere in balìa degli eventi e degli altri non è la scelta vincente.

Strategia. Pianificazione. Investimento adeguato. Tempo. Fiducia. Questi e altri sono gli elementi che devono essere considerati e sdoganati una volte per tutte, finalmente!

Oltre 5 anni fa parlavo di un orientamento al fundraising che definivo “strutturale” e distinguevo in sussidiario e sistematico (leggi qui). Queste definizioni, che alla luce della Riforma del Terzo settore risultano un pochino “profetiche” e di buon senso, confermano e rinnovano la necessità di un’educazione al fundraising, propedeutica o quanto meno contestuale alla formazione tecnica, da cui non ci si può esimere se si vuole fare bene e contribuire alla crescita del settore, perché la giusta cultura è la premessa per concorrere efficacemente, ed efficientemente (mi verrebbe da aggiungre), alla maturità del sistema in generale e dell’organizzaizione nello specifico. Ti pare?

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