Donatori dal cuore infranto (worst practice nel fundraising)

iStock_000022132837SmallStupore e smarrimento. Ecco i sentimenti che un donatore prova di fronte al silenzio di un’associazione, in particolare se animato dalle migliore intenzioni. Prima tra tutte, la voglia di donare con entusiasmo. In casi come questi, la domanda che sorge spontanea è una sola:

Cara ONP, ma hai davvero bisogno del mio aiuto?

Ad accompagnarci in questo paradosso, Simona Biancu, amica da tempo del blog, con un’esperienza personale. Il racconto, come leggerai, fa pensare ma non sorprende. Quella che emerge del Terzo settore, non è sempre un’immagine edificante. Disorganizzazione e immobilità non aiutano. Nel frattempo, il donatore attende paziente in ascolto.

Ma anche la pazienza ha un limite.

—————-

Prima ancora che un fundraiser sono un donatore. E, come tutti i donatori, voglio essere certa del modo in cui verranno impiegati i fondi che dono. In mancanza di un contatto diretto con l’organizzazione a cui vorrei donare i fondi faccio la classica ricerca online dei contatti e scrivo – o telefono, dipende dal tipo di organizzazione.

Questo è il mio “ciclo del donatore” in generale.

Negli ultimi giorni, complice il fatto che sto lavorando alle campagne del 5 per 1000 per le organizzazioni con cui collaboro attualmente e che il mio commercialista mi ha chiesto di iniziare a preparare i documenti per la dichiarazione dei redditi, ho cominciato a pensare a chi quest’anno avrei destinato il mio 5 per 1000.

Ci sono varie cause che mi stanno particolarmente a cuore, quelle per cui l’emozione arriva prima della razionalità e mi fa decidere di donare. Se non sempre, perlomeno molto spesso.

Non ci ho messo molto ad individuare l’organizzazione a cui avevo intenzione di donare il mio 5 per 1000: è il ramo italiano di una organizzazione internazionale, non la conoscevo se non di nome ma conosco molto bene la “casa madre” e la buona causa è una di quelle di cui sopra.

Così ho fatto quello che ho descritto nell’incipit: ho cercato i contatti dell’organizzazione su Google e ho scritto, utilizzando il recapito indicato nel box – piccolo, per la verità, ma l’immagine spesso non è la sostanza – del 5 per 1000.

La mia mail recitava così:

Gentilissimi,
scrivo perché mi piacerebbe avere alcune informazioni sull’attività della vostra organizzazione.
Sono una grande appassionata di (…), e conosco l’attività di (…): mi piacerebbe devolvere il 5 per 1000 alla causa della (…), e vorrei conoscervi meglio per capire – al di là del 5 per 1000 – se e come poter sostenere i vostri progetti.
Posso contattarvi al numero che vedo nel pop-up sul 5 per 1000?
Grazie.

Sì, perché – 5 per 1000 a parte – io vorrei diventare un donatore di questa organizzazione. So quello che l’omologa internazionale fa, ne apprezzo l’approccio e le azioni, la concretezza e le campagne. Insomma, sono quel che si definirebbe un donatore “caldo” rispetto alla causa. E il 5 per 1000 rappresentava solo un passo a fronte di una decisione – quella di donare – che avevo preso già da tempo.

Dal sito avevo intuito che l’organizzazione italiana non fosse così strutturata, e per non mettere in difficoltà l’eventuale persona che mi avrebbe risposto al telefono, ho preferito preannunciare la mia intenzione di chiamare per avere informazioni.

Sono passati 10 giorni e io non ho ricevuto alcuna risposta né alcun contatto, nonostante in calce alla mail ci fossero tutti i miei recapiti, Skype incluso.

La causa rimane, in ogni caso, la “mia” causa. Ma alcune considerazioni, come dire, mi sono sorte in maniera abbastanza spontanea, e le condivido immaginando di dirle all’organizzazione in questione.

Ma avete idea di come ci si senta ad offrire supporto per quelle stesse cause di cui voi vi occupate e sentirsi ignorati? A scrivere con una sorta di speranza e la voglia di fare qualcosa per una causa a cui si tiene tanto e non ricevere neppure una mail da un risponditore automatico?

Io sono certa che il motivo sia dovuto a scarsità di personale, o al fatto che tutti coloro che gravitano intorno all’organizzazione sono magari volontari, e – in generale – credo alla buona fede e alla correttezza – sempre – fino a prova contraria.

Ma una mail che chiede come fare per diventare un vostro donatore, e vi abbatte i costi di acquisizione, richiede davvero così tanto impegno? O non basterebbe, a volte, rispondere “di pancia”? O alzare la cornetta e iniziare quella relazione di cui sempre si parla con riferimento al fundraising?

Il sentimento che emerge dall’essere ignorati a fronte di un’offerta è di frustrazione mista a delusione, come racconta anche Alberto Cuttica, il mio socio, in un recente post qui. Ma una delusione – perlomeno questo è quello che provo io – molto più simile a quella di un bambino che non a quella razionale tipica dell’età adulta. Perché è come se ti cadesse un po’ un sogno, quello che quando ci si occupa di certi argomenti la condivisione con ti offre un sostegno sia qualcosa di prezioso, e come se la realtà fosse invece quella un po’ più cinica a cui bisognerebbe abituarsi per “imparare a stare al mondo”.

Però io questa cosa del saper stare al mondo non la condivido, e mi tengo la mia delusione e ne faccio tesoro come case history per i prossimi corsi che terrò sul fundraising!

p.s. nel frattempo il commercialista mi ha chiesto i documenti, e questa mattina glieli ho inviati. Ho cercato un’altra organizzazione con una buona causa simile, ho scritto e non solo ho ricevuto una mail di risposta con un grazie ma, nell’arco di 10 minuti, un sms con il codice fiscale da portare con me dal commercialista. A breve, probabilmente, chiederò loro di sottoscrivere la tessera annuale.

———————-

GUEST POST. Thank to:

Simona Biancu, per sapere di più su di lei, la trovi qui: Progetti per il Fund Raising e la Responsabilità Sociale d’Impresa. Seguila su Twitter: @simona_biancu

——————

Articoli correlati:

Elena Zanella

There are 2 Comments

  • Stefano says:

    Carissime Elena e Simona, purtroppo sono sempre di più le risposte che le organizzazioni danno (o non danno) con queste modalità. Io stesso ho partecipato a un piccolo benchmark sulle risposte prodotto a fronte di informazioni richieste sul tema lasciti/donazioni in vita (quindi con un grado di coinvolgimento anche superiore): vi lascio immaginare.
    Il lavoro è ancora molto da fare, ma bisognerà guardarsi un po’ dentro, ma non nel senso di affacciarsi sullo stagno per guardare quanto siamo belli.
    Parlo di autocritica, di formazione, di professionalizzazione e di controllo, di audit, di tutti quei meccanismi che sono alla base della matura consapevolezza di gestire denaro di altri che ci viene dato – per giunta – a fronte di un gesto oblativo.
    Per Simona: se vuoi, di info sulla Fondazione Don Gnocchi e sul suo 5xmille te ne do finché sarai tu a dirmi basta e – se lo desideri – sono anche pronto ad accompagnarti in visita guidata tra i tanti (a volte troppi) servizi.
    Buon proseguimento

    • Sono d’accordo, Stefano. La case history che ho raccontato è, come dire, “il mondo visto con gli occhi di un donatore”. E non è stato un bel vedere.
      Ma è vero: c’è tanto lavoro da fare, ce lo si ripete spesso, a volte con un po’ di stanchezza, altre con la sensazione davvero di poterle cambiare, le cose.
      Grazie per la disponibilità sulla Fondazione don Gnocchi: una visita la farei volentieri, per il 5 per 1000 riaggiorniamoci il prossimo anno :-)
      Grazie e buon proseguimento anche a te!
      Simona

  • Lascia una risposta

    L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *