CSR e corporate fundraising, un binomio che evolve lento

Lo scorso giugno, l’Osservatorio Socialis, in collaborazione con Baxter, FS Italiane, Prioritalia e Terna, ha pubblicato il VII Rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia (se non l’hai già, puoi scaricare il pdf qui). In linea generale, l’indagine rileva una responsabilità sociale nostrana in crescita esponenziale.

Ecco cosa si legge:

L’80% delle imprese italiane con oltre 80/100 dipendenti dichiara di impegnarsi in iniziative di CSR, per un investimento globale che ha raggiunto la cifra record (dal 2001 anno in cui si iniziò a monitorare il fenomeno) di 1 miliardo e 122 milioni di euro nel 2015. Sono i dati più elevati percentualmente degli ultimi 15 anni (fonte).

La CSR sembra quindi e essere diventata un asset essenziale per le imprese.

Tra i temi portanti, troviamo il coinvolgimento dei dipendenti e il clima interno, l’attenzione all’ambiente e la lotta agli sprechi a favore della sostenibilità, l’ottimizzazione dei consumi energetici e il ciclo dei rifiuti con effetti sul business. Ma la motivazione alla base della CSR rimane naturalmente legata al miglioramento dell’immagine aziendale,

segno – come recita il rapporto – che è stata colta dalle imprese la sua centralità nella costruzione della reputazione e del ‘racconto’ d’impresa.

Il rapporto con l’azienda è uno degli aspetti del fundraising che mi stimola di più. Mi piace pensare allo sviluppo di occasioni di crescita sia di ente che di impresa grazie alla reciprocità, attraverso cioè la costruzione di una relazione che sia paritetica e non più subordinata o destinataria di un’azione di beneficenza. Questo approccio è quanto cerco di portare all’interno delle mie organizzazioni e in aula, cercando di far passare il concetto che i risultati migliori, sia in termini economici che di impatto nel tempo e nel territorio, si hanno solo attraverso il cambio di paradigma: da subordinazione a collaborazione.

Assistiamo quindi a un ambito in via di veloce evoluzione. Ma in questo scenario felice, qual è il ruolo del corporate fundraising? E come Terzo settore ed ente pubblico possono essere d’utilità all’impresa? Ancora: quali possono essere le opportunità da cogliere reciprocamente? Quali le basi e quali gli effetti?

A mio modo di vedere,

quello del rapporto tra responsabilità sociale e corporate fundraising è un’azione culturale lenta in un ambiente che evolve velocemente.

Del rapporto tra profit, nonprofit ed ente pubblico, ne parlerò con alcuni protagonisti assoluti, nell’evento pubblico Fundraising e CSR: opportunità e criticità  il prossimo 5 ottobre, dalle 16 alle 17.30, all’interno del Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale in Università Bocconi a Milano. La partecipazione all’evento è gratuita ed è realizzata all’interno del contesto del Fundraising Virtual Hub grazie alla collaborazione attiva di Koinetica a cui va il grazie del network.

Il parterre degli interventi:

FOTO RELATORI 5 OTTOBRE(da sx in alto: Elena Zanella, Tomaso Colombo, Luca Pereno, Luca Guzzabocca, Stefano Cerrato, Nino Santomartino, Federico Mento, Christian Elevati. Programma e bio).

Guarda i risultati del VII Rapporto Socialis in questo breve video:

There are 3 Comments

  • Antonio says:

    Gentilissima Elena,

    questo post e il convegno sono alquanto interessanti per vari motivi. Il primo concerne il fatto che CSR e fundraising – alla luce di alcuni cambiamenti in corso – rischiano di restare vittima della “maledizione di Jason Saul”.
    Saul – affermato consulente di organizzazioni non profit negli Stati Uniti – in alcuni contributi di alcuni anni fa (segnatamente in “Social innovation Inc.”) ha affermato in modo perentorio che fundraising e CSR sono ormai finite, in quanto l’intervento diretto in questioni sociali apparentemente irrisolvibili di imprese private e nuovi filantropi (vedi Bill Gates) è destinato a farle scomparire.
    Secondo Saul le imprese private, invece di fare CSR, faranno sempre di più interventi diretti nel sociale, in quanto conviene (secondo l’approccio della “base della piramide” per cui il numero crescente di poveri e bisognosi è un mercato “inesplorato”) ed è anche più efficace. A ben vedere, fenomeni quali la diffusione di forme di innovazione sociali e delle BCorporations sono spie del fatto che qualche fondo di verità nell’approccio provocatorio di Saul ci sia.

    A mio modesto avviso è questa provocazione/maledizione di Saul una questione di trattare brevemente nel convegno.
    Qual è il tuo parere in merito alle provocazioni di Saul? Grazie.
    Antonio

    • In The End Of Fundraising, Saul invita le organizzazioni a misurare e valorizzare il proprio impatto. Non credo si tratti della fine del fundraising. Credo invece si tratti di una visione futuristica del fundraising. Dobbiamo cominciare a muoverci dal modo in cui concepiamo il FR ed andare verso una forma matura e più evoluta. Io credo che i fundraiser debbano avere un ruolo in tutto questo e debbano pretendere che questo venga loro insegnato. Io la penso così Ne parleremo.

  • Lascia una risposta

    L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *