Cosa resterà dell'#IceBucketChallenge? Riflessioni di un fundraiser

Ice-Bucket-ChallengeSono stata nominata.

Come forse saprai, negli ultimi sette anni mi sono occupata di neuromuscolare e di Sla. Per questo motivo, la causa sostenuta dall’#IceBucketChallenge mi sta molto a cuore.

Ho avuto tutto il tempo per conoscerla bene, di conoscerne il coinvolgimento in termini emotivi attraverso persone a cui mi sono legata molto, alcune delle quali non ci sono più. Ho conosciuto, lavorato e collaborato a fondo con alcune delle organizzazioni coinvolte, per una di queste mi sono occupata di lancio e posizionamento. Quindi, da questo punto di vista non posso essere che lieta del successo ottenuto dall’iniziativa. E lieta che a beneficiarne, con quasi 1,4 mio di euro di raccolta fino a questo momento (è proprio il caso di dirlo), sia stata Aisla, associazione, di fatto, protagonista assoluta del “tormentone globale e solidale” dell’estate 2014.

Ma come ha fatto una sola organizzazione a raccogliere tanto in sole due settimane? Semplice: abilità nel cogliere opportunità.

Questa è la mia, banalissima, analisi. Aisla, che ha costruito il proprio lavoro di ricerca e assistenza nel corso degli ultimi anni, è stata capace di cogliere il momento e spingere l’acceleratore sulla comunicazione:

  • aisla onlus icebucketchallengenon ha perso l’occasione di mettersi in moto subito (qui accanto, il primo post di lancio su Facebook) e di coinvolgere la propria rete – indiscussa – di relazioni, massiccia e influenzatrice, a partire dal presidente Massimo Mauro. Nessuna timidezza. Personaggi (oltre che persone, intendo dire) che hanno risposto all’appello prontamente e hanno giocato. Che abbiano anche donato? Forse sì o forse no, ma cosa importa? I testimonial non donano forse se stessi e, grazie a loro, sono capaci di muovere massa e contributi, facendo la differenza? Appunto. Che poi si sia o meno d’accordo, questa è un’altra storia;
  • ha reso conto, l’Aisla. Costantemente. Rispondendo al bisogno di sapere di un pubblico/donatore che si è fatto via via più insistente, curioso, partecipativo. Ad azione è corrisposta altrettanta reazione.

Attività che non ha avuto pari in altre organizzazioni. Diversamente, avremmo (forse) risultati differenti. La Rete, e i media con essa, ha scelto il proprio paladino.

Ma c’è di più, dietro. Molto di più di ciò di cui i numeri parlano. Con i fondi, Aisla ha di certo conquistato la notorietà che finora forse le mancava verso il grande pubblico e, ciò che più conta, rafforzate credibilità e reputazione (TOMA). A livello globale. Come quantifichiamo questi risultati? Difficile a dirsi.

Sono riflessioni di un comunicatore.

E ora? Qual è l’eredità di questo esperimento planetario?

Come ho scritto sopra, io personalmente ho donato il mio piccolo budget qualche giorno or sono a 6 organizzazioni. L’ho fatto un po’ per cuore e un po’ per studio. Ho donato ma solo a chi me lo ha chiesto. Così, semplicemente. Se fossero state di più, avrei donato a più enti con quote minori. Ma quello che mi interessa capire ora:

queste organizzazioni come gestiranno i pochi, tanti o tantissimi nuovi donatori che hanno risposto e hanno donato a quello che, non temo smentite, può essere paragonato a una piccola “calamità naturale”? Cosa ne sarà di noi? Qual è il ruolo che avremo da qui in avanti?

E ancora:

Quanto è il raccolto? Quanto viene investivo? E come viene investito? In che tempi? E quali i risultati nel breve, medio, lungo periodo?

Sono riflessioni di un fundraiser.

In tutto questo, il ruolo del social media è indiscusso e i punti di forza che hanno reso virale l’#IceBucketChallenge decretandone il successo in tutto il mondo, o almeno in quello occidentale, sono presto detti:

  • causa sociale che funziona, capace di “toccare” le corde emotive del pubblico al quale si rivolge;
  • meccanica semplice e crossmediale;
  • protagonismo e personalizzazione: l’edonismo e il bisogno di sentirsi parte di una comunità, è il caso appunto delle nomination, sono componenti che non vanno trascurate;
  • marketing non convenzionale: metodi alternativi e nuovi di promuovere un’attività o una causa possono essere un successo se hanno, come ingrediente, il divertimento. Un esempio di successo tutto italiano è la Festa Rock a favore della ricerca clinica sulla Sla. Promossa da Slanciamoci Associazione Non Profit, ha raccolto e destinato al Centro Clinico NEMO oltre 200mila euro nel corso di questi ultimi anni. L’idea è semplice e vincente. Ne parla Nanni Anselmi, presidente e malato di Sla, sulle pagine di Vanity Fair online.

Chiudo con un ultimo aspetto: la trasparenza. Argomento che preoccupa tutti, compresi gli Stati Uniti, Paese in cui sono stati raccolti oltre 40mio di dollari a favore dell’Alsa, organizzazione locale per la SLA. A parlarne a Bloomberg Tv, Ken Berger, presidente di Charity Navigator.

L’invito di Berger:

E’ importante che l’organizzazioni racconti “molto rapidamente” che cosa ha intenzione di fare con il denaro raccolto. Le persone se lo aspettano. E questo è un aspetto molto delicato che non va perso di vista.

Rapidamente: avverbio che Berger sottolinea più e più volte nel corso dell’intervista.

Ecco il tweet dal quale raggiungere il video che nessun fundraiser od operatore di Terzo settore può permettersi di perdere. Credetemi sulla parola. Non dico altro ;). Per chi non avesse Twitter, l’invito è su Bloomberg Tv a questo link. Buona visione.

Se lo vorrai, sarei felice di sapere cosa ne pensi!

https://twitter.com/kenscommentary/status/505139761959288833

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Picture: Txs to Elite Daily – The Voice of Generation-Y, The Story Behind The Ice Bucket Challenge Spreading ALS Awareness Around The World, Anthony Selden • Aug 11, 2014

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Aggiornamento del 17 settembre: interessante analisi su Youtube di Giorgio Taverniti (@giorgiotave) sull’evoluzione del fenomeno. Ve ne consiglio la visione.

Aggiornamento del 26 settembre: #IceBucketChallenge: raccolti 2,4 milioni per la Sla. Ecco come saranno spesi di Corriere Sociale.

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Elena Zanella

There are 4 Comments

  • cristina galasso says:

    Grazie per questo post che fa un po’ di chiarezza su un fenomeno (e un tema) che merita senz’altro un’attenta riflessione. Sono molto d’accordo con quel che scrivi riguardo all’Aisla: è stata molto brava e veloce a cogliere l’opportunità che si apriva con il lancio della campagna americana e a spingere sull’acceleratore della comunicazione (social). Un grande e indubbio successo ma, mi domando, in Italia sarebbe stato possibile senza il ‘lancio’ americano? Da noi credo si debba ancora vedere una grande campagna di fundraising tutta giocata sui social ma certo è, come anche tu sottolinei, che questa estate abbiamo imparato molto, tutti.

    • La mia opinione è che no, non ci sarebbe stata la stessa eco se a promuoverla non fossero stati gli Stati Uniti. Questo è indubbio. Poi no, non credo affatto che il fundraising cambi. Né qui, né là. Sono casi unici e come tali vanno considerati. Grazie per il tuo commento, Cristina!

  • Qualcuno pensa che questo fenomeno cambierà il modo di fare fundraising….vedremo. …io non sono pienamente convinto di ciò. L’esperienza non è certo ripetibile…chi ha raccolto se era già preparato a gestire bene il fundraising ( database, gestione dei donatori, capacità di rendicontazione sociale ecc.) trarrà vantaggio da tutto ciò. La sfida è sempre quella di mantenere il donatore nel tempo e possibilmente coinvolgerlo di più sulla tua causa. …l’esperienza mette poi in luce dei fattori di successo (Elena li ha messi molto bene in evidenza) e questo è un insegnamento per tutti. …

    • Io, come te, non credo affatto che il fundraising cambi, d’ora in poi. In questi casi, sono dell’idea che si debba cominciare a parlare di fr solo dopo, ovvero a partire dalla gestione. E rispetto a questo sono curiosa e in attesa.

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