Chi guadagna a provvigioni è un fundraiser. O no… (?)

Lancio il sasso.  Vorrei riaprire una discussione che, tra l’altro, ho letto essere stata affrontata da qualche altro mio collega in passato  (vedi per es. Beppe CacòpardoValerio MelandriFrancesco Quistelli): l’annosa faccenda del popolo dei dialogatori o di coloro che vengono definiti, non senza un certo appealing, i promoter del nonprofit.

Non è mia intenzione disquisire sui termini. Non è infatti in discussione la tecnica del face to face. Tra tecnici, sappiamo molto bene quanto la relazione interpersonale sia alla base di un’efficace campagna di raccolta fondi. Nemmeno desidero cassarne l’adozione da parte di una onp: potessi, lo farei anch’io…

Le domande che vi pongo sono molto semplici: chi si occupa di face to face fa fundraising? E ancora: chi si occupa di face to face è un (potenziale) fundraiser?

Le mie risposte sono Sì e Dipende. La prima è evidente; la seconda è legata al fatto che lavori a provvigioni o meno. Se lavora a provvigioni è un agente di commercio. E un dialogatore che accetta di guadagnare un fisso + una percentuale sul ‘venduto’ rientra, a mio modo di vedere, in questa categoria.

Da fundraiser ho sposato un’etica professionale che mi impone rigore nei modi e nei contenuti. Trasparenza e correttezza nei confronti del donatore e dell’onp per cui lavoro. La medesima deontologia la richiedo ai miei collaboratori e me l’aspetto da chi ha deciso di intraprendere questa professione.

Non c’è dubbio che il face to face fr sia efficacissimo per l’organizzazione ma sono convinta che questi metodi di affiliazione siano controproducenti con l’andare del tempo per due motivi:

  1. è facile che il giovane motivato (e molto) finisca con il perdere di vista la motivazione iniziale anteponendo la performance personale al valore etico. Insomma, il cinismo tipico e genuino del fundraiser non è detto che non lasci il posto all’opportunismo personale.
  2. la modalità push (invadente ed insistente) finisce con il ledere l’organizzazione.

Il disamore da parte del pubblico può diventare crescente se bambini ed enciclopedie vengono messi sullo stesso piano. A me è successo. E non mi è piaciuto che si sia fatto leva sui miei valori di donna e mamma per propormi un sad continuativo. Un modo veloce e sicuro per perdere reputazione e credibilità nei confronti delle persone che donano con il cuore. Nel contempo, un modo veloce per fare fuggire, a mio parere, giovani motivati che con slancio desiderano entrare in questo mondo: che ci mettono tutta la passione, la volontà e aspettative concrete.

Metto sul banco degli imputati la modalità retributiva. Lo stesso pensiero va alla scelta di un fundraiser di farsi pagare a risultati raggiunti su base percentuale.

Se  ne è parlato. Se ne parla e se ne continuerà a parlare.

Ma ora che la base di interesse cresce in termini di numeri e matura in termini di competenze, è arrivato forse il momento di chiarire questo aspetto una volta per tutte e farlo diventare una discriminante non solo metodologica ma di requisiti di selezione.

In gioco c’è la reputazione della professione e la credibilità di un settore.

There are 21 Comments

  • Ciao Elena, anche io sono preoccupata per la credibilità del nostro settore, minata
    da modalità sempre più aggressive di raccolta fondi oltre che dall’annosa questione
    sulla retribuzione a percentuale.

    Per quanto mi riguarda seguo il codice ASSIF, che vieta la retribuzione a percentuale.

    Detto questo, vorrei soffermarmi sul Face to Face. Ho sempre più l’impressione
    che sia efficace nel breve periodo, non nel lungo, e che comunque rappresenti
    un pericolo per la credibilità e per la reputazione delle associazioni.
    Come tanti, sono stata fermata da diversi ragazzi e/o ragazze, entusiasti, certo,
    ma così frettolosi nel proporre la donazione continuativa, da dimenticare la causa
    per la quale la richiedevano o da ripetere a pappagallo due informazioni due su questa
    o quella organizzazione. E sto parlando di realtà internazionali…

    Ho diverse amiche e conoscenti che sono stati contattati addirittura al citofono
    di casa loro da giovani al lavoro per una nota associazione internazionale
    che richiede il sostegno a distanza. Risultato? Reazioni di fastidio e considerazioni
    del tipo “Adesso ci si mettono anche questi, oltre ai testimoni di Geova e ai venditori
    di aspirapolvere. E questi non hanno neanche il vantaggio di pulirmi un tappeto gratis,
    no, ti chiedono subito soldi.”

    Pensando ai tanti ragazzi/e che lavorano per il Face to Face il mio sguardo cambia.
    Mi fanno tenerezza per lo più. Li vedo giovani, entusiasti, pieni di energia ma anche “soldatini omologati”. Mi rendo conto che per molti di loro si tratta di un lavoro necessario
    a iniziare un cammino di autonomia economica. Penso però a quanto si perdono entrando nel terzo settore da questa via, focalizzata solo sul risultato economico e non
    su un cammino di semina, crescita, maturazione e raccolta.

  • Grazie per il tuo pensiero Eleonora. Condivido totalmente la tua visione e in tutta onestà sono lieta di non essere solista.

  • Roberta Soldati says:

    Ciao Elena,mi accodo anch’io alla riflessione, sono totalmente d’accordo con il pensiero tuo e di Eleonora, aggiungo però un paio di cose:
    La prima preoccupazione è che questi ragazzi giovani, giovanissimi, che ti fermano proponendoti modalità di sostegno e affiliazione non sempre sono animati da entusiasmo e aderenza alla causa, o meglio lo sono perché naturalmente entusiasti ma non cambierebbe nulla se promuovessero uno spettacolo teatrale, un buono sconto dal parrucchiere o una svendita straordinaria di articoli casalinghi. Non so se mi sono spiegata, la retribuzione a percentuale dà alla persona che si avvicina l’idea che l’importante è la quantità, più vendi più guadagni. Io giovane studente per definizione spiantato, per avere qualche soldo posso decidere di fare il promoter di cosmetici, la hostess al supermercato e da oggi anche “il fundraiser”…insomma rientra in quella lista di “lavoretti”, nulla a che vedere secondo me ne con il fundraising ne tanto meno con i fundraiser.
    Mi metto nei panni dei passanti, come lo sono io tutti i giorni quando passeggio sotto i portici davanti l’ufficio, gente di corsa in pausa pranzo che viene fermata rispettivamente dal ragazzo nigeriano che propone i suoi libri, da due promoter di sky che propongono pacchetti vantaggiosi, da due hostess Vodafone con miriadi di offerte e da 3 ragazzi con una pettorina che propongono una donazione annuale per le adozioni a distanza, per salvare le balene, per costruire pozzi…già solo dirlo così hanno perso di importanza e significato: quel passante alla fine della via prende il malloppo che ha in mano e lo lascia nel cestino..siamo poi cosi sicuri che questo face to face sia efficace?

  • Giovanna says:

    Ciao Elena, mi trovo perfettamente d’accordo con voi.
    Non sono contro il face to face a priori, anzi. Credo rappresenti un’opportunità di raccolta fondi / adesioni alla mission.
    Certo la questione della retribuzione a percentuale e le modalità che non mirano alla fidelizzazione, nonostante l’interazione personale che per forza di cose deve instaurarsi, mi lasciano perplessa sull’efficacia di questo metodo.
    Alcune persone che sono a conoscenza del fatto che “cerco soldi” per una ONG, spesso associano il mio lavoro con “stare per strada a chiedere soldi”, che di per sè potrebbe appunto rappresentare un’altra modalità, più territoriale e diretta di richiedere soldi….ma non è il caso del face to face, per diversi motivi: primo perchè se non si presta attenzione ad una buona formazione e ad una grande motivazione di base si rischia di sembrare aggressivi e di preparare una serie di persone omologate con il solo obiettivo di “fare più rid possibili”; in secondo luogo credo sia una questione etica e morale che non riguarda solo l’onp di riferimento, ma tutto il sistema non profit, quindi occorre interrogarsi e molto sulla questione.
    Infine, in un periodo cosi delicato di crisi economica, il face to face non rappresenta, secondo me, il modo migliore per parlare davvero al cuore della gente e far passare un messaggio di attivismo, di giustizia, di lotta alla fame e alla povertà ecc…
    Personalmente, a causa di queste “mancanze” non posso parlare di fundraiser quando penso ad un dialogatore, con tutto rispetto per il prezioso e duro lavoro che svolgono. Tuttavia credo valga la pena interrogarsi per apportare delle migliorie al sistema a partire dalla fidelizzazione degli stessi dialogatori alla causa dell’ONG.

  • CIra says:

    Cara Elena, sfondi una porta aperta…. Pur non essendo una esperta di fundraising non ho dubbi: no alle provvigioni, no al face to face nel terzo settore e, aggiungerei, in particolare nell’associazionismo. Sai bene quanto io creda nella necessità di sempre maggiore sviluppo di competenze e professionalità nell’ambito del non profit ma queste, senza “attitudini personali” che consentono di sposare innanzitutto la mission non sono sufficienti. Le provvigioni, in particolar modo, riducono la raccolta ad un mero principio di quantità rischiando di far passare in secondo piano gli obiettivi della raccolta stessa che, in maniera più o meno diretta, devono poter essere ricondotti ad una progettualità che traduca in risultati gestionali i valori e i principi che sono alla base di ogni onp. E’ la progettualità che dà al donatore la possibilità di dare concretezza al suo gesto e garantisce trasparenza. Solo il raggiungimento di obiettivi così intesi può dare al fundraiser la carica e la motivazione a “trovare i soldi”, perchè quei soldi servono ad un determinato scopo che non è certo la percentuale che si incasserà…

  • franco belletti says:

    sinceramente non sono molto addentro al mondo del fund raising sociale, mi occupo di progettazione soprattutto in campo culturale e non riesco a capire come la modalità di retribuzione del lavoro possa definire l’appartenenza al “mondo dei bravi e corretti” oppure no. pur lavorando per alcune istituzioni prestigiose in campo culturale ho costruito un rapporto professionale (credo di soddisfazione e stima reciproca con i miei clienti) con un meccanismo che prevede una percentuale se il progetto viene finanziato, mentre una parte della percentuale viene pagata comunque. quindi sono deolontogicamente scorretto e poco professionale ? va ricordato inoltre che ci sono anche organizzazioni più piccole che spesso non sono in grado di investire completamente “a prescindere” dal risultato. io vi parlo della mia esperienza professionale, ma credo che il mondo del fund raising sia ampio e vario e non mi sembra così negativo se, ad esempio, uno studente fa fund raising, in una delle su forme, per un breve periodo della sua vita per pagarsi gli studi: si farà una bella esperienza e troverà risorse per un’organizzazione sociale, culturale… franco belletti

  • Grazie a tutti. Era facile immaginare che il tema avrebbe riscosso l’interesse di molti. Non speravo, però, di ricevere così tanti contributi e ne sono lieta. Come ho scritto e detto in altra sede, sono felice che il settore sia così vivace e vitale! C’è davvero molto in cui credere! La mia posizione è netta in questo frangente. Ma, è ovvio, è una posizione. Condivido le impressioni di Eleonora, Roberta, Giovanna e Cira: un aspetto che appare evidente è la necessità della professionalità e della preparazione attraverso lo studio. Mentre l’improvvisazione può dare riscontri immediati e tangibili nel breve periodo, nel lungo periodo non funziona. Oltre a non funzionare fa perdere energie e frustra. Se vogliamo che un’attività renda, alla base vi deve essere una buona pianificazione strategica. Va da sé che questo approccio passi attraverso la preparazione (oltre a tanta perseveranza).
    Provo a rispondere, così, al post di Franco: rispetto la tua posizione ma non la condivido. Non credo che la modalità retributiva faccia rientrare nel mondo dei bravi e dei corretti piuttosto che in quello dei cattivi e scorretti. E’ una scelta di campo. Io, personalmente, condivido quanto proposto da Assif che si propone (non impone) un codice di condotta e che si regolamenta anche in termini di modalità di retribuzione oltre che di comportamento.
    Sono dell’idea che anche in questo settore, come in altri, vi debbano essere dei criteri condivisi dai professionisti. Credo che il mercato sia sufficientemente maturo per costruire un’identità del professionista della raccolta fondi e per farla rientrare a tutti gli effetti nell’elenco delle professioni. Mi piacerebbe che un giorno alla domanda ‘cosa vuoi fare da grande?’ un bambino rispondesse deciso: ‘il fundraiser!’.
    Sulla possibilità o meno di investire della onp, ritengo infine che una organizzazione nonprofit sia un’impresa e, come tale, debba essere gestita, al di là dell’oggetto sociale per cui è nata. E il fundraising è un comparto assolutamente strategico per farla crescere. Non si può prescindere dall’investirvi. Ci sono tuttavia altri metodi – come fee a obiettivi raggiunti – che non passino necessariamente dalla provvigione.
    Su questo appunto sto preparando un post che credo (e spero) stimoli lo stesso interesse.

  • I dialogatori professionisti alla lunga ci inguaieranno il mercato. Così come avviene per le azioni di promozione outbound delle compagnie telefoniche e ora di quelle dell’energia. D’altro canto molti di quelli che si sono bruciati nei call center delle telefoniche adesso stanno ai banchetti delle ong…..

    Non ne faccio una questione morale. QUesti ragazzi sono bravi ragazzi. Alcuni capaci. ALtri, lasciamo stare……

    Il problema è che il mezzo (che pure in questa fase di forte pressione delle organizzazioni tende a produrre risultati) andrà a mortificare la identità più forte delle non profit che è quella della adesione alla cuasa. Certo questi giovani saranno sensibili alla causa, ma non sono lì per questo. Sono lì per vendere. La differenza non è piccola. E il donatore (che ricordo ha una laurea e mezzo, è di status sociale medio alto e ha forte soggettività e capacità di consocenza e informazione) lo sa e se ne accorge.

    Io lo sconsiglierei. Pronto però onestamente a ravvedermi. Lo sconsiglio sicuramente a quelle organizzazioni che non hanno un marchio forte e che quindi non possono utilizzare al massimo gli effetti mass markt del marchio verso un pubblico generalizzato.

    Invece consiglio di prendere il sistema professionale del “dialogatore” e applicarlo ai propri voltonari per strutturare contatto diretto nel fund raising. Se il contatto diretto viene fatto dai membri della organizzazione verso persone con le quali ci sono relazionik vere e non “para comemrciali”, allora non ce n’è per nessuno.

    Insomma buona la tecnica e buona la strategia. Meno buona la modalità di implementazione.

    SUlla provvigione? Bhe se sei una organizzazione di tipo commerciale (e ce ne sono, eccome!) allora ci sta. Intanto il donatore lo sa che il giovane guadagna anche nella misura in cui acchiappa donatori. E’ inuitle prendersi in giro. Se sei una organizzazione con uan forte identitò di volotnariato e di adesione alla causa, allora lo eviteri. Comunque il lavoro umano è un costo e va sostenuto Per cui, sempre con un minimo di etica e di rispetto per le risorse umane, ognuno può trovare il sistema migliore

    Buon lavoro a tutti.

  • Valentina says:

    Inutile ripetere quanto detto sopra, concordo pienamente con Elena. Vorrei solo porre l’attenzione su un punto che qualche anno fa mi ha toccato di persona. Giovane neolaureata con qualche iniziale esperienza professionale assolutamente profit cerco di entrare nel non profit – mio sogno – ebbene porte chiuse ovunque!
    Tra le pochissime possibilità quella del volontario (e come lo pago l’affitto) oppure del dialogatore… a quest’ultima ho detto di no, ma per una buona parte dei giovani sembra un’opportunità e poi invece si scontrano con la realtà puramente commerciale che ci sta dietro e, a volte, loro stessi iniziano a non credere nella possibilità concreta di lavorare nel terzo settore. Io sono stata fortunata, mi e’ stata data la prima opportunità di lavoro tramite conoscenze…. ma ancora una volta: come si entra in questo settore? devo per forza fare un master? devo fare il volontario per anni fino a che qualcuno mi nota…. Oggi esistono delle bacheche di lavoro ottime: Vita, Assif, Socialidarity… ma credo che ancora sia un mondo poco accessibile. Forse una riflessione da chi nel non profit fa selezione non sarebbe male…

  • Riccardo says:

    Vedendo il post in Lista Etica non ho potuto resistere dall’intervenire come tu stessa hai invitato a fare nel tuo blog e io con piacere porto la mia esperienza calda calda.
    Innanzitutto penso che a mio avviso siamo di fronte ad una bolla del fenomeno del Face to face a provvigioni veramente tanto grande e sittile quanto drammaticamente tragia e scandalosa.
    Mesi fa ho collaborato con la Appco Italia (Cobra group) credendo di essermi inserito non tanto nel fund-raising ma almeno nella manovalanza dui esso. Invece ho dovuto scoprire ben altro . Un’agenzia che a fasi alterne lavora per Save the Childern, Unhcr e Airc utilizzando gli stessi metodi e cultura del rampantismo di una qualsiasi agenzia di venditori porta a porta del for profit.

    Un lavoro che a suo tempo avevo cercato perché uno dei miei desideri era proprio quello di lavorare nel no-profit, in quanto facevo ciò che esattamente credevo.
    Collaborando in tale società però ho scoperto un mondo che sinceramente avrei voluto non vedere.
    Ho trovato persone di successo in quella società che non esprimeva il benchè minimo interesse per i contenuti per cui raccoglieva i fondi. Mi domando come si possa pensare di “cambiare il mondo” con persone che nei briefing che facevamo ogni giorno prima di andare sul campo ti parlavano della bellezza di “fare i soldi” e di non preoccuparsi per i colleghi ma di pensare esclusivamente alla propria carriera e che a fine giornata di un banchino o porta a porta la domanda fatidica era esclusivamente “quanti pezzi hai fatto?” e se superavi un certo numero di pezzi, considerato accettabile, eri festeggiato e osannato e se invece ti tenevi al di sotto di tale soglia dopo un po’ di tempo venivi emarginato se non addirittura mobbizzato, tutto ciò perché i tuoi risultati, sott’intesi in senso economico, erano “di merda” come spesso ti veniva detto!
    Oppure che le donazioni piccole erano “carta igenica”!!!!
    Avendo visto questo pensavo di aver già visto tutto di quella società. Invece quando sono andato a fare visita in altri centri ho trovato un clima ben peggiore in cui, durante un briefing Il presidee del centro di turno una volta dichiarò esplicitamente “ di questo lavoro non mi frega niente, faccio questo perché guadagno tanti soldi, 6000 euro al mese, se mi date un altro lavoro in cui possa guadagnare di più ditemelo perché prima possibile voglio comprarmi una nuova auto più potente, TV led, idromassaggio …ecc…”, rimasi ovviamente allibito,scandalizzato offeso nel profondo all’udito di simili parole, soprattutto pensando ai sani principi delle organizzazioni clienti, alla fame e le enormi ingiustizie che attanagliano il mondo odierno per non parlare dell’altriusmo e fiducia che avevo trovato nei donatori che anche con me avevano sottoscritto il rid, COME SI PUO’, MI DOMANDO, ANCHE SOLO PENSARE DI FARE SOLDI SU CERTE SITUAZIONI E CERTI PRINCIPI, SENZA IL MINIMO SENSO ETICO. Altri colleghi mi hanno poi confermato che, facendo visita in altri centri d’Italia la situazione era simile se non ancora peggiore.
    Uscito da quel lavoro ne ho immediatamente parlato con le dirigenze di lle ong clienti che mi hanno promesso che appureranno maggiormente la questione nonostante i chiaramenti e cambi di rotta avuti in passato.
    Però, non credo di essere un puritano se mi scandalizzo ugualmente di fronte agli stipendio milionari che la dirigenza di tale società prendeva per non parlare dello sfruttamento a cui sono sottoposti i dialoga tori con orari sempre più “elastici” a piena discrezione della società anche degli oggetti personali per portare a termine il lavoro . Per carità tutto ciò nei limiti del lecito e rispettando il contratto ma sappiamo che ci sono tanti modi per sviare tali regole no?

    Quindi io capisco l’esigenza impellente di queste ong di reperire sempre più finanziamenti per i propri obiettivi e progetti, ma mi domando come si possa raggiungere alla lunga la vision dichiarata se nella parte del mondo dove si reperiscono finanziamenti questi non sono totalmente limpidi, giacché dati da sfruttamento lavorativo e scarsissima coscienza da parte di chi dona o raccoglie. Non sarebbe forse meglio, se necessario, RINUNCIARE a certi finanziamenti e donazioni e “guadagnarli” molto di più sul piano etico. Trovando ad esempio donatori molto più consapevoli e sensibilizzati e qualificando molto più tutto il sistema della donazione.

    La mia paura più grande è che questo sistema prima o poi esploda e lì saranno guai non solo per le Ong che collaborano con Cobra group- Appco ma anche per tutto il sistema del no-profit. Per essere espliciti penso che il pericolo più grande è che le persone non percepiscano più la differenza tra no e for-profit, e il guaio soprattutto in termini di fiducia sarebbe grandissimo!

    Con amicizia

    Riccardo

  • Grazie Riccardo. La tua è la testimonianza di un ex dialogatore di cuore: è prezioso e davvero interessante quanto descrivi. Non sapevo dell’esistenza di questa società ma è, per l’appunto, una società e non mi sorprendo dell’approccio.
    Condivido quanto scrivi rispetto alle organizzazioni che decidono di adottare queste strategie e mi auguro che provvedano alle verifiche così come promesso.
    Sul timore che tutto ciò infici la bontà del settore posso dirti la mia: il rischio c’è ed è reale e neanche tanto trascurabile. Ogni tanto si legge sui giornali di qualche scandalo legato al nostro mondo. Ma noi abbiamo le spalle larghe e abbiamo tanto di buono e bello che ce la facciamo a venirne fuori. Sempre e a testa alta!
    :)

  • Elena, aggiungo un commento, per quanto tardivo… e mi esprimo “dalla parte dei giovani”.

    – quando c’è entusiasmo, ci si butta. Pensa te poi quando la prospettiva é di contribuire di grande, bello, di valore! Metto sul banco degli imputati le società di direct, che volentieri vendono fumo usando una comunicazione seducente, galvanizzante per poi offrire ben poco a livello di formazione e motivazione.
    – quando sei studente/neolaureato, cerchi di arrotondare o di mantenerti in toto: di nuovo sul banco certi annunci di società di direct che presentano l’offerta come “ideale per gli studenti”, mettendo il face to face alla pari del porta a porta “da svolgere nel tempo libero”.
    – un soldo guadagnato in più, specie di questi tempi, non puzza: sul banco degli imputati anche certi dialogatori, a cui credo si possa dare il demerito di fare davvero male il proprio lavoro. E dico io, sapendo anche di farlo male! Se davvero sei motivato/a, trasmettilo! Impegnati a far sentire questa passione! Oppure, se stai proponendo SAD come se stessi vendendo frullatori (magari pure ottenendo risultati negativi), rivaluta il perchè stai indossando una pettorina dell’Unicef! Ma se la questione é solo o prevalentemente “porto a casa tot € a rid, allora si creano delle enormi distorsioni di sistema. E quindi ancora dito contro le società di direct per abbandonare a se stessi decine di dialogatori che difficilmente potranno imparare dai propri errori ed esperienze e capire se quel che fanno effettivamente fa per loro.
    – questione retribuzioni: il dato di fatto é che le retribuzioni nel non profit sono basse (e per piacere, pensiamo non ad Airc ma alla galassia di piccoli e medi enti che fanno il terzo settore in Italia). In alcuni casi, troppo basse. E se allora un giovane vuole mettere piedi nel terzo settore come lavoratore e non come stagista o volontario, ragionevolmente, quante altre alternative ci sono ad accettare la provvigione? Se eticamente il pagamento a % (in toto o come incentivo) é molto discutibile, praticamente rappresenta una modalità retributiva che, in mancanza di una contrattualistica di settore e di standard retributivi appetibili, può essere comunque allettante. E aggiungo, in taluni casi (= disoccupazione) anche MOLTO allettante. Sul banco degli imputati: tutti quanti!

    Un carissimo saluto Elena e buona lavoro!

  • Giovanni says:

    Ciao,

    io lavoro come dialogatore da un anno, e mi piace tantissimo questo lavoro, soprattutto perché ho ricevuto una formazione direttamente dalla ONG con cui collaboro, non ho MAI avuto a che fare con agenzie, nessuno mi ha mai emarginato per scarsi risultati nè osannato per buoni risultati, siamo un gruppo di ragazzi molto motivati verso l’associazione e tra di noi qualcuno è anche volontario nella stessa ONG, di cui non voglio fare il nome. Io credo che la GRANDISSIMA DIFFERENZA è fatta dalla selezione e dalla formazione. Se questa è fatta direttamente dalla ONG, conterà tantissimo la motivazione verso l’associazione, oltre ovviamente alla capacità comunicativa. L’agenzia invece guarderà solo la seconda, con gravi picchi di competizione,rampantismo, voglia di soldi e basta.

    Che ne pensate?

    Ricordate che per le ONG completamente indipendenti il dialogo diretto è la fonte di sostegno principale, circa l’80% dei fondi provengono dai dialogatori. quindi è un settore molto importante, esattamente quanto gli altri.

  • Grazie Giovanni. La tua esperienza è la benvenuta e la prima davvero positiva. Sono certa che vi siano le differenze. Ma è per questo che è giusto che se ne parli: per far emergere quanto di buono e virtuoso vi sia. Non vedo, però, dove sia il problema a fare il nome di una ONG che lavora bene… Può solo essere d’esempio per altre e destinataria dell’interessa di chi vuol fare questo tipo di esperienza.
    80% dei fondi dai dialogatori? Ne sei certo? Sono davvero curiosa di sapere di chi si tratta.

    • Giordano says:

      Io mi chiamo Giordano e ho fatto il dialogatore in vari periodi della mia vita e di nuovo adesso.
      Posso solo che sottoscrivere ciò che dice Giovanni perché vale anche per me, eppur comprendo le ragioni degli altri commentatori perché ho visto la Appco e so come lavora.

      Io direi che come in tutte le cose, la realtà stia nel mezzo: ci sono ottimi dialogatori e dialogatori scarsi, Ong virtuose e attente e altre svasate che si affidano a società di direct poco trasparenti.

      Ma a voler buttare via il bambino con l’acqua sporca, si fa un gran peccato.
      Innanzitutto, partiamo dalle critiche etiche. Dite che il dialogo diretto è troppo commerciale, che vi fa pensare ai promoter di telefonia.
      Ma scusate, allora invece la vendita di rose e fiori di cioccolata a scopi benefici non può essere criticata allo stesso modo? Direte ovviamente di no, ma quante iniziative del fundraising tradizionale si accompagnano ad una sensibilizzazione effettiva sulle cause umanitarie?
      Siete contrari al metodo delle provvigioni. Bene, quindi condannate anche le piattaforme di crowdfunding stile Kickstarter che vivono di quelle?
      I dialogatori costano troppo? Insomma… Airc, che non se ne avvale e promuove spettacoli, rose per la vita eccetera nel 2009 finiva col dover dedicare il 49,6% del suo raccolto annuo a pagare le spese di marketing e amministrazione (fonte: http://m.ilgiornale.it/news/0001/01/01/-/0/ )

      La grande potenzialità ancora poco espressa dei dialogatori è quella di avere nelle strade e nelle piazze d’Italia dei veri conferenzieri/predicatori anche un po’ spettacolari capaci di sensibilizzare sul serio sui problemi per cui esistono le Ong e su come queste cercano di lavorare e con quali risultati.

      E gli SMS solidali, con cui uno scribacchiare che so “terremoto” così, senza sapere né perché né per come, e pensa che ha partecipato a una causa sociale (e magari gli hanno solo fregato 2 €), non sono un po’ più minacciosi per il terzo settore?

  • Francesco says:

    Ciao a tutti. Ho letto parecchi interventi proprio perchè la mia intenzione sarebbe di intraprendere la carriera di fundraiser o di Responsabile Ufficio Stampa per il settore No Profit. Ho compreso la diatriba ed ammetto di fare parte anche io della categoria dei sospettosi riguardo gli interessi delle agenzie di Fundraising.
    Mi sono recato ad una ONG che si occupava di Adozioni di bambini, sentendomi molto motivato, alla quale mi sono proposto come Responsabile Ufficio Stampa, perché c’era un posto vacante, ma a tutt’oggi non ho avuto risposta.
    Nel frattempo ho inviato un curriculum ad un’Agenzia di Fundraising che mi ha chiamato quasi subito ed il sospetto di cui sopra si parla si potrebbe fare concreto.
    Secondo voi come mi devo comportare al colloquio?
    Che cosa mi dovrebbe fare rizzare le antenne?
    E’ possibile che esistano agenzie serie anche realmente interessate alle ONG oppure è ovvio che ci sia sempre un interesse prioritario nel fare budget di quantità più che di qualità…
    Qualche consiglio? Quali sono le migliori ONG?
    Quali sono le migliori Agenzie di Fundraising?
    FfiMa si guadagna abbastanza per sopravvivere aiutando il prossimo? (scusate il ‘cinismo’)
    Se potessi guadagnare dignitosamente aiutando il prossimo, per quello che posso offrire e secondo le mie competenze, sarei molto felice di mettermi al servizio sia del Fundraising che delle ONG, ancora meglio se in qualità di Addetto Ufficio Stampa.
    Ho 34 anni, in parte sono un profano del ‘settore’ No Profit, avete qualche consiglio da darmi?
    Grazie per l’attenzione…

  • Alessandro says:

    Salve a tutti, scrivo semplicemente perchè mi sono trovato a provare le esperienze in entrambe le categorie “fundraiser” e “agente di commercio”; e volevo condividere le mie impressioni vedendo cosa ne pensate.
    Innanzitutto trovo che queste due definizioni descrivano fantasticamente le differenze tra le due realtà, e penso anche che tutto sia legato principalmente al tipo di persona che fa raccolta fondi, infatti ciò che differenzia maggiormente l’azienda’ e l’organizzazione’ è il modo di reclutare personale oltre alla formazione cui è sottoposta. Ci troveremo inevitabilmente davanti a un grande mix di dialogatori “charity” legati alla causa e “venditori” veri e propri, e se la vediamo dal punto di vista strettamente etico la differenza è lampante, nulla da dire.
    Al contempo, e di questo mi sono accorto appunto quando lavorai internamente ad un ong e non una società (in cui già avevo lavorato), l’introito è completamente diverso, non solo parlando di breve termine.
    Vi faccio un esempio molto pratico, non mi sento di fare nomi per rispetto verso società e organizzazioni.
    L’azienda per cui ho lavorato, società esterna alle ong e incaricata dalle stesse di fare raccolta fondi, raccoglie in Italia più o meno 40000 sostenitori l’anno, con un tasso di donazioni cadute (calcolato al momento su 5 anni) del 17,5% e un costo per il marketing di circa il 15% sul raccolto.
    L’ONG all’anno invece raccoglie 8000 donatori circa, il 16,0% cadono entro i 5 anni, e spende il 13,5% del totale.
    Ora, anche supponendo che con l’andare avanti del tempo queste percentuali si discostino molto (improbabile data la “fedeltà” all’organizzazione dopo 5 anni e l’eventuale programma di sensibilizzazione indiretta tramite i media) la differenza è enorme.
    Io personalmente guadagnavo 21000€ netti a PROVVIGIONE l’anno con la società, gestendo più o meno 8 persone che producevano 50 sostenitori la settimana.
    Ne guadagnavo 18000 netti FISSI con l’ONG gestendo una dozzina di dialogatori che producevano almeno un 20% in meno.
    Oltre a questo è da considerare la velocità di espansione, ovviamente molto diversa, tra un programma che genera FORMATORI FUNDRAISING, che ne sanno a pacchi e ci tengono all’organizzazione, e uno che crea solitamente PROCACCIATORI D’AFFARI se non addirittura IMPRENDITORI, che guadagnano parecchio e sanno gestire una società.
    Questo porta a riflettere sul fatto che le persone hanno sempre più bisogno di SOLDI, e sempre meno tempo da investire negli INTERESSI, ecco cosa spaventa di più a mio parere.
    L’intreccio delle realtà porta quindi a una maggiore POSSIBILITA’ da parte delle ONG che aumentano il loro capitale, INVESTONO di più, si trovano a dover COPRIRE LE SPESE e dovranno sempre più affidarsi alle SOCIETA’ ESTERNE. La cosa non mi esalta, ne mi dispiace, lo trovo il corso naturale degli eventi a questo punto.
    Parlando strettamente del dialogo posso dirvi che dipende da chi gestisce i dialogatori, sia ‘provvigionali’ che ‘fissi’, visto che la qualità dei donatori influenza i guadagni della ONG e dei DIALOGATORI, come quelli di una SOCIETA’ e dei VENDITORI, in quanto per l’ultima una buona reputazione porta a poter lavorare per più organizzazioni, e ad essere pagata di più in quanto aumenta considerevolmente l’introito per esse.
    Brutto dirlo, ma effettivamente un po’ come per una compagnia telefonica con un bacino di milioni di utenti,che più aumentano più mettono la compagnia nella condizione di avere più spese e di dover trovare sempre più clienti!!
    Ciao a tutti!!

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