A caval donato si guarda in bocca

iStock_000003233997XSmallPensa a una bella cantina. Nell’immaginario collettivo, cantina e solaio sono luoghi misteriosi e pieni di tesori. Pezzi di storia che hanno fatto il loro tempo. Imboccati dai reality poi, ci si illude che lì, nel mezzo, vi sia qualcosa di interessante, utile ed economicamente rilevante. Nove volte su dieci, però, quel che è, è appunto quel che sembra essere. Ovvero, un cumulo di cianfrusaglie coperte di polvere.

Come dare nuova vita a oggetti non più “usabili”? Non è raro che un’associazione nonprofit venga fatta oggetto dell’interesse da parte di persone che pensano di farsi spazio con un duplice vantaggio: liberarsi di cose ormai ingombranti e, allo stesso tempo, fare un po’ di solidarietà. Alzi la mano a chi, tra noi, non è successo almeno una volta. A me sì. Lo dico piano, con l’augurio che non mi sentano orecchie indiscrete… Non è per fare i preziosi ma il più delle volte quanto donato è più inutile che utile e questo è imbarazzante.

Ma c’è una bella novità:

se “domandare è lecito e rispondere è cortesia”, allo stesso tempo donare è sempre un bel gesto ma “non è detto che a caval donato non si debba guardare in bocca”.

Quindi, il sì o il no al dono, ovvero l’accettare o meno, dipendono da noi. La scelta va gestita con attenzione e qualche piccolo accorgimento di buon senso può tornare utile.

ATTO PRIMO.

Ascolta con attenzione quanto ti viene proposto e valuta di conseguenza. Rifiutare un dono, una proposta di dono, una collaborazione o un progetto è un comportamento che va pesato e ponderato. Il momento è delicato e può far emergere criticità e dinamiche complesse. Si scrive e se ne parla poco ma è più comune di quel che si pensi. Ma attenzione: non sempre si può dire sì e non tutto è accettabile. Nessun preconcetto. Ascolta, valuta, parla liberamente con il donatore cercando di far comprendere le reali necessità della tua organizzazione e, in caso di rifiuto, motiva. Con naturalezza e trasparenza.

ATTO SECONDO.

La perentorietà è da bandire. E’ importante rispettare i desideri dell’altro e capire ciò che davvero è importante. Le variabili in gioco sono molte. Parlane. Possono venir fuori soluzioni inaspettate e magari molto più interessanti. Lo dico per esperienza.

ATTO TERZO.

L’educazione al dono è parte integrante del lavoro del fundraiser. Significa accompagnare il tuo interlocutore in un processo di maturità relazionale con la tua organizzazione in un’ottica di massima soddisfazione per entrambi:

  • per il tuo donatore, nel suo bisogno di fare del bene e sentirsi davvero utile;
  • per il tuo ente, nel soddisfacimento di un bisogno reale.

Accettazione e rifiuto comportano un atto di assuzione di responsabilità che sia in un caso che nell’altro provoca conseguenze. Esserne consapevoli è il primo passo per imparare a gestire al meglio il rapporto con il proprio donatore/interlocutore, affrancarsi da brutte figure (mai scontate purtroppo) e garantirsi la fedeltà – per quanto possibile – del proprio donatore nel lungo periodo.

Qualche esperienza in merito? Raccontaci qui la tua storia.

There are 2 Comments

  • Grazie Elena per aver parlato anche del “dire di no”.
    Nell’ultimo anno personalmente ho ricevuto almeno tre richieste di persone che hanno espresso il desiderio di donare in vita beni immobili situati in zone ove – alla stagnazione del mercato – si aggiunge l’impossibilità di una eventuale vendita e le loro vicende di vita (persone anziane con figli sistemati all’estero) non consentiranno loro di poterne usufruire in futuro.
    Era abbastanza chiaro che prevaleva in questo caso, non tanto la volontà di donare, quanto quella di non doversi sobbarcare quegli oneri introdotti dalle ultime normative fiscali (IMU).
    Paradossale tra l’altro riceverne tre in un solo anno (mai successo) e tutte per beni situati nel Sud Italia in zone di entroterra abbastanza “dimenticati”.
    Solo seguendo puntualmente quelle indicazioni che tu stessa evidenzi nel post, siamo riusciti (credo) a restituire una immagine di responsabile, professionale e motivato diniego.
    Senza dimenticarci che loro si sono rivolti a NOI (e non ad altri), abbiamo spiegato con valutazioni e dati alla mano che quelle strutture non potevano essere riconvertite per i nostri servizi se non con costi estremamente superiori al loro stesso valore; che non potevamo in coscienza prendere in carico beni per il cui realizzo non ci sono né tempi certi né garanzie effettive, soprattutto perché cerchiamo di occuparci di cura e assistenza di e non della gestione di immobili.
    Accompagnare queste persone su questa strada è stato un esercizio per noi e un buon esempio per loro che – se non altro – potranno riferire con quanta attenzione e senso di responsabilità abbiamo cercato di affrontare un problema che – anche per loro – è comunque “di vita”.
    E grazie a te per averlo ricordato.
    Buon lavoro.

    • Quello che racconti, caro Stefano, calza a pennello e può essere di aiuto per molti di noi, compresa la sottoscritta. Spesso ci troviamo a vivere il disagio del rifiuto anche nelle piccole cose e sapere che questo vale, a maggior ragione, per le esperienze come quelle che racconti e in realtà grandi come la Don Gnocchi, mi conforta. Ne approfitto per invitare i lettori del blog a visitare il minisito che hai realizzato per i lasciti alla tua struttura http://www.ilmiolascito.it/ e per dirti che non voglio mancare l’incontro in corso di realizzazione grazie ad Assif e IID! Questa volta no 😉
      Grazie!

  • Lascia una risposta

    L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *