Qualche giorno fa, Raffaele Picilli, amico e presidente di EuConsult Italia, mi ha intervistata sul ruolo del consulente del Terzo settore. Mi ha fatto, a sorpresa è il caso di dire, qualche domanda che mi ha portato a riflettere su questo ruolo una volta di più. Parlo della mia esperienza, naturalmente, e delle cose imparate in tanti anni accanto e dentro le organizzazioni di Terzo settore.

In fondo al post trovi il video completo di una mezz’ora ma qui di seguito ecco, sinteticamente, i 7 punti salienti della nostra chiacchierata sul web:

  1. La libera professione è un vestito che indossi e che ti deve stare bene addosso. Non sempre la Partita Iva è una scelta. A volte, molte ahimè, è una necessità. Se scelta è, è un privilegio che devi cullare, coccolare e preservare con attenzione.
  2. Se lavori in libera professione, non sei mai totalmente dentro un progetto. Non ti aspettare dunque che il personale interno ti capisca, comprenda e sposi totalmente il tuo punto di vista, anzi.
  3. È essenziale fare gavetta. La formazione è fondamentale ma accanto alla formazione ci deve essere l’esperienza. Sei un professionista solo nel momento in cui qualcuno ti riconosce come tale. Alla promessa temeraria di risultati facili, preferisci prudenza, sobrietà e umiltà. Proporsi senza esperienza, forte della sola formazione breve o lunga che sia, presto o tardi danneggia.
  4. Il fundraising è di moda. Piace e tanto ma purtroppo non c’è una regolamentazione che ne preservi le derive. Per questo sul mercato troviamo di tutto. Dobbiamo imparare seriamente a qualificare la nostra professione e pretendere che venga riconosciuta.
  5. Per lavorare è necessario talvolta scendere a compromessi ma svendere le proprie qualifiche lavorando con pagamento a provvigione pur di lavorare, questo no. Non solo è intellettualmente dequalificante, è pure scorretto nei confronti dei colleghi che cercano, diversamente, di tenere fede a quanto più volte ciascuno di noi si è sentito dire, ovvero che il fundraiser non guadagna a percentuale perché la sua retribuzione non può intaccare il dono, bensì va considerata rischio di impresa e, come tale, imputata ai costi di struttura.
  6. Il professionista investe sulla sua formazione e non si accontenta. Se stai cercando un corso di fundraising, informati prima. Chiedi i curriculum vitae dei docenti. Pretendi il massimo del ritorno dal tuo investimento. Non sempre tutto può andare bene naturalmente, ma saprai almeno che nulla è stato lasciato al caso.
  7. Se sei un professionista, non stare isolato. Fai rete ma che sia una rete di qualità. Fare rete permette di diventare più forti in termini di potere contrattuale e, dunque, di diventare qualitativamente più credibili. D’altro canto, fare rete ti permette di confrontarti, attingendo a esperienze diverse perché spesse volte, lavorando da soli ci si sente, di quando in quando, anche un po’ soli.

Ci sono molti modi per fare consulenza. Ciascuno troverà la sua strada. Credo tuttavia che darsi il tempo di crescere, senza fretta e senza scorciatoie comode, senza dirsi e darsi per arrivati, con gentilezza, perseverando ma al tempo stesso riconoscendosi la qualità di ciò che si ha da dare senza presunzione ma con fierezza (questa sì!), abbia un valore assoluto che va tutelato.

Questo è ciò che penso. Questo l’approccio che cerco di adottare, pur concedendomi talvolta il lusso di scivolare anche. E questo è ciò che cerco nei miei compagni di viaggio, che siano come me dei consulenti o organizzazioni ed enti che desiderano approcciarsi alla raccolta fondi, con serietà, passione e disincanto.

Se stai pensando alla consulenza nel terzo settore, nel fundraising in particolare, e hai bisogno di un confronto franco, ci sono.

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