Ho letto con estremo interesse gli interventi di Ai.Bi e di La Gabbianella su Vita.it degli scorsi giorni. Inutile dire che sono in disaccordo con entrambi perché è indubbio che il mio approccio sia marketing oriented. Ma è certo che occorra fare una riflessione a tutto tondo sull’attenzione che ultimamente ruota intorno al fundraising e ai suoi operatori. Quello che suona è un campanello d’allarme e merita credito, non foss’altro perché proveniente dall’interno del Terzo Settore stesso. Questo ennesimo colpo (basso aggiungerei) alla nostra professione e alle strategie integrate che si porta dietro arriva dopo poco più di un mese dalla poco edificante immagine promossa dalla Rai al nonprofit e, in modo particolare, alla raccolta fondi (vai al post).

Diciamolo subito: prendersela con il fundraising non è la strada giusta e non è nemmeno la soluzione. Il problema che sta dietro alle minori entrate da donazioni ha un solo nome: RECESSIONE.

IL CONTESTO ATTUALE

Recessione: quella cosa viziosa che al posto di andare avanti ci fa tornare indietro. Quella cosa che ci fa dire, come una tiritera, che due famiglie su tre non arrivano alla fine del mese (dati Eurispes, marzo 2012. Fonte). Recessione è fatica. E’ negatività. E’ impotenza. E’ fallimento. La recessione da sola non basta a spiegare il perché ci sia una contrazione del Mercato? Parliamo allora del Paese Italia e dei livelli di tassazione paradossale che ha raggiunto. A questi leghiamoci gli spauracchi del caro benzina, delle accise impazzite, dell’Imu, dell’anticipo sugli incassi presunti, della minaccia dell’aumento dell’IVA sui consumi, della disoccupazione e del popolo degli esodati.

Signore e signori, questa si chiama “paura del futuro”! Prendersela con il fundraising, le sue tecniche e i suoi professionisti è un atteggiamento miope e non giova al Settore. Facciamocene una ragione.

Non è solo il mercato del SaD ad essere in difficoltà. Ma il dono tiene, nonostante tutto e nonostante tutti. I numeri parlano da sé. A dircelo sono Vita Consulting con ContactLab nella loro recente ricerca sullo stato dell’arte delle donazioni in Italia (Fonte).

ALIBI E PRECONCETTI

Ricercare la causa all’interno lo ritengo un comportamento improduttivo e controproducente. Di più: criticare le performance e le scelte all’investimento di altre organizzazioni – tacciandole di autoreferenzialità – è, a mio parere, poco edificante. E’ semplicemente un altro modo di fare impresa. Ancora una volta ci troviamo a ripombiare nella dicotomia “costo vs investimento”.

Su una cosa però le due denunce mi trovano concorde: occorre imparare a comunicare e rendicontare in modo corretto ed esaustivo. E, aggiungerei, è più che mai necessario non strozzare il Settore (e la fiducia del donatore naturalmente) con comportamenti opportunistici e prassi che possano far sorgere dubbi sulla bontà delle iniziative intraprese.

E’ sui risultati che, alla fine, si tireranno le somme e si valuterà qual è l’approccio che paga in termini di efficacia ed efficienza. Ma ci sono due aspetti sui quali ritengo opportuna una riflessione ulteriore e sui quali lavorare subito:

  • Dovremmo dimenticare termini quali divieto, declino, decrescita. Quel poco che ho studiato di PNL mi ha insegnato una cosa molto semplice: l’uso e abuso di terminologie riduttive o negative crea scoramento, frustrazione, fatica, negatività. Partire con slancio e ben disposti aiuta anche nei compiti più difficili.
  • Investire significa pensare al futuro. Riprendo quanto scritto quasi un anno fa (leggi il post): anche in un momento di crisi come quello attuale, l’unico modo per fare un buon fundraising e riuscire a ottenere dei risultati costanti di crescita in termini di fondi raccolti è quello di continuare a lavorare come sempre. Senza esitazione e senza perdersi d’animo.

UN APPROCCIO DIVERSO

Vivo il Terzo Settore. Ho lavorato e lavoro con organizzazioni diverse e di diversa dimensione. Alcune di volontariato e altre più orientate al Mercato. Sono consapevole delle difficoltà in cui versa il Paese e, di conseguenza, delle influenze obiettive sul nonprofit, a partire da una contrazione delle donazioni a favore del soddisfacimento, ancora una volta, dei bisogni primari. Non voglio svilirne la portata ma partire da una consapevolezza diversa e un diverso approccio al problema potrebbe aiutare.

Nel ripensare a strategie diverse per far fronte alle difficoltà attuali, ecco qualche aspetto che ritengo opportuno considerare:

  • ESSERE PRONTI: può succedere di dover ripensare in breve tempo a nuove strategie. Meglio essere preparati ed avere più fronti aperti.
  • ESSERE REALISTICI: pensare a progetti e obiettivi di raccolta più modesti in termini di portata. Piuttosto che puntare su un progetto grande, meglio concentrarsi su un grande progetto.
  • UN OCCHIO ALL’EFFICIENZA: spendere meno non significa spendere meglio; significa ripensare agli investimenti facendo una scala delle priorità. Tagliare laddove serve ma investire laddove necessario.
  • ORIENTAMENTO AL RISULTATO: comunicare in modo trasparente al volontario e al professionista lo stato di salute dell’organizzazione e i suoi obiettivi, può contribuire a renderlo più consapevole e, se possibile, più responsabile nell’orientarsi ai risultati. Per il bene e la vita stessa dell’ente.
  • FERMEZZA DELLA LEADERSHIP: una Governance determinata è determinante nel raggiungimento degli obiettivi statutari.
  • FARE RETE. Network, network e ancora network. L’unione fa la forza. Professionalità diverse; relazioni diverse; un unico capitale; un unico obiettivo. Se ne parla molto ma si fa poco. Molte mission sono simili se non addirittura identiche. Occorre razionalizzare per essere efficaci.
  • IMPARARE A CONCILIARE BUONA CAUSA E LOGICHE DI MERCATO. Credo sia questa la variabile che permetterà una crescita sana del Terzo Settore in Italia. Nel rispetto delle peculiarità che le sono proprie ma, al contempo, al passo con i tempi richiesti dalla globalizzazione.

La buona volontà da sola non basta. Tornare alle origini non è la soluzione. Il Terzo Settore ha un futuro florido nel nostro Paese ed è vivo e vitale nonostante tutto. Le organizzazioni che sapranno adattarsi al grave momento di crisi che stiamo vivendo (e che vivremo nel prossimo futuro) e ne sapranno sfruttare tutte le opportunità, ne usciranno fortificate e, di certo, più performanti.

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