Eccoci all’ultimo capitolo del nostro viaggio tra le generazioni e il dono. Dopo la Generazione Silenziosa, i Baby Boomers, la Gen X, i Millennials e la Gen Z, arriviamo alla generazione che ancora non ha un conto in banca, non vota, e in molti casi non ha nemmeno finito le elementari: la Generazione Alpha, i nati tra il 2010 e il 2024.

Il nome lo ha coniato il sociologo australiano Mark McCrindle: finito l’alfabeto latino con X, Y (Millennials) e Z, si riparte dal greco. Alpha. Come un nuovo inizio.

E per me è anche qualcosa di molto personale. Mio figlio è nato nel 2010: è Alpha per data di nascita, ma cresce con dinamiche Z. Lo osservo ogni giorno, e in lui e nei suoi coetanei vedo qualcosa che non riesco a liquidare con le etichette che ci piace usare.

Una generazione che non ha mai conosciuto l’offline

Partiamo da un fatto: gli Alpha sono la prima generazione che non ha mai vissuto in un mondo senza smartphone. Non hanno mai conosciuto un’epoca senza social media, senza assistenti vocali, senza intelligenza artificiale. Non sono “nativi digitali” nel senso in cui lo dicevamo della Gen Z, loro almeno hanno visto il passaggio. Gli Alpha no. Per loro il digitale non è uno strumento: è l’ambiente.

Secondo Save the Children, in Italia un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni usa lo smartphone tutti i giorni, il doppio rispetto a pochi anni fa. Corretto? Mah, io assolutamente contraria ma tant’è.

Ma qui arriva il dato che non ci aspettiamo.

Il paradosso: nati nel digitale, attratti dal reale

Nonostante tutto, gli Alpha stanno mostrando segnali di un ritorno all’offline che nessuno aveva previsto. Scrollano, salvano, osservano, ma non necessariamente postano. A differenza dei Millennials e in parte della Gen Z, non sentono il bisogno di esibirsi. Guardano, assorbono, scelgono con più cautela cosa mostrare di sé.

È presto per dire se sia una tendenza strutturale o un effetto dell’età. Ma è un segnale che vale la pena registrare: la generazione più digitale di sempre potrebbe essere anche quella che riscopre il valore di ciò che è fisico, presente, tangibile.

Per chi lavora nel Terzo Settore, questo dovrebbe far drizzare le antenne.

Figli di Millennials, nipoti di Boomers

Per capire gli Alpha bisogna guardare chi li sta crescendo. Sono figli prevalentemente di Millennials — la generazione dell’idealismo emotivo, del dono d’impulso, della filantropia come identità — e in parte della fase matura della Gen X, più pragmatica e strutturata.

Lo stile educativo è cambiato radicalmente rispetto alle generazioni precedenti. I genitori degli Alpha li educano all’ascolto delle emozioni, alla cura del mondo interiore, all’espressione di sé. Ogni bambino viene incoraggiato nella propria unicità. È un’educazione attenta, a volte quasi maniacale nella protezione.

Qualcuno si spinge già a dire che gli Alpha saranno la generazione più inclusiva, più equa, più attenta alla diversità. Può darsi. Ma sono bambini — i più grandi hanno quindici o sedici anni, i più piccoli non hanno finito l’asilo. Fare previsioni definitive sui loro valori sarebbe un azzardo. Quello che possiamo osservare è come stanno crescendo, in che clima familiare, con quali stimoli. Il resto lo vedremo.

Le ombre da non sottovalutare

Non tutto è luminoso, e sarebbe irresponsabile non dirlo.

L’ansia è già presente in questa generazione. L’attenzione media si è ridotta rispetto alle generazioni precedenti. L’esposizione ai social media prima dei dieci anni riguarda una parte significativa di questi bambini, e la ricerca sta ancora cercando di misurare gli effetti sulla salute mentale (leggi quanto scrive la Sip, Società Italiana Pediatria).

E poi c’è il tema della sfiducia epistemica, un termine complicato per dire una cosa semplice: crescere immersi nella disinformazione rende più difficile fidarsi di qualsiasi fonte, anche di quelle affidabili. È un rischio che i ricercatori stanno segnalando come centrale per questa generazione.

Mio figlio e i suoi amici navigano in questo mare ogni giorno. E vedo la fatica. La fatica di distinguere il vero dal verosimile, l’informazione dalla manipolazione. È una competenza che nessuna generazione prima ha dovuto sviluppare così presto.

Troppo piccoli per donare. Non troppo piccoli per imparare.

Ed eccoci al punto: cosa c’entra tutto questo con il fundraising?

Gli Alpha non sono ancora donatori. Parlare di strategie di raccolta fondi per questa generazione sarebbe prematuro e francamente ridicolo. Ma parlare di educazione al dono no. Quello non è prematuro. È urgente.

In Italia ci sono già esperienze significative. Il progetto “Ora di Futuro”, promosso da Generali, ha coinvolto oltre 50.000 bambini nati dopo il 2010 in percorsi di educazione alle scelte responsabili. Diverse organizzazioni stanno lavorando su programmi che portano il volontariato nelle scuole primarie e secondarie.

La ricerca ci dice una cosa chiara: i bambini che vedono i genitori donare, che vengono portati a fare volontariato, che crescono in famiglie dove il dono è una pratica quotidiana, ecco… quei bambini diventano adulti che donano. Non è teoria. È il meccanismo più documentato della trasmissione filantropica. È quella che solitamente chiamiamo “propensione al dono per educazione”.

E qui torniamo ai genitori Millennials: se quella generazione, con tutto il suo idealismo, i suoi limiti, la sua oscillazione tra gesto e impatto, riesce a trasmettere ai figli la cultura del dono come pratica e non come performance, gli Alpha potrebbero diventare la generazione più naturalmente filantropica che abbiamo mai visto.

Se. È un se grande.

Cosa può fare il Terzo Settore, adesso

Non tra dieci anni. Adesso.

Entrare nelle scuole. Non con la brochure, non con il banchetto. Con esperienze vere: laboratori, visite, progetti dove i bambini toccano con mano cosa significa prendersi cura di qualcosa che va oltre sé stessi.

Parlare ai genitori. Perché sono loro il vero canale. Un genitore Millennial che porta il figlio Alpha a un’attività di volontariato sta facendo più fundraising di qualsiasi campagna digitale.

Pensare al lungo periodo. Gli Alpha non ti doneranno nulla per i prossimi dieci anni, ma tra dieci anni saranno la generazione più numerosa del pianeta — due miliardi di persone — e si ricorderanno di chi li ha fatti sentire parte di qualcosa quando erano piccoli. Esattamente come la Gen Z si ricorda di chi l’ha accolta prima che avesse un euro da donare.

E prepararsi alla Generazione Beta, ovvero i nati dal 2025 in poi, per i quali tutto ciò che abbiamo detto sugli Alpha sarà ancora più amplificato.

Chiudere il cerchio

Questo viaggio tra le generazioni mi ha insegnato una cosa. Ogni generazione dona in modo diverso, per ragioni diverse, con strumenti diversi. Ma la spinta è sempre la stessa: il bisogno di sentirsi parte di qualcosa di più grande.

La Generazione Silenziosa donava per dovere. I Boomers per partecipazione. La Gen X per pragmatismo. I Millennials per idealismo. La Gen Z per necessità, per riprendere il controllo in un mondo che sente fuori controllo.

E gli Alpha? È troppo presto per dirlo. Ma se li guardo, se guardo mio figlio e i suoi compagni, vedo bambini e adolescenti che sentono tutto, che capiscono più di quanto pensiamo, e che hanno un senso innato di cosa è giusto e cosa no.

Il nostro compito non è aspettare che crescano. È esserci adesso, mentre si formano. Perché il dono non si insegna con una campagna. Si insegna con l’esempio.

Fonti e approfondimenti

(immagine in apertura creata con l’IA)

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