
La settimana scorsa ho messo in fila quelli che a mio modo di vedere sono i dodici errori che frenano la raccolta fondi. Ho ricevuto molti messaggi e non pensavo. Tra questi, qualcuno mi ha scritto: “Bene, adesso dimmi cosa devo fare.”
Eccomi.
Dopo gli errori, le cose che funzionano. Dodici, come le precedenti. Con un filo conduttore che per me vale più di qualsiasi tecnica: la donazione non è un traguardo. È un inizio. E quello che fai dopo quel primo gesto conta più di tutto quello che hai fatto per ottenerlo.
1. Ringraziare subito e bene
Lo metto al primo posto perché è la cosa più semplice del mondo e la più disattesa. Un donatore ti ha appena dato fiducia, tempo, denaro. E tu che fai? Aspetti. Due settimane, un mese, a volte per sempre.
Ho donato personalmente a sei organizzazioni in occasione di un’importante emergenza. Una sola mi ha ringraziato — una riga in email, impersonale e freddina. Dalle altre, il silenzio. Nessuna di loro ha pensato di inserirmi nel proprio database. Nessuna ha capitalizzato il mio gesto.
Il ringraziamento entro 24-48 ore non è cortesia: è strategia. È il primo mattone della donazione successiva. Ogni giorno che passa tra il dono e il grazie è un giorno in cui il donatore si chiede se ha fatto bene. E non serve la lettera perfetta. Serve il gesto. Una telefonata. Un messaggio. L’importante è che arrivi, e che arrivi in fretta.
2. Chiedere di persona
Hank Rosso la chiamava sollecitazione eyeball to eyeball. Guardare il donatore negli occhi e chiedere. Non è una formalità: è il cuore del fundraising.
Le email funzionano. Le campagne digitali funzionano. Ma niente, niente, sostituisce la richiesta diretta, pianificata, personalizzata. Alza il telefono. Vai a trovare il tuo donatore. Siediti di fronte a lui e raccontagli perché il suo contributo fa la differenza.
Lo so, un po’ intimorisce, ma è lì che succedono le cose.
3. Parlare come mangi
Le nostre conversazioni si fondano sul senso di appartenenza. Il sociale, per sua natura, si trova perfettamente a suo agio in quest’idea. Eppure quante organizzazioni comunicano con un linguaggio burocratico, asettico, distante?
Se vuoi fare fundraising, parla come mangi.
Trova uno stile che rappresenti la tua organizzazione e la renda riconoscibile. La coerenza tra ciò che sei e ciò che racconti è imprescindibile. Le persone sentono la genuinità. E sentono anche la finzione.
E poi, non serve comunicare tutto. Serve comunicare bene e quando occorre. E non serve essere ovunque: serve essere presenti dove le persone che cerchi sono presenti.
4. Raccontarsi, non elemosinare
Per una organizzazione nonprofit, comunicare è precondizione per raccogliere. Eppure l’attività creativa legata alla comunicazione è ancora percepita come secondaria rispetto alla sollecitazione del denaro. È un errore grave.
La richiesta di denaro va bene, naturalmente. Ma resterà disattesa senza una comunicazione efficace a sostegno. Prima di chiedere soldi, impara a raccontare chi sei, cosa fai, perché lo fai. Racconta storie. Coinvolgi. Spingi all’azione. La buona causa, anche la migliore, non è di per sé sufficiente ad assicurare l’efficacia. Quello che fa la differenza è il modo in cui la racconti.
5. Partire da dentro
Quando cerchi risorse, il primo posto dove guardare non è fuori. È dentro. Il patrimonio relazionale della tua organizzazione — consiglio, volontari, collaboratori, donatori fedeli — è il punto di partenza. I donatori esistenti sono il miglior veicolo per raggiungerne di nuovi. In fondo, sei gradi di separazione non sono poi molti. Chiaro il senso?
Nel mio lavoro con le piccole organizzazioni, ho visto questo principio funzionare ogni volta. Chi parte dal capitale umano interno costruisce su fondamenta solide. Chi parte dall’esterno costruisce castelli sulla sabbia.
6. Valorizzare ogni singolo dono
Un donatore risponde al tuo appello con 10 euro. Cosa fai? Lo tratti come uno spicciolo o lo tratti come l’inizio di una relazione?
Ho scritto che la donazione non è un traguardo e questo vale doppio per le piccole donazioni. Chi dona poco oggi, se valorizzato e ascoltato, è il sostenitore regolare di domani. O il grande donatore del prossimo anno. Io avrei usato ogni singolo nome, ogni singolo messaggio, ogni singolo taglio. Un dono è un dono più volte: perché ti permette di sostenere il progetto, perché ti permette di crescere, perché ti permette di chiedere di più, se sai farlo bene.
7. Coltivare la relazione, non solo la donazione
Il donatore non è un bancomat. È una persona che ha scelto di fidarsi di te. E la fiducia si mantiene con la cura.
Io la chiamo “l’effetto coccola.” Invitalo in struttura. Fagli una telefonata nelle occasioni speciali. Organizza un momento dedicato esclusivamente ai tuoi donatori: un incontro, una visita guidata, un viaggio nei luoghi sostenuti. Vallo a trovare.
La fidelizzazione non è un programma: è un atteggiamento. Bisogna spendere del tempo a coltivare le relazioni esistenti, che possono trasformarsi in opportunità dai risvolti inattesi. La migrazione del dono verso altre destinazioni non è poi così remota.
8. Misurare e monitorare
Non puoi migliorare ciò che non misuri. Quanti donatori hai acquisito quest’anno? Quanti persi? Qual è il tasso di rinnovo? Qual è il dono medio? Come si comportano i donatori ricorrenti rispetto a quelli occasionali?
Sono domande semplici, ma la maggior parte delle organizzazioni non sa rispondere. Navigare a vista è comodo finché non resti senza benzina. Un foglio Excel basta se i tuoi donatori sono trenta. Oltre, serve un database relazionale e la disciplina di usarlo.
9. Puntare sulla ricorrenza
Ciò a cui occorre puntare quest’anno è la ricorrenza. La donazione regolare è il fondamento della sostenibilità.
Un donatore ricorrente vale più di dieci donatori occasionali. Non perché doni di più in assoluto, ma perché ti dà prevedibilità. Ti permette di pianificare. Ti permette di costruire. E, soprattutto, un donatore che sceglie la ricorrenza è un donatore che ha deciso di stare con te. Non per un’emergenza, non per un impulso: per convinzione.
Favorire la ricorrenza significa rendere semplice il gesto e continuo il racconto.
10. Coinvolgere chi guida
Il fundraising non è un reparto: è il motore dell’organizzazione. Se il direttore esecutivo non lo considera parte delle sue responsabilità, c’è un problema. Se il board si limita alla presenza occasionale alle riunioni, c’è un problema più grande.
La leadership si dimostra con l’esempio. Un presidente che dona per primo — anche poco, anche simbolicamente — dà un segnale potente. Come diceva Rosso: i doni dei sostenitori rifletteranno la loro capacità di donare solo se il leader stabilisce il passo con un dono esemplare.
Il fundraising riguarda tutti. Sempre. Quando tutta l’organizzazione lo capisce, i risultati arrivano.
11. Rendere conto
Trasparenza non è una parola da mettere nel bilancio sociale e dimenticarsene. È un modo di stare al mondo. Racconta cosa fai, come lo fai, dove vuoi andare. Le persone vogliono sapere e devono sapere, in particolare se l’oggetto dell’attenzione è una causa sociale. Ne hanno diritto.
Lo riassumo con le 5 R che uso in aula: Racconta. Raccogli. Rendiconta. Restituisci. Rinnova l’appello. Non avere fretta di prendere scorciatoie, perché la buonafede, al pari dei soldi, è una risorsa scarsa. Una volta che ne hai approfittato, è perduta.
12. Avere metodo
L’ultimo punto è il più importante.
Il fundraising non è un colpo di fortuna. È disciplina.
Avere metodo significa obiettivi chiari, tempi definiti, responsabilità assegnate. Significa sapere chi fa cosa, quando e perché. Significa non improvvisare le campagne, non “sparare nel mucchio”, non affidarsi alla buona sorte.
Un approccio strategico alla sostenibilità, la cui raccolta fondi deve essere una conseguenza, e non un fine, del bene che si fa. Solo in questo modo possiamo favorire una continuità delle risorse, senza ansia ma con metodo.
La cultura della cura
Alla fine, queste dodici cose hanno un denominatore comune: la cura. Cura per il donatore, cura per la relazione, cura per il metodo.
Se i dodici errori erano la mappa di ciò che non funziona, queste dodici pratiche sono la bussola. Non garantiscono il successo (nulla, purtroppo, lo garantisce) ma orientano nella direzione giusta.
La donazione non è un traguardo. È un inizio. E tutto quello che fai dopo quel primo gesto determina se ci sarà un secondo.
(immagine d’apertura realizzata con ChatGPT)


