Quando pensi di avere tutte le risposte, la vita ti cambia tutte le domande.

Questa frase di Charles M. Schulz, l’inventore delle famose strisce dei Peanuts, rende bene l’idea di come il mondo è stato stravolto dalla pandemia di Covid-19 e di come il settore nonprofit ha dovuto adattarsi a nuove dinamiche di raccolta fondi.

In questo percorso, ci accompagna Laura Masala, docente del corso promosso dalla Fundraising Academy su come sono cambiati approccio e gestione dei major donors in questi tempi così difficili. Buona lettura.

Durante il primo lockdown, sono partite grandi raccolte fondi e appelli mediatici che hanno sdoganato in Italia il concetto di “grande donazione” con importi milionari, dove il filantropo si esposto in prima persona da interviste sui media a post sui social network.

In questo senso, il Covid ha dato una scossa, costringendo le organizzazioni a riflettere sui propri piani strategici, sugli strumenti e anche sugli investimenti utili. Ci siamo trovati tutti noi fundraiser a gestire nuove situazioni, nuove relazioni.

Durante il lockdown, ricordo le lunghe telefonate con i donatori dove lo scambio era su un livello “altro”, certo parlavo delle attività medico-umanitarie legate alla mia associazione, ma capivo sempre più che, chiuse in casa, le persone avevano voglia di raccontare, di raccontarsi, avevano tempo.

Non era più cruciale quindi “chiedere”, ma offrire… ascolto, in primis. Esprimere la nostra vicinanza e comprendere bene le sfide che loro stessi, in prima persona, stavano affrontando.

Prossimità, ecco la parola chiave che ha portato a un nuovo approccio, strategia e quindi a riflettere su nuovi strumenti, ma con lo stesso obiettivo di raccogliere grandi donazioni.

Questo cambiamento riguarda diverse attività: la profilazione continua (progressive profiling come la definisce Greg Warner) è essenziale per raccogliere informazioni e capire con chi stiamo parlando, intercettare nuove esigenze in un panorama sempre più vario e ampio nell’ambito della solidarietà, del dono.

In questo può venirci in aiuto la marketing automation che attiva dei touch point, sollecitando la relazione, anche a livello one to one.

Oggi più che mai è necessario fare molta attenzione al tema dello storytelling, ai contenuti personalizzati che andiamo a produrre per i nostri contatti. Le persone ricevono molti input dalle organizzazioni, ma anche dagli stessi avvenimenti quotidiani. Basti pensare in questo momento come siamo tutti in allerta per la tragica situazione in Ucraina.

È cruciale scrivere con empatia, calati nella situazione del momento, avere passione ed esseri soprattutto veri. Essere tempestivi nell’organizzare un evento o un talk proprio per trasmettere quella prossimità a cui ho accennato, utile per coinvolgere ed emozionare i nostri donatori e non solo.

Perché bisogna ricordarsi sempre che ogni persona è unica e non dobbiamo dare per scontato la “fedeltà” alla nostra causa.

Quindi è importante dedicare tempo a mantenere viva e continua la considerazione del donatore verso la nostra organizzazione e tutto questo senza tralasciare strategia e pianificazione.

Il donor journey deve essere definito ma anche flessibile e dinamico, facendo attenzione a nuovi cluster che possono emergere nel nostro basket di donatori potenziali.

Le tecniche di project management che arrivano dal mondo aziendale possono aiutarci in tutto questo, anche per meglio definire gli obiettivi verso i risultati, imparare a monitorarli, individuando gli strumenti necessari. Soprattutto imparare dagli insuccessi perché anche questo fa parte di una buona strategia di fundraising major donors.


MAJOR DONORS: IL NUOVO MONDO!
COINVOLGERE E GESTIRE I GRANDI DONATORI IN TEMPO DI PANDEMIA

con Laura Masala

CORSO DEDICATO. ISCRIZIONI APERTE
1 – 8 aprile (6 ore – Online)

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