Razionalizzazione, la scelta saggia che il nonprofit non fa

Qualche tempo fa, ho cominciato a parlare di scenari futuri e nuove tendenze nello sviluppo delle professioni del fundraising e, naturalmente, del terzo settore.

Il nostro lavoro vive un paradosso: quello di una professione ancora in via di definizione ma che, allo stesso tempo, vive un periodo di forte innovazione; una condizione spinta più da agenti esterni che da volontà interne; questo va sottolineato. Mi troverò a parlarne in più occasioni d’ora in avanti. Senza volerlo, i miei interventi ad eventi pubblici vertono proprio in questa direzione e questo, evidentemente, mi onora ma è di certo un argomento complesso. Più ancora, articolato. Merita, quindi, periodi di incubazione e maturazione più o meno lunghi che prenderanno una direzione che, allo stato attuale, è ancora in corso di definizione. Ma di una cosa sono assolutamente convinta: vale la pena parlarne e vale la pena cogliere momenti, come questo, in cui fermarsi e confrontarsi.

Il post di quest’oggi va in questa direzione. Ho chiesto l’intervento di un amico e collega, Luca Guzzabocca, una lunga esperienza nell’ottimizzazione e nella razionalizzazione delle risorse in ambito profit che dovrebbe trovare applicazione semplice e immediata nel nonprofit: almeno per coerenza. Purtroppo, però, così sembra non essere.

Facciamo un passo per volta, però, e partiamo da due domande:

  • Siamo capaci, noi del nonprofit, a essere del tutto coerenti nelle nostre scelte strategiche?
  • Se sì, come, e se no, perché?

Ti lascio alla lettura con l’invito a intervenire e portare le tue esperienze, virtuose o meno, per arricchire il confronto. Grazie!

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Un lunga esperienza e conoscenza a livello internazionale sulla progettazione e implementazione di iniziative di sostenibilità ambientale, sociale ed etica mi porta ad affermare che, seppur con diversa intensità di impegno legate alle dimensioni aziendali, alla geografia dei siti produttivi e distributivi, al settore di mercato, in questi ultimi dieci anni sono stati fatti grandi passi avanti. Aumenta la sensibilizzazione del consumatore così come la consapevolezza riguardo ai temi ambientali e sociali. Questa nuova consapevolezza influisce sui comportamenti delle imprese profit.

E il settore nonprofit come affronta questo impegno?

Le organizzazioni che hanno per loro natura e costituzione giuridica una missione di tipo sociale o ambientale o di assistenza senza scopo di lucro, potrebbero scegliere di implementare scelte a basso impatto ambientale e alto sociale sugli acquisti di beni e servizi senza i vincoli economici che blindano il profit e con risultati sicuramente interessanti a livello di bilancio.

Un esempio su tutti: pensiamo ai prodotti distribuiti in occasione delle campagna di raccolta fondi nelle piazze. A questi, si decide di non dare un prezzo definito ma il valore attribuito è per sua natura simbolico e come tale viene considerato dal donatore. Il donatore si comporterebbe certamente in modo diverso se trovasse su uno scaffale lo stesso prodotto a un prezzo imposto.

Qualche domanda e qualche spunto di riflessione ci aiutano a mettere a fuoco questo processo:

  • Che forte valore aggiunto darebbe all’oggetto una scelta di approvvigionamento sostenibile?
  • Quale chiaro messaggio di coerenza al donatore?
  • Quale risvolto positivo anche in termini di reputazione e non solo di raccolta fondi potrebbe generare una scelta sostenibile?

Dal punto di vista strategico, queste sono scelte di marketing con un impatto sull’organizzazione nel medio/lungo periodo e con incidenze anche in termini di posizionamento.

Un altro esempio per capire: i materiali di consumo in una mensa per poveri, solitamente di plastica potrebbe essere sostituita da materiale biodegradabile e compostabile con un ritorno economico sul costo di smaltimento dei rifiuti.

Perché non effettuare queste valutazioni e comparare le scelte in ottica di costo totale di acquisizione, gestione, uso e fine vita?

Sono esempi banali ma che implicano scelte né immediate né tantomeno scontate. Quelle proposte sono alcune riflessione che una organizzazione nonprofit dovrebbe porsi in modo costruttivo.

Papa Francesco, nella sua Enciclica Laudato sì, ha iniziato a rispondere a queste domande e cerca di farsi guida nelle scelte delle imprese e organizzazioni in modo che agiscano in modo responsabile per sé, per l’ambiente e la comunità. Ecco cosa si legge:

Adottare un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti e per le generazioni future e che richiede di limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consumo, riutilizzare e riciclare.

Cattolici o laici: il principio non cambia.

E’ una necessità di coerenza, nel rispetto della propria missione sociale e delle scelte etiche che le organizzazioni nonprofit devono o dovrebbero perseguire. A questi, si coniuga il buon uso delle risorse economiche che spesso con grande sacrificio il fundraiser è chiamato raccogliere.

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GUEST POST.

GuzzaboccaThanks to: Luca Guzzabocca. Co-Fondatore e Chairman dell’Associazione Italiana non-profit ACQUISTI & SOSTENIBILITA’, fondata nel 2007, punto di riferimento in Italia per le tematiche di sostenibilità ambientale, sociale ed economica negli Acquisti e lungo la catena di fornitura. Docente, formatore e testimonial di best practice sulle tematiche di strategic sourcing, tecnologie applicate agli acquisti e sostenibilità lungo la catena di fornitura, in diversi eventi e seminari nazionali ed internazionali. Fondatore e General Manager della start-up innovativa RIGHT HUB, nata per supportare lo sviluppo dell’economia sociale. Segui Luca su Twitter. Segui Right Hub su Twitter.

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Elena Zanella

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