L’alibi della povertà, un freno allo sviluppo del Terzo settore

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Mi alzo presto quella mattina. È estate, sono le 6 e il sole già splende quando mi metto alla guida.

Tre ore di viaggio per arrivare a destinazione. Arrivo davanti a una grande struttura. Bella, confortevole, moderna. Proprio come si conviene a un ente con una storia alle spalle, credito e reputazione. Non è un giorno come gli altri quello, è il giorno della firma che arriva dopo incontri già avvenuti in precedenza. Tutto è stato già chiarito e sembrerebbe semplice se non fosse che…

Sembra un paradosso ma il più grande limite allo sviluppo del fundraising nel nonprofit è proprio la povertà. No, non quella che ci prefiggiamo di sconfiggere e che descriviamo a chiare lettere negli statuti delle nostre organizzazioni. Nemmeno quella legata ai valori e che muove le azioni delle tante persone che ogni giorno, per motivi diversi, lavorano – volontariamente o meno – per una società più equa e sana. Parlo della povertà che ci cuciamo addosso e che, a lungo andare, finisce per tradursi in inerzia. Quella povertà che piace perché reputazionalmente rende e ci fa comodo, se non fosse che per alcuni non si tratta di povertà vera bensì di convenzione, perché agiamo a fin di bene e da sola, la causa, dice tutto ed è dovere, se non addirittura un privilegio, adorperarsi per il suo sviluppo. In altri casi si tratta più semplicemente di inconsapevolezza reale delle opportunità e del ruolo ma la forma poco cambia la sostanza.

Per mancanza di cultura o per opportunismo, il confronto con le organizzazioni inerti, non inermi per spiegarmi, e cieche al cambiamento è quello che mi affatica di più. Finisce sempre che ne esco sconfitta perché di principio mancano gli elementi fertili su cui lavorare.

Sto facendo tardi questa sera. È inverno, sono le 6 del pomeriggio quando monto in auto, come da trentasei mesi ormai.

Sto tornando per l’ultima volta da Est dopo aver fatto visita a quell’organizzazione che, quando conobbi tre anni or sono, era molto diversa da quella che è ora. Mi porto dietro i sorrisi un po’ malinconici e le emozioni delle persone con cui ho condiviso un percorso lungo, a volte difficile ma decisamente gratificante, con previsioni confermate e cambiamenti in corsa.

Guido e penso alla bellezza della mia vita, la vita di una fundraiser che ha deciso che prima di ogni cosa viene la relazione tra le persone perché solo attraverso questa, attraverso cioè la fiducia e la complicità instaurate, si riesce ad arrivare a sublimare i risultati derivanti da qualsiasi azioni tu decida di proporre, per quanto bravo o brava tu sia. Sono sempre più certa che la differenza vera tra il riuscire benissimo, bene, benino e il fallire sia data dallo spessore del valore che riesci a immettere nelle azioni che promuovi perché le persone sanno capire se una cosa è fatta con il cuore o per far cassa, semplicemente.

Per tutto ciò che da qui deriva, per la bellezza delle persone che ho la fortuna di incontrare nel mio cammino, per la fiducia, i sorrisi, i risultati e le sfide sempre nuove che riempiono di passione e di vivacità la mia vita professionale, per coloro che hanno deciso di percorrere il medesimo cammino, magari più complesso ma vocativo e gratificante, per tutto questo sono grata e vado avanti con fiducia sulla mia strada. La strada di una fundraiser passionaria.

Auguri a noi per il nuovo anno, con l’auspicio che l’alibi della povertà non spenga l’entusiasmo che mettiamo nello svolgere i nostri compiti e che una nuova consapevolezza ci colga più fiduciosi e pronti ad accogliere la complessità del Terzo settore che verrà.

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