Il progetto come terreno di cambiamento sociale

Hand flip wooden cube with word "change" to "chance", Personal development and career growth or change yourself concept

Nonostante le difficoltà dell’ultimo periodo e la sospensione dei nostri corsi frontali alla Fundraising Academy, che ci auguriamo di riprendere quanto prima, non abbiamo smesso di produrre contenuti. Christian Elevati, progettista e studioso della Teoria del Cambiamento, ci accompagna in un percorso di senso per capire i motivi della progettazione e le modalità migliori e vincenti per approcciarci ad essa. Tutto in attesa di rivederci in aula con il modulo Progettare per bandi. Buona lettura.

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I progetti per molti soggetti non profit (ETS da qui in avanti) sono uno strumento essenziale per fare raccolta fondi istituzionale o corporate, portare avanti le attività, pagare persone e costi di struttura. A parte poche realtà che riescono a differenziare bene le fonti di finanziamento, la progettazione è e resterà per molti la via maestra per dare concretezza e sostenibilità alla propria missione. Del resto, gli stessi finanziatori sembrano prediligere questo strumento, che ha indubbi vantaggi in termini di regole uguali per tutti e trasparenza, sintesi dei principali aspetti necessari a definire un intervento, procedure consolidate, alti standard di rigore nella rendicontazione economica.

Ma i progetti hanno anche dei limiti evidenti, che hanno portato negli anni a rendere estremamente difficile, quando non impossibile, l’azione degli ETS:

  1. Insufficiente o nulla copertura dei costi di struttura/indiretti (affitto sede, formazione personale, scrittura progetti non finanziati, analisi di contesto o di bisogni, advocacy e lobby, creazione e gestione di reti ecc.) legati all’intervento (in letteratura a tal proposito si parla di “starvation cycle”).
  2. Tempi e risorse troppo limitati per aggredire le cause dei problemi e produrre un cambiamento di sistema (non curare il “sintomo”, ma eliminare la causa).
  3. Legato ai due precedenti: impossibilità di valutare il reale impatto generato in termini di cambiamenti sistemici (su più attori, sostenibili nel tempo, a livello di outcome… ), sia in itinere che ex post.
  4. Rigidità eccessiva, che impedisce di modificare con la necessaria flessibilità l’intervento in corso d’opera, per potere tenere conto sia di quanto restituiscono i portatori di interesse sia di nuove evidenze o situazioni di contesto, parallelamente alla realizzazione delle attività sul terreno.

Questi limiti vedono responsabilità e possibilità di intervento importanti lato donatori, ma certamente anche lato ETS. Che cosa possono fare gli ETS per contenere questi limiti e, con il tempo, arrivare addirittura a eliminarli?

  • Concedersi ogni 3-4 anni, in fase di ripianificazione/riorganizzazione, il tempo sufficiente per disegnare strategie con un chiaro orizzonte di cambiamenti sistemici in grado di aggredire le cause per cui l’ETS è nato. Questo tempo, preziosissimo, è fondamentale per poi poter inserire ogni singolo progetto all’interno di un piano sufficientemente chiaro, strutturato e condiviso. Ogni progetto dovrà provare ad avvicinarci di un passo a un cambiamento sistemico (inevitabilmente di medio-lungo periodo) e non nascere come semplice risposta a un bando per “fare cassa”, in una corsa spasmodica dove a decidere le nostre strategie è il donatore di turno, ogni volta diverso e con linee guida differenti (così finisce che “s-bandiamo” continuamente rispetto alla nostra missione).
  • Differenziare il più possibile le strategie di sostenibilità in modo da ridurre al massimo il peso dei costi generali/indiretti. Sperimentare il più possibile partnership con il settore profit, senza pregiudiziali ideologiche, con gli obiettivi di cambiamento sociale al centro di ogni decisione.
  • Organizzarsi per valutare almeno i risultati di breve periodo in modo rigoroso e professionale. Il che significa mettersi nelle migliori condizioni possibili per capire in che misura, grazie ai progetti, ci stiamo avvicinando ai cambiamenti che per missione abbiamo dichiarato di volere raggiungere.
  • Fare rete, massa critica, con altri ETS per negoziare migliori condizioni con i finanziatori o proporre nuove modalità sperimentali di finanziamento, che tengano meglio insieme costi indiretti, flessibilità in itinere, valutazione dei risultati e orizzonti di finanziamento di più lungo periodo. È possibile, alcuni finanziatori a livello italiano e internazionale stanno già dimostrando interesse, apertura e voglia di mettersi in gioco su questo terreno. Si tratta di partire da qui e di spingere per un coraggio e un coinvolgimento anche maggiore, su più larga scala.
  • Sullo stesso piano del punto precedente, ingaggiare maggiormente con attività di lobby il decisore politico, che ha un ruolo centrale nel definire e fare applicare cornici legali che sostengano e mettano a sistema le soluzioni più efficaci, oltre che nell’orientare i finanziamenti pubblici.

Solo in questo modo il progetto:

  • torna ad acquisire il suo valore e la sua centralità per la missione degli ETS;
  • attiva ambiti nei quali sono il problema e le sue cause ad aggregare le migliori risorse nei territori, che siano esse aziende, enti pubblici, volontariato, cooperative sociali, ONG, comunità religiose, singoli cittadini o altri soggetti ancora;
  • diventa vero terreno di sperimentazione e di innovazione sociale;
  • apre la strada alla definizione di politiche territoriali ad alto impatto sociale.

E, infine, ciò che più conta: solo così il progetto torna a essere strumento trasformativo della vita delle persone per cui abbiamo deciso di scendere in campo.

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L’Academy ha sospeso la formazione in aula ma solo momentaneamente.
Noi crediamo nel confronto di presenza ma l’assenza prolungata dall’aula ci sta facendo riflettere sul trovare forme diverse e temporanee di condivisione. Torniamo presto con le novità.
Calendario al link.

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