Il fundraising ha davvero dei limiti? C’è chi dice sì

Quale migliore immagine di un bimbo dietro un cancello di protezione per rappresentare i limiti della nostra giovane e scalpitante professione di fundraiser?

Qualche giorno fa, in occasione dell’assemblea ordinaria dei soci Assif, Bernardino Casadei, attuale segretario generale di Assifero, ha esposto ai presenti il suo punto di vista rispetto a quelli che considera i limiti del fundraising o, per meglio dire, le caratteristiche che rendono inefficace la raccolta fondi dopo un determinato punto.

Casadei rileva tre aspetti in particolare. I primi due hanno natura microeconomica:

  • Costi marginali crescenti al crescere dell’offerta. Ovvero: al crescere delle professionalità del fundraising cresce la naturale competizione all’interno del Terzo Settore. Ciò rende necessari via via maggiori investimenti per ottenere medesimi ritorni.
  • Il mercato della raccolta fondi – e, di conseguenza dei fondi raccolti -, è in mano a poche grandi organizzazioni.

Il terzo aspetto ha a che fare con il concetto stesso di fundraising e nel concetto in sé trova il suo limite:

  • se “fundraising” significa “far crescere le risorse”, il limite lo si ha nel percepire tali risorse come esclusivamente economiche. Il fundraising diventa un limite nel momento in cui il fundraiser ha come fine il dono e non il donatore, il denaro e non la relazione.

Più semplicemente, Casadei sostiene che considerare il donatore come strumentale all’attività di raccolta fondi svilisca e comprometta in modo indelebile il rapporto con l’organizzazione e con il dono in sé, trasformando quella che va considerata un’opportunità per il donante, un dovere e, in casi estremi e purtroppo noti, un fastidio.

Se i primi due limiti sono pacifici e facilmente intuibili, il terzo è più delicato e dà una risposta definitiva all’agire e ai comportamenti del professionista della raccolta fondi. In particolare, il fundraising non va considerata un’attività mordi e fuggi da utilizzare al bisogno o per coprire buchi di bilancio, bensì un’attività strategica di lungo periodo che basa le proprie attività sulla costruzione di relazioni tra donatore e ONP, in cui siano ben presenti gli aspetti di reciprocità e partecipazione alla causa. Il dono è quindi diretta conseguenza e non fine ultimo.

Questa considerazione sono certa sia ben presente in ciascuno di noi ma vale la pena ricordarla. E’ la ragione che ci distingue da un professionista che faccia puro marketing o dal procacciatore d’affari. E’ il motivo per cui il fundraiser professionista non accetta e non propone guadagni a percentuale.

Le relazioni e il bene comune sono gli aspetti che se coltivati opportunamente metteranno la nostra professione nella condizione di superare i limiti che il mercato pone. E’ bene tenerne conto.

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Il video dell’intervento (inserito il 16 aprile):

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There are 10 Comments

  • welfareweb says:

    condivido in pieno questa analisi

  • Il donatore è una risorsa! Deve essere sereno , sapere a chi dona e per cosa dona. Il donatore va seguito il rapporto ONP-Fund raiser/donatore è una relazione che va continuamente coltivata, costruita implementata ma soprattutto deve essere VERA. Sono banalità? no! Il fine del Fund Raiser/ing sono la causa e il donatore, Un donatore sereno continuerà ad esserlo, magari cambierà ONP o seguirà più ONP ma sarà una PERSONA consapevole che può dare il proprio contributo certo che sia utilizzato per il fine dichiarato.

    HAVE A GOOD DAY !

  • chicasablan says:

    Hai ragione Elena, coltivare le relazioni è fondamentale. Putroppo penso che in molte ONP il limite sia l’autoreferenzialità. Non si opera, come ha scritto Bruno, per la causa e il donatore, per rendere quest’ultimo partecipe delle attività e dei progressi, ma per poter dire “accidenti, quanto sono bravo…ho raccolto “tot”, oppure “grazie a ME l’associazione è arrivata qui”. Mi è capitato di partecipare a selezioni per il personale in cui si badava più ai titoli e ai blablabla, che alla reale motivazione del candidato. Mi è capitato di sentire professionisti vantarsi del loro operato per farti sentire una “mezza calzetta”. Ecco come accade che molti lavorino nel no-profit non per vocazione, ma perchè ci sono arrivati casualmente o per una serie di blablabla dai famosi piedistalli. Ma chi non ha una “fuoco sociale” nel cuore non creerà mai relazioni genuine, il suo credo sarà soltanto “io brillo da solo”. E chi lavora davvero per passione e senza percepire un centesimo non riuscirà mai a crescere nel suo ruolo. Non a caso, i migliori operatori del sociale, cooperanti ecc. sono coloro che agiscono in silenzio e di cui nessuno sa nulla. E che, spesso, non ricevono un “grazie”. Così come molti donatori che donano e partecipano senza sbandierarlo ai 4 venti. Tu che lavori da anni nel fundraising e nella comunicazione saprai dirmi se le mie impressioni, a grandi linee generali, possono avere una conferma o meno… 😉
    Buona settimana!

    • Posso citarti? “Chi non ha una ‘fuoco sociale’ nel cuore non creerà mai relazioni genuine”. Mi piace quest’idea e la condivido tantissimo Chiara. E non solo in ambito sociale. Chi non si appassiona per le cose fa, produrrà sempre e comunque cose discrete ma mai eccelse! Rispetto all’umiltà: va bene ma presa a giusti dosi. I blablabla lasciano il tempo che trovano e spesso sono più controproducenti che produttivi, in particolare se sotto non c’è nulla. Ma se vali e ciò che fai è di buon livello, è giusto che quel valore venga riconosciuto. Nessuno fa niente per niente. Che sia anche un semplicissimo GRAZIE. Se semplice si può dire…

  • Cara Elena, concordo anch’io con l’intervento di Bernardino Casadei. Probabilmente, come dici tu, chi di noi lavora in questo ambito “sa” già che è il donatore ad essere al centro della relazione (e meno male…sai che noi se il tutto fosse riconducibile alla sola dimensione monetaria!) e non – la dico nella maniera più terra terra possibile – la quantità di soldi che si riesce ad ottenere da ciascun donatore.
    E’ bene, però, ribadire questo aspetto…anche perché credo che, per chi fa del fundraising e delle relazioni che esso comporta un “momento” non disgiunto dal resto della propria vita, enfatizzare la dimensione legata alla costruzione di rapporti con gli altri sia davvero una parte preponderante e arricchente del proprio lavoro.
    A presto!

  • Le relazioni sono il senso della vita e non solo nel lavoro. A volte non si ha il tempo di coltivarle ma se tutti ci stessimo dietro e le coltivassimo con attenzione, sono certa vivremmo molto meglio e in modo più sereno. Non credete anche voi?

  • welfareweb says:

    Bellissimi gli interventi e un grazie da parte mia.
    Trovo che il lavoro nel sociale, nel terzo settore etc. abbia, come tutti, le sue luci e le sue ombre. Non mi sono mai impressionato di chi vuol mettere la “bandierina” sulle azioni e progetti che realizza perchè fa parte dell’essere umano. La ricerca di gratificazione è un’aspetto che predomina. Su questo, consiglio un buon libro di Salvatore Natoli “Il buon uso del mondo” che partendo dalla distinzione aristotelica tra “agire” (dare un senso alle proprie azioni) e “fare” (eseguire un compito), l’autore si chiede quanto, nella nostra frenetica attività quotidiana, siamo “agenti”, soggetti capaci di realizzarsi in ciò che fanno, e quanto invece siamo “agiti”, elementi impersonali di una serie causale e anonima di cui non si vede né l’inizio né la fine. Per essere titolari della propria vita, e quindi davvero liberi, non basta infatti conformarsi a ciò che l’organizzazione richiede, ma occorre istituire un rapporto autentico con il proprio desiderio, e con gli altri. Così, nella società delle abilità, della tecnica e del saper fare, si ripropone in tutta la sua urgenza la questione delle virtù, intese come “abilità a esistere”, in grado di darci stabilità e consistenza. Chi lavora nel sociale deve essere consapevole di avere lo scopo non un oggetto ma delle persone; anche se fa ricerca fondi perchè la persona in fin dei conti, è il destinatario ultimo. Scusate la lunghezza.
    Grazie ancora
    Fabio Ceseri

  • virgilio says:

    Un professionista di fundraiser è un lusso che solo poche struttura possono permettersi, data la mole di piccole onlus operanti sul mercato. D’altro canto un consulente di fund raising non ha quella “legittimazione sociale” che gli riconosce quale prestazione solo una obbligazione di mezzi. Perciò il mercato chiede una terza figura di operatore: l’imprenditore di fund raising. Quest’ultimo, con portafoglio donatori, assicura una prestazione orientata al risultato e pone al centro della propria attività il donatore, non il dono nè tantomeno il beneficiario dello stesso. Questa terza via è il futuro che potrà assicurare la crescita dell’intero settore. Perchè, come ricorda il prof. Zamagni, una cultura del dono può essere promossa e consolidata solo da un’attività d’impresa.

  • Un portafoglio donatori? Caro Virgilio, aiutami a capire perché questa parola mi inquieta un po’. Mi ricorda molto i tempi in cui, da account, ci si aspettava che al mio arrivo si aprissero tutte le opportunità e i portafogli… Mi piacerebbe saperne di più.

    • virgilio says:

      Si sta consolidando una domanda di fundraiser che assumano su di loro il rischio della raccolta, assicurando così prestazioni di risultato in luogo di soli “mezzi” come avviene per i professionisti. Il fundraiser impresa sarebbe dunque un advisor a cui si rivolgerebbero donatori per un indirizzo dei propri contributi a cause “in linea” coi propri desiderata. La relazione sarebbe dunque tra fr e donatore, con individuazione dei bisogni “solidaristici” e orientamento nelle contribuzioni. Il portafoglio donatori sarebbe una sorta di comunità orizzontale non territoriale, coesa secondo le intuizioni di Bauman, la cui forza di tenuta è appunto l’attività dell’impresa di fund raising.

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