Gianni Clocchiatti. Profit, Nonprofit e il concetto di Cross-Fertilisation: due culture a confronto

Nel corso dell’ultimo mese, quando per intenderci ho pensato di approfondire il tema della CSR, ho avuto la fortuna di confrontarmi con una serie di persone che hanno stimolato la mia curiosità. Una di queste è Gianni Clocchiatti, consulente HR, formatore e creativity coach. Clocchiatti opera in contesti prevalentemente profit ma con un’expertise maturata anche in ambito nonprofit, in particolare sui temi dell’organizzazione del lavoro e del team building. Le sue elucubrazioni, che in questo post propongo in parte e che si completeranno successivamente, sono di natura sociologica ma ben si sposano con le riflessioni scaturite sino a qui. L’argomento non smette di promuovere il dibattito e, quel che è certo, non può dirsi esaurito. Anche in questo caso, so che non farete mancare le vostre riflessioni e che posso contare sul vostro prezioso contributo. Buona lettura.

IL PROBLEMA DI PARTENZA: PROFIT Vs. NONPROFIT, DUE CULTURE DIVERSE

La spartizione del mondo tra profit e nonprofit (così come concepita ora, ndr) genera due culture diverse; due modi di interpretare il mondo; due saperi diversi legati al fare e alle differenti esperienze.
Nel mondo aziendale si parla di efficienza, di risultati, di margini, di produttività, di mercato, di finanziamenti. Ci si rivolge ai clienti, ci si fa guidare da manager e da consigli di amministrazione. Nel mondo del nonprofit, in particolare del volontariato, le parole sono altre. Si parla di sostegno, di solidarietà, di valori, di raccolta fondi, di promozione, di bisogni del territorio, ci si rivolge e ci si prende cura delle persone, dei loro bisogni.
Sembrano mondi opposti e in parte lo sono, ma in parte no. Sempre di più anche nel mondo del volontariato si parla di sponsor, di stakeholders, di fundraising. Le organizzazioni più grandi sono guidate da amministratori delegati e direttori e la figura del responsabile finanziario ormai non è più un ossimoro. Tuttavia, risulta ancora difficile collegare e far collaborare le due realtà. Qualche tempo fa durante un corso di formazione con i responsabili di una importante struttura assistenziale, mi scappò la parola “Mercato”. Stavo spiegando loro che il Mercato nel quale agivano stava cambiando e forse chiedeva risposte diverse. Successe un finimondo. Non tanto sul contenuto, sul quale concordavano, quanto sulla parola, ahimè, utilizzata. “Noi non siamo sul mercato”, “ non lo facciamo per i soldi”, “se devo pensare al mercato tanto vale che vada a lavorare in un’azienda qualsiasi”: furono queste alcune delle eccitate, e sincere, risposte. Quella parola, Mercato, può anche far paura. Quando mi trovo in aule aziendali tutto questo non accade, anzi.

Le parole sono la rappresentazione del nostro mondo, è naturale che ci si confonda. In questo contesto parlare di culture e di interculture diventa fondamentale.

Tra i due mondi esistono competenze e saperi diversi, esperienze e professionalità disparate. Perché non connetterli? Perché non utilizzare il meglio di entrambi per arricchirsi, per migliorare, per essere entrambi “di più”?

Si tratta di coinvolgere in prima persona i diversi soggetti chiedendo loro di collaborare, di mescolare le proprie competenze, di ingaggiare un scontro fecondo, una “co–opetition” fatta di competizione e di collaborazione, di conflitto e di crescita.

Penso sia innegabile che esistono strumenti nel mondo aziendale che hanno ormai dimostrato la loro efficacia nel gestire le organizzazioni, i processi, le persone. Perché non utilizzarli anche nel nonprofit? Mi chiedo:

  • Qual è la differenza tra essere leader in un’azienda e leader in un’organizzazione assistenziale?
  • Tra il gestire in maniera efficiente e trasparente i denari degli azionisti e quelli dei benefattori?
  • Tra l’organizzare eventi promozionali di un prodotto di marca e di un servizio sanitario erogato in modo gratuito?

Nel Terzo Settore esistono straordinarie esperienze che possono essere esportate nel mondo imprenditoriale alla ricerca, oggi più che mai, di senso e di valori. Il lavoro ha perso di senso, gli stessi imprenditori dopo essersi immersi nel fiume della speculazione si sono resi conto del bluff e sono alla ricerca di qualcosa su cui costruire un futuro che sia solido e anche sostenibile.

Dalle solide realtà del Terzo Settore possono arrivare risposte preziose per dare un senso e un valore all’economia e alle aziende.

L’ATTESA E IL MODO: NOI COME COSTRUTTORI DI PONTI

Facciamo cadere le barriere ideologiche, poiché di questo si tratta, che dividono inutilmente le due sponde del fiume. Possiamo diventare “costruttori di ponti”. A mio avviso i tempi sono maturi, collegare quanto di meglio c’è nelle due sponde, scambiare conoscenze.

Contaminare esperienze. Costruire un mondo nuovo. Non è più sufficiente coltivare le singole eccellenze; occorre che esse si confrontino, si incontrino, fertilizzino il contesto sociale ed economico restituendo, almeno in parte, i benefici ottenuti.

Il termine cross-fertilization esprime molto bene questo concetto. Se ci crediamo lo stiamo già facendo.

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GUEST POST. Thank to:

Gianni Clocchiatti, consulente HR, formatore e creativity coach. Da tempo si occupa di formazione e cambiamento organizzativo collaborando con aziende, organizzazioni internazionali, università e istituzioni pubbliche. Ha pubblicato per Franco Angeli Creatività per l’innovazione. Nel 2004 ha fondato Eticrea, un network per la creatività d’impresa. Oggi collabora con Profexa Consulting come consulente HR e trainer nello sviluppo delle persone in azienda. Nel 2011 ha organizzato con Ciessevi e l’Università Iulm il Convegno For profit-for people. Impresa e volontariato, competenze diverse per migliorare le organizzazioni.

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There are 3 Comments

  • welfareweb says:

    Elena, una bella riflessione.
    La distanza tra no profit e mercato, si è ormai ridotto al minimo. Posso testimoniare che in Toscana per esempio, nell’area anziani, siamo da tempo “sul mercato”. Il meccanismo dei bonus da spendere in strutture accreditate, ha di fatto aperto la concorrenza. Di conseguenza è stato necessario pensare, ripensare e mettere in atto strategie di marketing sociale. Per me è stato un fatto positivo. Portare le strutture/servizi profit e no profit sullo stesso livello dando a tutti le stesse opportunità, aiuta a crescere ad uscire dalle aree di benessere e togliendomi un sassolino dalle scarpe, posso dire che per noi del no profit è stata una “botta di salute”. Eravamo troppo seduti perchè garantiti da convenzioni e altro che nel tempo, ha limitato l’entusiasmo e la voglia di ricercare anche la qualità. Abbiamo dovuto inoltrarci nella mentalità profit che non è totalmente da demonizzare. Abbiamo potuto anche contaminare l’area profit coinvolgendo alcune aziende in progetti specifici anche di ricerca fondi e quindi migliorare in qualità le nostre organizzazioni per restare al passo con i tempi e alle normative. Di conseguenza, concordo con te che il ruolo del Fundraiser può essere veramente quello di costruttore di ponti, quello di tessere alleanze, ma anche di creare cultura della qualità nei servizi che eroghiamo alle persone.
    Grazie ancora dei tuoi bellissimi post
    Fabio Ceseri

    • Il termine “contaminazione” mi diace moltissimo e rende molto l’idea del processo che dovrebbe avvenire tra profit e nonprofit, per un comune obiettivo: il benessere sociale.
      Noi ci stiamo lavorando, giorno per giorno. Io ci credo.

  • Molto interessante il concetto della cross-fertilization. E il post, che parte dalle differenze per arrivare al terreno comune su cui tutti – è innegabile, può non piacerci, ma è così…perlomeno questa è la mia opinione – viviamo e dobbiamo confrontarci.

    Sono d’accordo con l’autore: le barriere avevano una indubbia ragion d’essere quando – perdonate la semplificazione – il mondo era più semplice. Da un lato l’imprenditore dedito esclusivamente al profitto a scapito di qualunque cosa esulasse dalla propria sfera individualista, dall’altro i “buoni”, quelli che si prendevano cura degli altri e avevano a cuore le sorti della società.
    Naturalmente ho semplificato all’osso, ma ci tenevo ad essere il più chiara possibile.
    Non metto in dubbio che figure dedite alla mera ricerca del profitto a tutti i costi esistano, ma, insomma, parliamo di quello che succede nella media. Dove queste barriere ideologiche non credo abbiano più ragione di esistere e la parola “mercato” non dovrebbe significare altro che terreno comune sul quale confrontarsi: con una competizione il più possibile sana, certo, ma tenendo bene a mente che le logiche aziendali costi/benefici (semplifico anche qui!) sono quelle che – profit o nonprofit – determinano l’efficienza. Nella raccolta fondi come nella fidelizzazione; nella comunicazione così come nella correttezza nella presentazione del prodotto. Ripeto: parlo delle situazioni normali e semplifico volutamente chiamando prodotto anche quello che non è tale se non in linea generalissima, non illudendomi che entrambi i settori – profit e nonprofit – siano blocchi monolitici di persone corrette, trasparenti e convinte che il progresso individuale rappresenti anche quello collettivo o, al contrario, che siano tutti poco attenti al mondo che travalica i propri confini o alla gestione etica delle donazioni.

    Era una percezione – questa contrapposizione – che avvertivo molto forte qualche anno fa: adesso, invece, noto che se ne discute in maniera più oggettiva, come di una possibilità, di una opportunità per tutti.
    Ne riparleremo parecchio, dunque, come best practice da analizzare e come uno degli strumenti d’impresa (profit o nonprofit) che collegano le persone rispetto agli obiettivi.
    A presto!

    Simona

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