Fra angeli e diavoli, nel limbo della comunicazione sociale

Proprio in queste ore giunge a Lecco il tour di Nonsonoangeli, la fortunata iniziativa promossa da Nino Santomartino e Marco Binotto che in questi mesi ha visto me e tanti altri impegnati in una campagna a favore della buona comunicazione e contro l’uso strumentale della retorica buonista da parte della stampa nel definire le azioni di solidarietà umana da parte di singoli cittadini o da enti costituiti. Fulcro dell’idea è che una persona che fa la propria parte a partire, come il caso da cui è partita quest’iniziativa, da stati di emergenza debba essere considerata non tanto coming out isolato bensì prodotto di un’educazione civica alla cittadinzanza attiva che è propria del singolo inserito in un contesto più ampio che si muove secondo princìpi di umana solidarietà. Quest’immagine, per lo meno, è quanto sono riuscita a sintetizzare nel corso di questi mesi e mi fa pensare a un movimento sociale spontaneo che ha basi solide nonostante tutto e che è capace di strutturarsi, al bisogno, in modo tale da muoversi con i valori della solidarietà, dell’empatia, della mutualità senza con questo scomodare angeli ed eroi che trovano collocazioni più adeguate in altri ambiti.

Insomma, la libera iniziativa del cittadino a favore di un altro cittadino nasce dalla sua nobiltà d’animo e dal suo impulso civico di persona di comunità che fa la propria parte per il bene sociale secondo il princìpio della corresponsabilità.

Parto dunque da Nonsonoangeli che tuttavia rimane sullo sfondo per stimolare a ragionamenti più ampi perché di comunicazione sociale si parla (a sproposito, a volte) e c’è sempre più bisogno di parlarne (bene, stavolta) per comprenderla in modo appropriato. E usarla in modo appropriato.

Propongo qui di seguito uno stralcio dell’intervento di Riccardo Grozio di Ligurianonprofit.it dal titolo Fra angeli e diavoli, nel limbo della comunicazione sociale tratto dal volume Comunicare (il) bene? realizzato in occasione dell’incontro sulla comunicazione sociale dello scorso 13 novembre all’Università di Genova, sede di Savona. Ringrazio il giornalista per la gentile concessione.

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Tra gli angeli del fango e i diavoli di “mafia capitale” quale spazio resta alla comunicazione sociale? Ben poco, forse un limbo marginale fatto di rubriche specialistiche, approfondimenti settoriali e stampa specializzata che rischiano di confinarla nella più totale autoreferenzialità ed insignificanza mediatica. Eppure negli ultimi anni, anche grazie al sostenuto sviluppo del Terzo settore, la comunicazione sociale è sensibilimente cresciuta in qualità e quantità nel nostro Paese. (…)

Ma come viene trattata la notizia “sociale”? Quando riesce, abbandonando il limbo della mera fattualità, ad approdare al circuito dei media? Come evitare pietismo e sensazionalismo, slogan e stereotipi? Come uscire dai confini rassicuranti delle rubriche e delle pagine di servizio? Qual è il ruolo dei nuovi media digitali e dei social network? (…).

L’incontro è l’occasione per riflettere sulla necessità di supererare tanti luoghi comuni e steccati che ancor oggi dividono le organizzazioni non profit e i media. Del resto non è un mistero per nessuno quanto difficile e insidiososa sia la comunicazione sociale, spesso silenziata dai clamori della retorica buonista da un lato, e dello scandalismo della malaficenza, dall’altro.

Che fare, allora, per dare voce in modo corretto ed efficace alla realtà più autentica del Terzo settore?

Innanzitutto, va fatta chiarezza, disaggregando l’universo monolitico costruito dalla narrazione pubblica del non profit. 300mila organizzazioni, 5 milioni di volontari, 1 milione di occupati, 67 miliardi di euro di fatturato, pari al 4,3% del Pil nazionale: cifre da guinnes che fotografano l’unico settore che nell’ultimo decennio ha registrato in Italia una sostenuta crescita, sia in termini di volontari e addetti, sia in termini di fatturato.

Ma siamo sicuri che sia proprio così? Siamo sicuri che questa rappresentazione del non profit corrisponda alla realtà, ben più frammentaria e diversificata e non risponda invece a una nostra aspettativa o a una nostra proiezione? Cosa hanno in comune una università della terza età con una federazione sportiva? (…) o un circolo di golf con un’associazione sportiva per persone con disabilità?

La risposta è ovvia: nulla (…) e non si capisce perché dovrebbero essere considerate parte del medesimo fenomeno, (…) godere degli stessi vantaggi ed essere chiamate alle medesime responsabilità. Il libro di Giovanni Moro, Contro il nonprofit (Laterza, 2014) dimostra con tutta evidenza quello che forse tutti sapevano ma non osavano dire e lo fa, scientificamente, mostrando la genesi di un grande equivoco ed individuando storicamente il processo di “invenzione del nonprofit”. A pariter da ciò, e proprio in nome dei valori più autentici insiti in qusto magma indistinto costituito dal non profit, Giovanni Moro esorta al superamento di tale ambigua astrazione, che vive sull’effetto alone proiettato dal volontariato sull’intero comparto delle attività senza scopo di lucro. Solo così si può evitare quel rovinoso effetto boomerang che amplifica a dismisura scandali e illegalità, gettando così discredito, per contrappasso, sull’intero settore.

In tale nuovo settore, che privilegia il concetto di cittadinanza attiva rispetto a quello stereotipato del volontario-eroe, si inserisce il problema cruciale della comunicazione sociale che, come sostiene Gaia Peruzzi in Fondamenti di Comunicazione Sociale (Carocci, 2012), a prescindere dai tecnicismi e dai media impiegati, è uno straordinario motore del cambiamento in quanto lavora per creare legami e condivisione attorno a valori poisitivi per la solidarietà, l’inclusione e il benessere della collettività, con una forte vocazione all’innovazione.

Dunque, (la comunicazione sociale, ndr) non è semplicemente la comunicazione delle organizzazioni nonprofit o quella relativa ai temi socialmente sensibili, ma soprattutto si caratterizza in funzione della formazione delle coscienze e dei comportamenti e come produzione e diffusione di relazioni e legami sociali.

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Qui finisce l’intervento di Riccardo Grozio. Da qui, poi, vale la pena approfondire e capire i limiti entro cui muoversi per agire, anche nella sollecitazione del dono. Ne parlerò prossimamente perché il tema merita è estremamente articolato e merita trattazione a parte.

Più sopra, una serie di foto dell’evento in università e il mio intervento dal titolo Il ruolo del fundraiser nella comunicazione sociale.

 

Il mio grazie per l’invito va a Riccardo Grozio e al portale Ligurianonprofit.it, al professor Franco Manti, docente di etica della comunicazione, DISFOR, dell’Università di Genova. Le foto sono di Riccardo Grozio, Claudio Basso del Forum Ligure del Terzo settore, mie.

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Elena Zanella

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