Dialogatori, qualcosa sta cambiando

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Io vivo in una cittadina in provincia di Milano.

Come tutti i paesini di provincia, anche il mio ha una chiesa, un parco, un oratorio, una scuola elementare, una farmacia e un minimarket attorno ai quali si concentra la vita della comunità e proprio come tutte le comunità che vivono ai margini di una grande città, vive la lentezza della provincia, all’ombra della metropolitana, così frenetica e caotica, presso cui molti dei mei concittadini lavorano e spendono gran parte della giornata.

Anch’io, come molti di loro, vivo abitualmente questa seconda dimensione. Sempre in bilico tra impegni professionali e tempi personali da far quadrare. Resto di rado per l’intera giornata in paese. Succede in momenti come questi di fine luglio in cui i ritmi rallentano e il momento della pausa estiva si avvicina finalmente prepotente. Capita così che frequenti i luoghi della comunità così come i tanti anziani rimasti soli o impegnati con i nipoti non ancora partiti per il mare o la montagna con i genitori.

Oggi, in uno di quei luoghi incontro due giovani dialogatori o, meglio, promotori della solidarietà come preferiscono essere chiamati ora.

Mi accolgono con un grande sorriso tra la colonna dei piccoli carrelli e la corsia d’ingresso, occupando quasi per intero lo spazio d’accesso. Conoscendo il territorio, già so che raccoglieranno ben poco e un poco mi spiace. Difficile passare oltre facendo finta di nulla. Mi fermo. Mi presento come loro collega. Il loro sorriso cambia e anche il mio interesse, solitamente passivo e un poco freddo alla loro sola vista, muta. Mi accorgo con sorpresa che ho di fronte due giovani profondamente motivati e curiosi, mossi da reale interesse al compito che sono chiamati a svolgere, desiderosi di lavorare nel settore e di saperne di più. È una sensazione piacevole, molto!

Non ho mai ritenuto che la strada del dialogo diretto fosse un modo per muovere i primi passi nel fundraising perché un dialogatore non è un fundraiser così come siamo soliti considerarlo.

Allo stesso tempo, non è la strada principale per entrare nel nonprofit.

Se non mosso da motivazioni puramente economiche, quello scelto dal fundraiser di strada è, spesso inconsapevolmente, un percorso lungo e tortuoso, difficilmente soddisfacente, non tanto per il denaro che a volte arriva tanto per quanto rimane “attaccato” in termini esperienziali.

Ma le proposte di lavoro sono spesso accattivanti e lasciano sperare che possa essere l’occasione giusta, quella della vita. Ecco, non è così o lo è molto raramente. Di quest’esperienza ho avuto modo di parlare su questo blog personale in più di un’occasione (qui, qui e qui, ad esempio. Consiglio in modo particolare la lettura dei tanti commenti raccolti nel tempo).

Succede dunque che a una prima fase di entusiasmo segua il disincanto. Vuoi perché non raccogli adesioni. Vuoi perché in assenza di adesioni non vi è un riscontro economico per il giovane che si impegna. Vuoi anche il contrario, ovvero che il riscontro economico rimanga la sola leva di interesse a lungo andare e sul lato motivazione rimanga ben poco, ahimè. Vuoi perché il marketing ha la priorità sulla buona causa molte volte. Per queste e molte altre ragioni, il dialogo diretto è una grande opportunità per l’Onp – poche, diciamolo, quelle che se lo possono permettere in modo strutturato – perché certamente efficace ma lo è meno per il dialogatore che vuole, attraverso questo canale, mettere un piede nel sociale in generale e nel fundraising in particolare.

Per questo serve altro: serve dedicare il tempo allo studio e all’alta formazione nel settore.

Ma qualcosa mi accorgo sta cambiando anche in quest’ambito.

Quelli che in UK sono stati chiamati con l’epiteto Chugghers, urlatori, e bannati dai donatori così come dal cittadino comune, in Italia stanno seguendo un percorso diverso e (forse) più consapevole.

Merito l’internalizzazione all’ente delle aree di dialogo diretto con formazione specifica e la nascita di società specializzate dedicate al solo nonprofit, il face to face fundraising o street fundraising si fa meno strumentale e più strategico.

Il reclutamento cambia e il marketing sfrontato lascia il posto a un marketing più compassionevole e “a modino”.

Dall’esperienza vissuta mi porto a casa due cose importanti: un grande sorriso che ti fa stare bene sempre e l’assoluta certezza che oltre al bisogno di far sottoscrivere il tuo sostegno ci sia l’interesse vero, profondo, verso la buona causa rappresentata e anche questo fa stare bene.

Crederci è il primo passo. Se loro ci credono, facile facile ci creda anch’io.

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La foto è di Joy Fundraising che ringrazio di cuore per la gentile concessione.

Il post originale lo trovi su Vita.it.

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