Che cosa dicono le nostre parole? Impariamo a farci caso

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(Foto tratta da pexels.com)

Oggi ho il grande piacere di ospitare sul blog un’amica, una collega, una persona di grande professionalità e per cui nutro una grandissima stima. Per me, una delle migliori, se non addirittura la migliore, nel suo campo e che ho l’onore di avere nel corpo docente della Fundraising Academy per il modulo di scrittura creativa per il fundraising del corso intensivo Startup Fundraising: Eleonora Terrile.

Eleonora in questo post ci svela qualche trucco del suo mestiere, quello della scrittura nel nonprofit, portando esempi, argomentazioni, ricerche.

Buona lettura.

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Le parole che usiamo dicono tanto, anche di noi.

Ricordate Nanni Moretti in Palombella Rossa, quando urlava “Le parole sono importanti!” a una giornalista che si esprimeva con frasi fatte? Le frasi della donna comunicavano la sua pigrizia mentale e incapacità professionale.

Le parole che scegliamo raccontano le nostre intenzioni.

Se precise, comprensibili, adeguate al contesto e agli interlocutori, rivelano interesse per le persone alle quali ci rivolgiamo. Se settoriali ma indirizzate a chiunque, manifestano la nostra vanità e indifferenza.
Le parole sono specchi: riflettono chi parla, chi scrive o le aziende/enti ai quali diamo voce.
Non sempre dicono quello che vogliamo. Talvolta contraddicono le nostre intenzioni.

Un esempio?

Dichiarare in un testo pieno di errori che l’associazione non profit XYZ “lavora per garantire a tutti i bambini del mondo il diritto all’istruzione”.

Un altro?

Scegliere un nome in inglese per promuovere un progetto che valorizza l’artigianato locale italiano.

Potrei continuare, ma basta così. Do per scontato che facciamo del nostro meglio quando lavoriamo per un Ente del Terzo Settore. Che ne conosciamo e condividiamo missione, causa, progetti. Che ce la mettiamo tutta per creare efficaci campagne di raccolta fondi attraverso ogni media e strumento di comunicazione. Che ci impegniamo a meritare la fiducia dei potenziali sostenitori e a valorizzare i donatori acquisiti. Ho qualche dubbio, invece, sulla nostra capacità di evitare scivoloni, scorciatoie, mode, superficialità.

Comunicare bene non è facile. Comunicare bene per conto degli Enti non profit è difficile. Basta un attimo per cadere nella carità pelosa, nel paternalismo, nel colonialismo, nell’eroe bianco che salva il povero nero, nel “malato incatenato alla sedia a rotelle”, nel grottesco del politicamente corretto tipo “diversamente vedente”, “bambino speciale” e così via.

Comunicare bene per conto delle Organizzazioni Non Governative è la vera impresa di oggi.

La parola ONG, infatti, è fra le più odiate dagli italiani, come indicato dalla ricerca Demos-Coop Osservatorio Capitale Sociale – Mapping: le parole del nostro tempo.

Negli ultimi due anni le ONG sono passate dall’essere considerate “angeli” a “taxi del mare”.

Questo cambio della percezione e il conseguente crollo della fiducia trovano spiegazione nell’incremento di notizie allarmistiche a tema “ONG”, “migranti”, “crimini” date per tutto il 2017, anno pre-elezioni politiche italiane, dai telegiornali delle 7 reti nazionali, oltre che dai quotidiani cartacei e online.
Il mio riferimento, che vi invito a leggere al link, è “Notizie da paura – Rapporto Carta di Roma 2017″.

Le parole usate a scopo manipolatorio oscurano la realtà, costruiscono muri, generano emozioni primarie come la paura e l’odio.

La loro forza è la banalizzazione, la polarizzazione di qualunque tema in modo che esistano solo i “buoni” e i “cattivi”, l’evocazione di scenari spaventosi, l’essere facilmente memorizzabili. È con questo che le ONG, oggi, devono fare i conti.

E noi che ci occupiamo di comunicazione per conto delle ONG e degli Enti del Terzo Settore, che cosa dobbiamo fare? Non ho la risposta esatta, ma suggerisco che cosa possiamo fare:

Possiamo tendere alla semplicità, che è agli antipodi della banalizzazione.

Per spiegare la differenza cito la scrittrice Michela Murgia:

“Chi semplifica toglie il superfluo, chi banalizza toglie l’essenziale”.

Possiamo ripartire dai diritti umani e civili e rispettarli a cominciare dalla scelta delle parole, del tono di voce, delle immagini, del nostro sguardo, della prospettiva. Possiamo usare le parole per fare luce sulla realtà, allargare gli orizzonti, costruire ponti, suscitare emozioni primarie positive come la gioia.

Possiamo far parlare la nostra umanità.

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Eleonora TerrileGuest post. Txs to Eleonora Terrile. Eleonora lavora come consulente di comunicazione e raccolta fondi da Ottobre 2007, dopo aver trascorso 19 anni in agenzie di pubblicità, direct marketing e digital come copywriter, supervisor, co-direttrice creativa. Ha dato idee e voce a oltre 70 clienti italiani e internazionali, molti dei quali ONG e associazioni non profit. Da 10 anni tiene corsi e workshop di comunicazione e scrittura, invitando i partecipanti ad evitare gli stereotipi e a scegliere con cura parole, immagini, tono di voce. È socia di ASSIF e di EuConsult Italia. www.eleonoraterrile.it. @funnyraiser. Eleonora Terrile è docente della Fundraising Academy.

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