
Il Terzo settore italiano è fatto di oltre 360mila enti, 140mila dei quali iscritti al RUNTS, il Registro unico nazionale del terzo settore. È un mondo enorme e diseguale: da un lato poche organizzazioni strutturate, che sanno raccontarsi con proprietà; dall’altro una massa immensa di realtà piccole e piccolissime, per cui la comunicazione resta un’intenzione, quando non un lusso rimandabile. Basta scorrere l’elenco del 5 per mille: dopo i primi nomi, quelli che conosciamo tutti, si apre un vuoto. Non un vuoto di merito, sono organizzazioni che fanno cose spesso straordinarie, ma un vuoto di voce.
Parto da qui perché è il punto che, da professionista che lavora dentro questo settore, mi trovo davanti ogni giorno.
Nel Terzo settore la priorità è la missione, lo scopo sociale per cui un’organizzazione esiste. Ed è giusto così. Ma una missione che non si comunica non raggiunge nessuno. Comunicare, nel sociale, non significa “fare visibilità”: significa costruire la fiducia su cui poggia tutto il resto. È dalla reputazione che dipendono la capacità di raccogliere fondi, la solidità delle relazioni con istituzioni e imprese, la possibilità di attrarre volontari e competenze.
Comunicazione, posizionamento, sostenibilità e scopo sociale non sono compartimenti separati: sono anelli della stessa catena. Se se ne spezza uno, si ferma tutto, missione compresa.
Perché, allora, la comunicazione resta così spesso un pensiero secondario? Le ragioni, dopo anni, le riconosco quasi sempre uguali. La prima è che viene percepita come un costo, e non come un investimento: si destina tutto ai progetti, convinti che comunicare si possa rimandare, senza accorgersi che, alla lunga, non comunicare rischia di sterilizzare anche i progetti migliori. La seconda è più sottile: l’idea che comunicare lo possa fare chiunque. Non è cattiva volontà: è una convinzione quasi mai detta ma molto diffusa, che la comunicazione non faccia davvero parte del lavoro, ma sia un costo da rimandare o qualcosa che si improvvisa. Ed è un modo di pensare che, oggi, un’organizzazione sostenibile non può più permettersi.
Dico oggi perché il contesto è cambiato. La riforma, con il RUNTS, ha portato al settore opportunità crescenti ma anche responsabilità crescenti: più trasparenza, più rendicontazione, relazioni più esigenti con istituzioni, imprese e sostenitori. In questo scenario, la comunicazione non è un ornamento che si aggiunge alla fine: è il terreno su cui la fiducia si costruisce o si perde, in un tempo in cui l’attenzione è contesa e la reputazione è tanto fragile quanto decisiva. Gli strumenti cambiano — i dati, l’intelligenza artificiale — ma la sostanza no: comunicare bene resta un atto intenzionale e competente, non un’improvvisazione.
È da questa consapevolezza che nasce la Commissione Terzo Settore di FERPI, che ho l’onore di coordinare per il mandato 2026-2029 (ne parlavo qui). Con il preciso obiettivo di lavorare con professionisti che condividono lo stesso terreno, gli stessi problemi e la stessa ambizione di alzare il livello, e con esso il posizionamento, di una funzione lasciata troppo a lungo ai margini del sociale.
È un lavoro che non ha senso fare da soli, e infatti la commissione si muove accanto agli altri temi che FERPI presidia: la sostenibilità, la comunicazione responsabile, l’agenda pubblica, la trasparenza e la rendicontazione. Nel concreto, significa produrre nel tempo qualcosa di utile a chi fa questo lavoro: momenti di confronto, contenuti e strumenti condivisi, occasioni di formazione e aggiornamento. Perché una commissione non vale solo per le idee che mette in circolo, ma per ciò che sa restituire, concretamente, a chi la anima.
Ho le idee chiare sul perché questa commissione serva. Il programma, però, non lo scriverò da sola: lo costruiremo con chi sceglierà di partecipare, perché nessuno arriva “già imparato” e le cose migliori nascono dal confronto tra esperienze diverse.
Ed è qui che arrivo alla parte che mi sta più a cuore. Una commissione non è un titolo: è una squadra, o non è nulla. Se sei socia o socio FERPI e lavori nella comunicazione del Terzo settore — come professionista interno, consulente o volontario — questo è il tuo spazio, e mi farebbe piacere averti con noi. Puoi partecipare anche se fai già parte di un’altra commissione: basta segnalarlo a info@ferpi.it.
E se non sei socio, il discorso non finisce qui.
Se questo tema ti riguarda — perché lavori in un’organizzazione che fatica a farsi ascoltare, o perché anche tu pensi che la comunicazione nel sociale meriti di essere presa sul serio — scrivimi, parliamone. Il confronto non ha bisogno di tessere, e questa non è una conversazione che intendo tenere chiusa dentro una stanza.
C’è molto da fare. Ed è un buon momento per farlo insieme.


