Sembra che l’estate sia finalmente arrivata. Con sé, la bella stagione porta la naturale voglia di stare fuori di casa a godersi la luce del giorno e a scaldare le ossa umidicce messe a dura prova da un inverno che sembrava non avere fine.

Insieme ai fiori, spuntano le ricerche di (e sui) dialogatori. Me ne accorgo dal traffico sul blog. La parola più ricercata è, appunto, quella di dialogatore: 250 volte nell’ultima settimana. Non male direi. Se poi alla parola dialogatore aggiungiamo “quanto guadagna un”, ecco, allora abbiamo fatto bingo! I post più discussi vengono letti e commentati con slancio. Ancora ora a distanza di mesi dalla loro pubblicazione. Così, mentre a Londra i profili vengono bannati e mediaticamente denunciati (leggi Vita di qualche giorno fa), qui da noi ci si scandalizza e si dibatte sui social mentre per il resto si lascia che sia, con buona pace della polemica che periodicamente si mette in moto tra i professionisti della raccolta fondi.

foto Raffaele PicilliCi sono alcuni aspetti sul tema professioni e nonprofit che è opportuno tenere presenti. Ci ho pensato e li ho raccolti nel corso di queste due settimane di vacanza che mi hanno tenuta lontana anche dal web. Li stendo qui riportando il mio punto di vista, “uno e mio” – per inciso -, senza presunzione di esaustività.

TEMA 1. FUNDRAISER vs DIALOGATORE

Chiariamo una volta per tutte: fundraiser e dialogatore non sono sinonimi. Un fundraiser è un professionista preparato che mette al servizio le proprie competenze (sia strategiche che operative) all’interno di un’organizzazione o di un ente per il raggiungimento di una buona causa. Un dialogatore (o “cacciatore di fondi”) è un operatore che per un certo periodo di tempo lavora per una ONP proponendo un prodotto sociale al pubblico attraverso la tecnica del face to face. LA QUESTIONE DI PARTENZA: è chiara la differenza tra le due figure e il ruolo che ciascuna ricopre all’interno dell’organizzazione?

TEMA 2. IL FACE TO FACE FUNDRAISING

il F2F fundraising tanto detestato altro non è che uno strumento tra gli altri: non è quindi il male assoluto. Male lo diventa nel momento in cui viene gestito male, con invasività. Va usato con moderazione per non urtare e diventare controproducente. Detto ciò, è molto efficace. E’ una fortuna per chi se lo può permettere. LA QUESTIONE DI PARTENZA: come viene utilizzato dalle ONP?

TEMA 3. IL GUADAGNO A PERCENTUALE

Ecco cosa penso: se una ONP paga a percentuale un dialogatore la cosa non mi tocca. Se paga a perecentuale una società di servizi, tanto quanto. Quel che mi interessa è che non paghi a percentuale un fundraiser o che quest’ultimo non decida di lavorare a provvigione. Mi spiego? Poi, è vero, la questione potrebbe allargarsi e sarebbero molte le perplessità derivanti, in particolare legate al concetto di etica e del “non sta bene e non si fa” ma preferisco fermarmi a questo aspetto specifico, quello tra l’altro ben promosso dall’ASSIF nella campagna ZEROXCENTO lanciata negli ultimi mesi. Il resto lo delego al libero arbritrio ma se qualcuno vorrà parlarne, potrò dire la mia. Da professionista del Terzo Settore, ben inteso. LA QUESTIONE DI PARTENZA: si ricorre e, se sì, in che misura si ricorre alla modalità retributiva a percentuale con il fundraiser?

TEMA 4. COMPETENZE E PROFESSIONALITA’

Sono certa comprenderà Alessandro se ho deciso di citarlo. Non farò il cognome per rispetto alla sua privacy, ma il suo sfogo sui social è più che legittimo e comprensibile. Ecco cosa scrive:

(…) non basta solo dire “0%”, ma bisogna anche creare le basi perché le selezioni siano il più possibile trasparenti e logiche: (…) vedo, purtroppo, che per candidarsi alla posizione di FR basta alle volta aver organizzato un paio di cene o lotterie, e a volte si rischia pure di essere assunti (alla faccia di studi, corsi, master, esperienze reali…).

Come a dire:

Qualunque sia la tua preparazione e provenienza, tutto fa brodo.

Sappiamo bene noi fundraiser che così non è e lo sanno bene i dirigenti e i vertici delle ONP che vogliono professionalità. Io, nella mia organizzazione, ho cercato e assunto figure specifiche e appositamente preparate. Per raggiungere gli obiettivi che mi sono posta senza perdere tempo: investire bene è un guadagno e non una spesa; investire male, solo un costo. LA QUESTIONE DI PARTENZA: fino a che punto c’è, nella ONP, la volontà di fare?

TEMA 5. STAGE E TURNOVER

Gli fa eco una giovane collega:

Non è (…) solo un problema di 0% e di selezione ma è anche un problema di stage. Quanti ma quanti giovani prima di iniziare a essere retribuiti e essere ritenuti dei professionisti devono fare stage e stage e stage… all’infinito…? Iniziamo a affrontare anche questa problematica.

Quel che è certo è che il Terzo Settore non è immune da questo tipo di opportunità che tale è fino a che non diventa opportunismo. Purtroppo, però, non è immune nemmeno da quest’ultimo di comportamento che se non è tollerato nel profit, figuriamoci quanto sia inopportuno nel nonprofit, che per sua natura dovrebbe essere mosso da valori di etica non solo negli obiettivi ma anche nei comportamenti. Bene. Al contrario, vi si ricorre eccome e non è così raro imbattersi in offerte di tirocinio o di posizione caratterizzate da alti turnover. Qualsiasi sia la dimensione dell’organizzazione, il problema della precarizzazione c’è ed è purtroppo più ampio di quel che si pensi. LA QUESTIONE DI PARTENZA: siamo certi che all’interno della nostra ONP esista spazio per una domanda di lavoro qualificato e, se sì, siamo certi di offrire opportunità in linea con i valori etici che dovrebbero contraddistinguere il nostro operato?

Quelli elencati sono i cinque temi caldi su cui i fundraiser discutono molto e su cui converrebbe aprire dei Tavoli di confronto con i vertici e le dirigenze delle organzzazioni nonprofit. Li condivido qui e attendo un tuo intervento, con lo scopo magari di stendere una serie di priorità su cui agire e lavorare insieme. Perché raccontare quel che non va tra noi fundraiser può servire per un temporaneo sfogo. Dopodiché occorre fare di più: occorre portar fuori la nostra voce; raccontare il nostro punto di vista; modificare – perché no (!?) – il nostro atteggiamento professionale. In che modo? Bandendo, rifiutando, promuovendo, agendo, dichiarando. Rendendoci, in poche parole, attori e produttori attivi del cambiamento, del miglioramento della nostra professione e “di quel che non si dice”.

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La foto è dell’amico e collega Raffaele Picilli.

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