C’è una parola che nel nostro settore viene usata come uno scudo: stabilità. È rassicurante dire che i conti quadrano, che le attività procedono come l’anno precedente, che tutto è sotto controllo. Ma dietro quella parola si nasconde spesso un’insidia silenziosa. Perché esiste un confine sottile — quasi invisibile — che separa la stabilità dalla stagnazione. E confondere l’una con l’altra è il primo passo verso l’irrilevanza.

Nelle ultime settimane ho scritto della visione come benzina del cambiamento e di chi mettiamo intorno al tavolo del Consiglio Direttivo. Questo articolo è il passo successivo: ok, hai la visione, hai il Board giusto — ma la tua organizzazione si sta muovendo o sta fingendo di farlo?

La stabilità vera è un equilibrio dinamico

Pensate a un aereo in volo. Da terra sembra fermo, sospeso. In realtà i motori bruciano carburante, le ali generano portanza, il pilota corregge la rotta di continuo. Se spegnesse i motori perché “la quota raggiunta è sufficiente”, l’aereo non resterebbe sospeso: cadrebbe.

Nelle organizzazioni funziona allo stesso modo. Essere stabili non significa fare le cose come le abbiamo sempre fatte. Significa investire energia ogni giorno per mantenere l’impatto, per innovare, per non farsi trascinare giù da un mondo che cambia a velocità che dieci anni fa non immaginavamo. Se smetti di generare spinta, inizi a perdere quota. Il fatto che non te ne accorga subito è la parte più pericolosa.

La chiatta con l’ancora calata

Dall’altra parte c’è la stagnazione. Ed è qui che il discorso si fa scomodo.

La conosco bene: è quella situazione in cui la dirigenza lamenta la mancanza di risultati e decide di assumere un nuovo fundraiser o un consulente esterno per “dare una mossa” all’organizzazione. È come montare un motore a reazione su una chiatta con l’ancora calata. Puoi dare tutto il gas che vuoi, bruciare quantità enormi di carburante — tempo, soldi, entusiasmo — ma se l’organizzazione non ha la volontà di sollevare quell’ancora, la chiatta non si sposta di un centimetro.

Il motore si surriscalda e si rompe. Chi lo guidava se ne va frustrato. E chi è rimasto sulla chiatta dice: “Visto? Anche questo esperimento non è servito a nulla.” È uno schema che si ripete con una regolarità desolante. E il problema non è (quasi) mai il fundraiser. Il problema è la passività di chi non vuole muoversi.

Il piattume che contagia

Troppo spesso ci si accontenta di collaboratori che “fanno il loro”. Che vedono il lavoro nel nonprofit come uno scambio tra tempo e stipendio. Non sto parlando di pretendere l’eroismo quotidiano: sto parlando della connessione con la missione. Se manca quella, l’organizzazione si svuota dall’interno.

Il piattume è contagioso. Chi pensa solo a timbrare il cartellino spegne chi vorrebbe fare di più. E alla lunga, chi ha il fuoco dentro se ne va — perché nessuno resta a lungo in un posto dove la sua energia viene vissuta come un disturbo anziché come una risorsa.

È la stessa logica del Board: come scrivevo settimane fa, se intorno al tavolo siedono persone che non condividono la visione, tutto diventa più pesante. Vale per il Consiglio Direttivo e vale per ogni livello dell’organizzazione.

L’efficienza non è una parolaccia

Dobbiamo dunque avere il coraggio di dire una cosa che nel Terzo Settore suona ancora scomoda:

la passività e l’inefficienza non sono peccati veniali. Sono un tradimento della missione.

Si pensa che parlare di risultati, di performance, di numeri sia “poco etico” per chi fa del bene, ma è esattamente il contrario. Ogni euro non raccolto per pigrizia è un servizio in meno a chi ha bisogno di noi. Ogni bando non vinto per mancanza di voglia di innovare è un’opportunità bruciata. Ogni progetto gestito in modo mediocre è una promessa non mantenuta verso i beneficiari.

Accontentarsi dei risultati ottenuti non è umiltà: è mancanza di ambizione verso il bene che potremmo generare.

Se abbiamo la responsabilità di operare in un’organizzazione con uno scopo sociale, abbiamo l’obbligo morale di essere i migliori possibili. L’efficienza è lo strumento che trasforma i sogni in impatto reale.

Sollevare l’ancora

La domanda è una sola: siamo qui per occupare uno spazio o per generare un cambiamento?

Se la risposta è la seconda, allora è tempo di guardare la propria organizzazione con onestà. Di chiedersi se quella che chiamiamo stabilità non sia, in realtà, immobilismo con un nome più elegante. Di sollevare l’ancora, anche quando fa paura.

I nostri beneficiari non possono aspettare che noi decidiamo di muoverci.

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