Fundraising. Sviluppare il pensiero critico oltre i luoghi comuni

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Ho smesso da tempo di pormi in contrasto con il pensiero comune e svolgo il mio lavoro con tenacia, attraverso i miei scritti e i miei interventi, ma senza conflitti. So perfettamente di essere talvolta una voce fuori dal coro nel fundraising. Questo è evidente, data la mia assenza, dai e nei circoli convenzionali. Per scelta, a volte, ma a volte no. Ciononostante, lavoro con determinazione e con molta coerenza, sempre. Chi mi conosce bene lo sa e ha accettato i miei modi assertivi, consapevole, nell’affiancarmi e nello scegliermi come consulente, che faccio quello che dico e mi pongo obiettivi concreti che mi propongo di raggiungere. Con una passione palpabile verso il mio lavoro definito dai fundraiser “il lavoro più bello del mondo” (per me lo è naturalmente) ma che lo sia è, di fatto, del tutto relativo.

Questo vale anche nella formazione cui accompagno sempre il disincanto per il settore che è bello, certo, ma nasconde talvolta contraddizioni che è bene conoscere per evitare di sbatterci il naso e farsi male, molto male.
Dobbiamo imparare a sviluppare il pensiero critico, andando oltre le convenzioni, per vedere le cose sotto un’altra luce e per darci prospettive diverse che ci permettano di ottenere risultati più interessanti, confacenti e solidi nel tempo.
Su queste basi, propongo un mio nuovo post oggi su La Zanzarella, il blog su VITA non profit, che, se vorrai, troverai in originale qui. Diversamente, continua la lettura…

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Per riuscire e risultare credibili in qualsiasi lavoro è necessario credere in ciò che si dice. Se non sono convinta di una cosa, molto difficilmente riuscirò a lavorare bene. Ciò che faccio mi deve piacere e, per piacermi, mi deve convincere. Mia abitudine è non dare nulla per scontato solo perché convenzionale. Ritengo invece utile e stimolante andare oltre il pensiero comune.

Nel fundraising, ci sono convinzioni dominanti che si trasferiscono come dati di fatto, e quindi vere in sé, in cui, diversamente, non credo e non mi sentirete mai pronunciare.

Non mi sentirete mai usare il termine “sposare una causa”.

Le cause non si sposano, bensì si apprezzano e sostengono. Dietro le cause, anche le più nobili del mondo, ci sono persone con limiti e pregi umani. Le persone deludono e sono fallibili, me compresa. Credete in una causa dunque ma non sposatela. Vi potreste sorprendere presto a tornare sui vostri passi per una delusione di troppo o per un’offerta migliore. Date invece tutto quel che potete, seriamente, finché ci siete perché è questo ciò che si chiede: serietà, investimento, dedizione. Siate leali, non fedeli.

Non mi sentirete mai dire “amate il vostro donatore”.

Amate il vostro compagno, vostra moglie, vostro figlio, vostro padre, vostra madre. Il donatore si aspetta il vostro rispetto, non il vostro amore. Decliniamo correttamente le parole. Se poi ci piace usare questi termini per enfatizzare la relazione bene ma prima dobbiamo avere chiaro di cosa parliamo. La relazione con il donatore è una relazione che si basa su un interesse, uno scopo. Difficilmente è fine a sé e incondizionata. Va individuata quella condizione che rende tale relazione soddisfacente. D’altronde, per l’onp il donatore è fonte di sostegno. Un matrimonio di interesse, un interesse che ha un fine nobile e non proprietario, in fin dei conti, ma pur sempre di interesse più che d’amore si tratta. Non c’è nulla di male in questo, sia chiaro. Ne parlavo giusto qualche anno fa.

La celebre frase del fondatore de The Fund Raising SchoolHank Rosso, per cui “il fundraising è la nobile arte di insegnare agli altri la gioia di donare”, è sempre profondamente vera e densa di significato per i fundraiser ma va compresa nel senso e attualizzata. Siamo lontani dal boom economico, palcoscenico entro il quale Rosso la pronunciò. All’indomani, forse, di una crisi economica mondiale, il donatore-tipo è cambiato: non solo è più colto rispetto ai tempi dei nostri padri e dei nostri nonni, ma ha anche meno soldi e anche qualora ne avesse sempre tanti, è l’approccio a essere cambiato. Appassionare non basta più. Essere passionari non basta più. C’è maggiore attenzione di un tempo e la fiducia, se riposta, va ripagata per bene: l’amore di un donatore verso una causa è scritto sulla sabbia, ci vuol poco a cancellarlo. Il compito di un fundraiser sta nel ridurre questa volatilità.

Ecco dunque che educazione al dono e cura del donatore in termini di rispetto del ruolo che questi gioca all’interno dei processi di sostenibilità divengono prioritari e meritevoli di attenzione.

Questo approccio alla professione, più pragmatico e meno romantico, mi fa stare più a mio agio. Dobbiamo imparare in primis a sviluppare il pensiero critico, andando oltre le convenzioni, per vedere le cose sotto un’altra luce e per darci prospettive diverse che ci permettano di ottenere risultati più interessanti, confacenti e solidi nel tempo.

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