Non entro nel merito dei motivi che hanno portato all’introduzione del green pass, pur esprimendo totale contrarietà sulla sua adozione e sua perpetrazione anche alla luce delle evidenze che ne manifestano i limiti come misura di contenimento della diffusione del virus, ma che lo sport sia essenziale per la crescita sana, sia fisica che di salute mentale, è noto e non serve essere medici per affermarlo.

Se tali restrizioni sono, agli occhi di chi scrive, incomprensibili verso gli adulti, risultano laceranti se a subirle sono i giovani ai quali, al compimento dei dodici anni (e solo nel nostro Paese, si aggiunga), viene loro vietata la partecipazione agli sport di squadra così come a qualsiasi altra attività sociale su cui si ha diritto per nascita.

Scrivevamo qualche giorno fa, Maria Cristina Antonucci ed io, della posizione di Amnesty Italia sulle decisioni dell’esecutivo. A distanza di poco, si levano le voci di parte della società civile legata allo sport. Ancora poche, a dire il vero, ma un segnale importante che merita ascolto e mi auguro ci faccia riflettere tutti.

Non ci sta, ad esempio, il Comitato Regionale Veneto FGIC e LNC con un appello condiviso da più di 50 società sportive. Si legge:

Questa volta BASTA lo gridiamo NOI. BASTA verso le regole che discriminano i ragazzi! BASTA, con questi protocolli incomprensibili che spaventano, disorientano e isolano tanti nostri ragazzi nel praticare sport! È un nostro dovere etico e morale, come società sportive, tutelare i minori, anche di fronte a leggi o decisioni inique imposte dall’alto: dallo Stato e/o dalle Federazioni Sportive. Abbiamo sulle spalle un duro compito. Non solo quello di insegnare uno sport (…) ma essere, prima di tutto, educatori. E un educatore, come un buon insegnante, si batte per l’integrazione non per la discriminazione. Lo Sport deve sempre unire e mai dividere. Stavolta ci viene chiesto di rispettare un decreto che rispecchia una reale divisione sociale nei confronti di bambini dai 12 anni in su. E non parliamo di ambienti chiusi o stretti come potrebbero essere gli spogliatoi, ma di un campo da calcio all’aperto! Un decreto che, invece di aiutarci, ci “impone” di dividere in modo diseducativo e pericoloso (leggi la notizia originale e ne scrive).

Qualche giorno prima, dieci Società Sportive di Forlì e Cesena, per prime avevano manifestato apertamente il proprio dissenso in un comunicato stampa che invitiamo a leggere con molta attenzione perché fa appello al ruolo educativo e inclusivo non solo dello sport, ma del volontariato in genere. Riportiamo per comodità uno stralcio:

Noi che oltre allo sport, fatto di volontariato, offriamo del sociale, dell’inclusione, del benessere fisico e psicologico (…). Noi che apriamo le porte a tutti, non vogliamo trovarci a dire “tu sì, tu no, tu sì, voi no…”.

Ma anche nella pallacanestro c’è chi dice no:

“Non sarò il dirigente responsabile che vieterà a decine di nostri ragazzini e atleti non in regola con le nuove normative della Fip di non entrare più in palestra per giocare: non sono un dirigente buono per tutte le stagioni”.

E così, Valerio di Battista, storico dirigente della società Unibasket Lanciano, in provincia di Chieti (vai alla news), ha rassegnato le dimissioni contestando l’obbligo del super green pass per i bambini e, dalla pagina Facebook della società, chiosa:

W lo Sport, quello con la S maiuscola!

Da mamma e da donna del terzo settore, plaudo a questi segnali di responsabilità e coraggio perché sì, ci vuole coraggio per non arrendersi alla bruttura di certe decisioni e agli impatti che ne deriveranno se proseguiremo su questa strada senza fiatare.

Perché i cartelli come questi sono un’offesa al buon senso e alla carità cristiana, specie se appesi alle grate di un campetto oratoriale che dovrebbe fare dell’inclusione e dell’accoglienza “dei più piccoli fra noi” la sua battaglia. E non serve sostituire la parola ‘ragazzi’ con ‘atleti’ per rendere meno duro il boccone da mandar giù.

(foto mia)