Questo post nasce su stimolo di un quesito di una cara amica che probabilmente si riconoscerà leggendolo. La ringrazio per lo spunto che mi dà modo di scrivere di dono e delle sensazioni che provo ultimamente e di cui cerco di afferrare le risposte, ancora non definite ma che si fanno sempre più dense.
La collega si chiedeva:
Può il dono essere totalmente gratuito? Non c’è sempre almeno una componente di gratificazione che ci spinge a far del bene nei confronti di qualcuno?

Ecco cosa penso: i feedback sono sempre presenti seppur possano sembrare trascurabili. Così, si dona sempre per qualcosa, fosse anche il bisogno di sentirsi utili e provare gratificazione da ciò. Pensare dunque che il dono sia fine a sé stesso è concettualmente errato seppur comprensibile. Non c’è nulla di sbagliato nel provare gioia ma quest’ultimo è tuttavia un sentimento che ci restituisce benessere.
Così, fermo restando questo principio, a mio modo di vedere immutabile,
l’approccio al dono sta ineluttabilmente cambiando perché a cambiare sono le persone e i contesti sociali nei quali queste sono immerse.
La mia riflessione nasce naturalmente contestualizzata al nostro mercato perché la propensione al dono, così come i comportamenti del resto, sono legati alle dinamiche all’interno delle quali sono inserite e da queste vengono condizionate. In questo ambiente così complesso, i social network sono lo specchio da cui trarre facilmente indicazione.
Nulla, a mio modo di vedere, è più come a febbraio 2020 ma in molti sembrano essersi fermati lì, a prima del Covid e ai cambiamenti sociali e alle fratture profonde che le scelte fatte per sconfiggerlo hanno causato, e ciò impatterà ineluttabilmente sul dono e sulle scelte da parte dei donatori.
Nel post scritto a quattro mani con Maria Cristina Antonucci lo scorso ottobre, avevamo già provato a tracciare un perimetro di ciò che vedevamo si stava manifestando. In pochi mesi, la questione sociale è andata peggiorando, acuendo e stressando uno scenario che in quel mese segnava il suo debutto. 
Non vedere il cambiamento e far finta di nulla non solo è ingenuo, ma è pure sciocco.
Se ci rifacciamo a ciò che Abrahm Maslow riferiva nel rappresentare i bisogni umani sulla sua piramide, ci risulta difficile, alla luce degli ultimi due anni, non notare che vi sia stata (e sia tuttora in corso, a mio modo di vedere) una turbolenza ai diversi piani e minate alcune certezze o, meglio, status quo. I bisogni di sicurezza, appartenente ai bisogni primari che credevamo al sicuro, semplicemente sono tornati ad acquisire un ruolo prioritario nelle scelte di ciascuno e ciò va tenuto in debito conto nel pensare alle nostre attività.
Dopo 70 anni, assistiamo dunque a un abbassamento di status e a una carenza di ottimismo a cui non eravamo abituati; probabilmente la rottura di un patto sociale non scritto che ci rassicurava e che ci dava equilibrio.
Siamo immersi in una sorta di limbo, sospesi tra un prima e un dopo di cui parlarne sembra quasi essere peccato, come fosse un tabù. Una sensazione che spero si smarchi presto e assuma una dimensione che non può che essere nuova.
I primi segnali arrivano, inutile nasconderlo. Le mie sono le sensazioni di un tecnico e studioso del dono e sulla base di queste mi concentro. Per tale motivo, con le organizzazioni che si affidano ai miei consigli, sto lavorando sulla decostruzione/ricostruzione delle proprie anime organizzative perché no, signori,
non è più possibile proporsi oggi come ieri. Le persone pretendono di più e non hanno più né la voglia, né la pazienza, né le risorse per farsele andare bene tutte.
Io no di certo.
Attendo con una certa impazienza il prossimo autunno e, in particolare, il 2023 per leggere i report sul dono su cui IID e Vita Non Profit, tra gli altri, si concentrano annualmente. Allora capiremo meglio e tireremo le somme, seppur ancora parziali, dei danni subiti, provocati o, per tempo, prudenzialmente affrontati.