Uso i social moltissimo. E, per lavoro, attingo dagli archivi fotografici. Scarico legalmente, selezionando con cura. Cerco coerenza stilistica e qualità. Ultimamente, però, noto un cambio di rotta che mi lascia addosso una sensazione poco piacevole: sempre più spesso la priorità va alle immagini generate con intelligenza artificiale.

Al tempo stesso, uso l’IA perché mi aiuta a mettere a terra i pensieri e non ne ho mai fatto mistero. C’è un punto, tuttavia, che mi preoccupa, e non riguarda la tecnologia in sé. Riguarda ciò che la tecnologia sta facendo al nostro rapporto con la realtà.

Oggigiorno, l’IA si nota ancora. Soprattutto nelle immagini e nei video. E finché “si vede”, la nostra testa si difende in modo semplice semplice: lo riconosco e lo prendo per ciò che è. Fine. Ma cosa succederà quando quel filtro, e succederà molto presto, salterà? Quando, ovvero, non saremo più in grado di riconoscere il reale dalla finzione?

Non lo so ancora per certo, ma una cosa la so e di questo sono abbastanza sicura: la fiducia diventerà improvvisamente più fragile.

La realtà è un punto di vista, ma la fiducia ha bisogno di appigli

Nello studiare comunicazione, ho appreso un concetto semplice che mi ha messo di fronte a una realtà che ha cambiato il mio modo di vedere le cose: la realtà non è mai assoluta; è un punto di vista e ci sono tante realtà quanti sono i punti di vista. La mia realtà non è la tua. Ognuno ha la propria “enciclopedia personale”: esperienze, riferimenti, paure, desideri, bias. Eppure, conviviamo, lavoriamo, scegliamo, doniamo, perché troviamo un terreno comune.

Quel terreno comune, in comunicazione, non è ascrivibile a “verità assoluta”, bensì a “verosimiglianza”. Esiste dunque un patto implicito: ciò che mi racconti deve reggere. Deve essere coerente. Deve avere senso nel tempo. Deve essere verificabile, almeno in parte. Insomma, devi essere in primis attendibile.

L’IA, in tutto questo, cambia le regole del gioco perché non cambia solo l’interpretazione: cambia la possibilità stessa di produrre “evidenza”. Se tutto può essere costruito a tavolino con un realismo perfetto, allora la domanda non è più “è bello?” o “funziona?”. La domanda diventa: “che cosa posso ancora prendere come prova per capire che quanto accaduto è quantomeno verosimile?”.

E qui arriva il paradosso: il rischio non è soltanto diventare creduloni. Il rischio peggiore è l’opposto: diventare tutti scettici.

Se tutto può essere falso, anche il vero diventa negoziabile. Non perché non esista, ma perché perde forza come riferimento condiviso. E la manipolazione più efficace non è quella che ti fa credere a una bugia, bensì è quella che ti stanca. Ti disorienta. Ti porta a pensare: “tanto è tutto uguale”. È un logoramento lento, ma devastante. E probabilmente (ma speriamo di no) definitivo.

Il punto non è solo il destinatario. È il mittente

Di solito si parla di audience: come farà a distinguere? Provo ora a spostare il punto di vista e a riflettere diversamente. Perché c’è una questione ancora più delicata: il ruolo e lo status di chi i contenuti li produce: se alla base non c’è competenza, l’IA non la crea. Al massimo la maschera producendo contenuti formalmente impeccabili; belli, bellissimi, eh!, ma sostanzialmente vuoti.

Questo è il punto che mi interessa:

  • se l’IA amplifica una competenza vera, può diventare uno strumento straordinariamente potente;
  • se l’IA amplifica una non-competenza, ottieni il nulla impaginato bene.

E il nulla impaginato bene è pericoloso perché sembra autorevole, professionale, credibile, ma non regge il contraddittorio. E se la delega diventa totale, senza spirito critico, succedono almeno tre cose:

  1. si pubblica di più e si pensa di meno.
  2. si confonde la velocità con la qualità.
  3. si sposta la responsabilità: “l’ha scritto l’IA”.

Peccato che la responsabilità non sia delegabile. La scelta di pubblicare è sempre umana e quanto metti in circolo, prima o poi, chiede il conto.

Le nuove generazioni tra competenza e cinismo

Nel tema sulle generazioni che abbiamo cominciato ad affrontare, questo argomento non è secondario, perché riguarda l’ambiente informativo in cui, e mi riferisco ai giovanissimi, cresceranno, studieranno, voteranno, lavoreranno, doneranno. Di certo, stanno crescendo in un ambiente decisamente più ambiguo del nostro in cui occorrerà un notevole spirito critico per distinguere la realtà dalla finzione. Dovranno imparare ad allenare i muscoli del cervello perché non si insinui il rischio, enorme!, della fatica cognitiva a cui probabilmente in molti si arrenderanno.

È una resa comprensibile: quando non credi più a niente, finisci per credere a ciò a cui la massa crede e finisci con l’adeguarti, almeno per sopravvivere. Insomma, la manipolazione più efficace, nel futuro, non sarà “questa immagine è vera”. Sarà: “questa storia conferma ciò che già senti”. E lì, ogni verifica diventa secondaria.

Dal “vero” al “tracciabile”: un nuovo paradigma

Se la verosimiglianza visiva diventa fragile, dobbiamo spostare il campo di battaglia. Per me il futuro non si giocherà più sulla coppia realtà vs finzione, bensì su un’altra triade, ben più dura ma, al tempo stesso, più utile:

  • Tracciabile vs non tracciabile. Da dove arriva? Quali passaggi posso verificare? Qual è la catena degli eventi che lo sostiene?
  • Contestualizzato vs decontestualizzato. Chi ci mette la faccia? In quale contesto?
  • Responsabile vs irresponsabile. Chi risponde di quello che viene pubblicato? Chi è disposto a dire: “questa scelta è mia”?

Per chi lavora nel sociale, dove la fiducia non è un accessorio, è la base. Qui entra in gioco un dettaglio ulteriore spesso sottovalutato: l’iper-perfezione è un segnale freddo, non umano. E noi con l’umanità ci viviamo. La sfida, quindi, non è smettere di usare l’IA. Cosa impossibile ora come ora, figuriamoci in futuro! Serve invece diventare più rigorosi e responsabili, insegnando ai nostri beneficiari, ai nostri sostenitori e ai nostri figli naturalmente, a guardare oltre l’immagine.

In un mondo di finzione perfetta, la differenza non la farà l’estetica. La farà la nostra capacità di essere responsabili e il più possibile umani.

E se sembra poco, è perché non abbiamo ancora capito quanto ci costerà il giorno in cui non ci interesserà più distinguere.

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