Siamo in tempo di assemblee. I bilanci si approvano, i mandati scadono, i Consigli Direttivi si rinnovano. E qui, puntualmente, si apre la questione che nessuno vuole affrontare davvero: chi mettiamo intorno a quel tavolo?

Dopo l’articolo sull’arte di chiedere, ho ricevuto diversi commenti che mi hanno fatto molto piacere. Colleghi, fundraiser, operatori del settore — tutti concordi sullo stesso punto: il Board fa la differenza, ma solo se chi ne fa parte ci crede davvero e sa cosa sta facendo. E non per modo di dire.

C’è chi ha scritto che i consiglieri attivi sono quelli che credono nel progetto, gli altri si limitano a fare presenza. C’è chi ha ricordato che i membri del CdA dovrebbero essere i primi a tessere relazioni e spesso se ne dimenticano. E c’è chi, con onestà, ha detto una cosa su cui rifletto da anni: non basta la buona volontà, non basta il tempo dedicato. Serve non improvvisare.

Ecco, parliamo di questo.

Il Consiglio Direttivo non è un posto d’onore

Nel nonprofit italiano persiste un equivoco culturale radicato: il Consiglio Direttivo come luogo di rappresentanza, di reputazione, di gentile vicinanza alla causa. Si entra nel Board perché qualcuno te lo chiede, perché “fa bene al curriculum”, perché non si sa dire di no a un amico che presiede l’associazione.

Lo dico con la franchezza che mi conoscete: non funziona. Non ha mai funzionato. E sia ieri che oggi, la Riforma lo esplicita insindacabilmente, non è nemmeno solo una questione di efficacia. È una questione di responsabilità giuridica.

Cosa dice la legge (e perché dovreste saperlo)

La responsabilità personale degli amministratori non è una novità della Riforma. Per le associazioni non riconosciute l’articolo 38 del Codice Civile la prevedeva già, e la giurisprudenza negli anni l’ha applicata più volte. Quello che l’articolo 28 del Codice del Terzo Settore ha fatto è rendere il quadro esplicito e inequivocabile: gli amministratori degli ETS rispondono nei confronti dell’ente, dei creditori, degli associati e dei terzi secondo gli stessi principi previsti per le società — articoli 2392 e seguenti del Codice Civile.

In concreto: la diligenza richiesta è quella professionale, proporzionata alla natura dell’incarico e alle competenze specifiche di chi lo ricopre. Non la generica buona volontà di chi “fa quel che può”. E questo vale anche se l’incarico è gratuito e volontario. Anche se lo fate “per passione”. Anche se non prendete un centesimo.

Se qualcosa va storto — una gestione finanziaria approssimativa, un obbligo fiscale trascurato, una decisione presa senza le dovute verifiche — i consiglieri rispondono personalmente. Con il proprio patrimonio. Non è un’ipotesi teorica: è il quadro normativo vigente.

Quanti, tra chi accetta un incarico nel CdA di un’associazione, lo sanno davvero? Quanti hanno letto lo statuto prima di firmare? Quanti conoscono la differenza tra un ente con personalità giuridica e uno senza, e cosa questo implica per la loro esposizione personale? Nella mia esperienza, troppo pochi.

La provocazione necessaria

Non l’ha ordinato il dottore di entrare in un Consiglio Direttivo.

Se non avete tempo di leggere i bilanci, non accettate. Se non avete intenzione di partecipare attivamente alle decisioni, non accettate. Se pensate che basti il vostro nome sulla carta intestata per dare un contributo, non accettate.

Non è cinismo, è rispetto. Rispetto per chi lavora ogni giorno dentro quelle organizzazioni. Rispetto per i donatori che affidano le proprie risorse a chi dovrebbe governarle con competenza. Rispetto per i beneficiari, che di quella competenza hanno bisogno più di tutti.

Ovviamente non va fatta di tutta l’erba un fascio. Conosco Consigli Direttivi straordinari, composti da persone competenti, presenti e generose — non solo di denaro, ma di tempo, relazioni e idee. Ma conosco anche Board che funzionano come scenografie: belli da vedere, inutili da vivere.

Il nonprofit va gestito con serietà

Se vogliamo che il Terzo settore produca cambiamento reale — e non solo buone intenzioni — dobbiamo smettere di trattare la governance come un dettaglio. La composizione del Board è una scelta strategica, non un atto di cortesia.

Quando rinnovate il vostro Consiglio Direttivo, chiedetevi: queste persone sono qui per fare la differenza o per farsi vedere? Hanno le competenze necessarie o solo la disponibilità generica? Conoscono le responsabilità che si stanno assumendo?

La stagione delle assemblee è il momento giusto per porsele, queste domande. Prima di trovarsi — tra un anno — a chiedersi perché nulla è cambiato.

Il fundraising, la gestione, la rendicontazione, la strategia: tutto parte da lì. Da quel tavolo. Da chi ci siede intorno. E da quanto seriamente ha deciso di esserci.

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