Prova a immaginare.

Un uomo si avvicina a un dirupo. Le persone davanti a lui, una dopo l’altra, ci cadono dentro. Lui si ferma, nota delle assi lì accanto, ne posa una sul vuoto e passa dall’altra parte. Chi resta indietro protesta e ritira l’asse. Uno dopo l’altro, chi lo seguiva torna a cadere.

Se non hai immaginato abbastanza, il video che ho provato a raccontare lo trovi in fondo all’articolo: 15 secondi illuminanti, direi.

Quest’immagine retorica mi ha colpita parecchio. Quello che mi ha fatto pensare non è tanto chi ritira l’asse. Sono tutti quelli che, pur avendo il ponte davanti, scelgono di non attraversare. È un’immagine spietata pur nella sua semplicità e racconta “quanto non siamo disposti a perdere”.

Perché cambiare è difficile. Per tutti. Non tanto perché non capiamo che qualcosa debba evolvere, perché spesso lo capiamo benissimo. Il punto è che il cambiamento ci obbliga a lasciare una parte conosciuta per entrare in una zona meno prevedibile. E questo vale nelle organizzazioni come nella vita professionale: tendiamo a ripetere ciò che conosciamo, anche quando non ci convince più del tutto. Non necessariamente per rigidità. Più semplicemente perché ciò che conosciamo ci dà riferimenti: sappiamo come funziona, sappiamo quali conseguenze aspettarci, sappiamo perfettamente dove mettere le mani.

Il nuovo, invece, introduce una quota di incertezza che siamo pronti a tollerare, sì, ma fino a un certo punto.

Penso tuttavia che la refrattarietà al cambiamento non vada letta solo come un ostacolo.

Il problema vero nasce quando diventa così forte da impedirci perfino di osservare con lucidità quello che non funziona più.

C’è un detto che dice che chi nasce tondo non può morire quadrato. C’è del vero, sebbene non sia sempre così. Cambiare è possibile, ma richiede un lavoro preciso: su di sé, sulle proprie abitudini, sul modo in cui si prendono decisioni. E richiede anche una certa disponibilità a tollerare l’errore. Perché il cambiamento non offre garanzie. Si può scegliere una direzione e poi scoprire che va corretta. Si può investire tempo in qualcosa e rendersi conto che non era la strada giusta. Si può cambiare idea. Non è necessariamente un fallimento. A volte è semplicemente il modo in cui si evolve.

Nel fundraising questo tema è particolarmente interessante, perché lavoriamo continuamente con prospettive di medio e lungo periodo. Strategie, relazioni, investimenti, processi: raramente producono effetti immediati.

Non è raro mi capiti di affrontarlo perché uno dei temi che mi stanno più particolarmente a cuore è lo sviluppo organizzativo. Organizzazioni che chiedono il ponte (ovvero strategia, strumenti, accompagnamento) e poi, arrivate sul bordo, si fermano. Troppo caro, non è il momento, forse più avanti. E tornano indietro. Non perché non abbiano capito: proprio perché hanno capito benissimo. Sanno che attraversare significa smettere di fare certe cose, spostare risorse, prendersi responsabilità nuove. Il conto è chiaro, e non sempre si è disposti a saldarlo.

E allora credo che due parole diventino importanti: perimetro e direzione.

  • Il perimetro ci aiuta a capire entro quali confini possiamo muoverci: quanto tempo abbiamo, quali risorse possiamo utilizzare, quali priorità vogliamo darci.
  • La direzione, invece, ci obbliga a scegliere dove vogliamo andare.

Non serve avere tutte le risposte, ma serve sapere almeno verso cosa ci stiamo muovendo e accettare che, lungo il percorso, qualcosa cambierà ancora.

Forse è proprio questo il punto: il cambiamento non è un passaggio da affrontare una volta per tutte. È una capacità da allenare.

Probabilmente, per chiudere questa riflessione, forse un po’ amara benché necessaria, la domanda più utile non è: sono pronto a cambiare? Ma la domanda corretta è: quanto spazio sono disposto a lasciare a ciò che ancora non conosco?

E ora, come promesso, il video. Buona visione.

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