
Nel sociale, specie nel fundraising, parliamo continuamente di relazioni, fiducia e dono. Ma quanto siamo capaci di mettere in pratica ciò che chiediamo agli altri?
Lunedì, nel mio Caffè, ho raccontato di un fine settimana che mi ha riportata a riflettere sul valore delle relazioni. Ritrovare persone che non vedevo da tempo, riconoscere il piacere reciproco di esserci, riscoprire il significato di alcuni legami. Da lì è nata una domanda che continua ad accompagnarmi e che oggi vorrei portare sul piano professionale.
Quanto siamo davvero capaci di praticare la reciprocità?
È una parola che nel fundraising utilizziamo spesso. Parliamo di relazioni con i donatori, di fiducia, di coinvolgimento, di comunità. Sappiamo che nessuna raccolta fondi può essere sostenibile senza un patrimonio di relazioni autentiche. Eppure, quando passiamo dalle parole ai comportamenti, qualcosa non sempre torna.
Il capitale relazionale non è una rubrica di contatti
Nel gennaio del 2014, Giampietro Vecchiato pubblicava sul mio blog un contributo dedicato al capitale relazionale. Lo trovi qui.
A distanza di dodici anni, rileggendolo, mi sono soffermata su un passaggio:
Per costruire una relazione dobbiamo essere disposti a offrire qualcosa, ancora prima di sapere se riceveremo qualcosa in cambio.
È un principio che dovrebbe esserci familiare, ma Vecchiato introduce anche un elemento che merita attenzione. Ogni relazione comporta il rischio di dare senza ricevere. È la fiducia che ci permette di accettare questo rischio e di costruire uno scambio nel tempo.
Il capitale relazionale non coincide, quindi, con il numero di persone che conosciamo, con la dimensione del nostro database o con la quantità di contatti che riusciamo ad attivare. È il valore delle relazioni che siamo capaci di costruire e mantenere e quel valore non nasce automaticamente dal fatto di conoscere qualcuno.
Chiediamo reciprocità. Ma siamo disposti a offrirla?
Pensiamo al rapporto con i donatori.
Chiediamo loro di fidarsi della nostra organizzazione, di condividere i nostri obiettivi, di sostenere i nostri progetti. Li invitiamo a partecipare, a rinnovare il proprio impegno, a diventare parte di una comunità.
Ma quanto siamo presenti noi nella loro vita? Quanto tempo dedichiamo ad ascoltarli, a comprendere le loro aspettative, a coinvolgerli anche quando non abbiamo una richiesta economica da avanzare? E soprattutto, quanto siamo disposti a riconoscere che una relazione non può essere costruita esclusivamente intorno alle nostre necessità? Lo stesso interrogativo riguarda i rapporti con le aziende, i volontari, i collaboratori e i partner.
Quante volte cerchiamo una persona soltanto quando abbiamo bisogno di qualcosa? E quante volte, invece, ci interessiamo sinceramente a ciò che sta facendo, ai suoi progetti, alle sue difficoltà? La reciprocità richiede disponibilità. E la disponibilità ha bisogno di tempo. Non possiamo pretendere di raccogliere i frutti di relazioni che non abbiamo mai realmente coltivato.
La reciprocità non è una contabilità
C’è però un equivoco dal quale vorrei prendere le distanze: la reciprocità non significa che a ogni gesto debba corrispondere una restituzione equivalente. Non possiamo trasformare le relazioni in un sistema di crediti e debiti, né aspettarci che ogni persona risponda alle nostre aspettative. Se così fosse, il dono perderebbe gran parte del suo significato. Ma non possiamo nemmeno confondere la gratuità con l’assenza di reciprocità.
Una relazione può attraversare momenti nei quali una persona dà molto più dell’altra. Può accadere nella vita privata, così come nel lavoro. Non tutto deve essere immediatamente ricambiato.
Ciò che conta è riconoscere, nel tempo, una disponibilità reciproca a esserci, a prendersi cura del legame, a riconoscere il valore dell’altro. Quando questa disponibilità manca sistematicamente, abbiamo ancora una relazione oppure stiamo semplicemente chiedendo a qualcuno di continuare a dare? È una domanda che riguarda anche le organizzazioni nonprofit.
Dalle intenzioni ai comportamenti
Credo che la reciprocità sia uno degli aspetti più impegnativi del nostro lavoro proprio perché ci obbliga a guardare le cose in modo diverso. Non basta domandarci che cosa una persona possa fare per noi: dobbiamo chiederci anche che cosa noi siamo disposti a fare per quella persona.
Non necessariamente in termini economici o materiali.
Ascolto, attenzione, riconoscimento, condivisione delle decisioni, trasparenza, presenza: sono tutte forme attraverso le quali una relazione può trovare la propria reciprocità.
E questo vale anche all’interno delle organizzazioni, nei rapporti tra chi le guida e chi ogni giorno contribuisce a realizzarne la missione. La reciprocità non può essere un principio che invochiamo soltanto quando abbiamo bisogno della disponibilità degli altri. Deve diversamente diventare parte del nostro modo di lavorare. Perché una rete non si costruisce semplicemente mettendo insieme persone, così come una comunità di donatori non nasce accumulando nominativi. Una rete nasce quando le persone riconoscono il valore di farne parte.
E quando quel valore viene riconosciuto da entrambe le parti.
Le relazioni non si misurano da quanto riceviamo e da quanto doniamo, ma dal desiderio reciproco di esserci.
Forse è proprio da qui che dovremmo ripartire, ogni volta che parliamo di fundraising.
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