Theory of Change e valutazione d’impatto: elementi di progettazione per il fundraising


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Se è vero che donare dà soddisfazione e va fatto in silenzio, è sempre più vero che il donatore, specie il sostenitore impegnato, è sempre più maturo e colto. Maturità e cultura portano con sé la pretesa di sapere se la fiducia, ancor prima dei soldi, è in buone mani. Fiducia genera fiducia, come recitava Piero Vecchiato in un bel post pubblicato qualche anno fa su questo blog e che richiamo per la sua attualità (#consiglio!). Così Christian Elevati, senior consultant in social impact management & evaluation, Theory of Change e social innovation, ci spiega il ruolo che queste teorie hanno nel fundraising perché i soldi ci sono ma non te li regala nessuno, non più almeno. Occorre quindi progettare adeguatamente e la ToC diventa un alleato strategico per far sì che le nostre scelte possano apparire adeguate fin da subito. Buona lettura.

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La globalizzazione e le nuove tecnologie, le nuove sfide delle migrazioni e della sostenibilità, i nuovi equilibri geopolitici, la scarsità di risorse e le novità del quadro legislativo hanno alzato l’asticella della complessità. Alle organizzazioni e ai professionisti è sempre più richiesto di apprendere continuamente dal proprio lavoro e di ottimizzare il proprio impatto. D’altra parte, Governi, Istituzioni locali, imprese, finanziatori e società civile sempre più chiedono alle organizzazioni che operano nel sociale di dare conto delle proprie reali capacità di generare cambiamento in modo trasparente, di essere accountable. Si pensi, solo per fare un paio di esempi, alle recenti riforme del Terzo Settore o della Cooperazione Internazionale, nelle quali la capacità di dimostrare in modo rigoroso l’impatto generato è esplicitamente richiamata in modo significativo.

La Theory of Change (Teoria del Cambiamento, ToC) ha da tempo mostrato di poter accompagnare professionisti e organizzazioni nel focalizzare gli interventi e nel potenziarne l’efficacia e l’efficienza, nel valorizzare l’unicità del proprio posizionamento strategico, misurare e raccontare con rigore e ricchezza di contenuti il reale cambiamento prodotto, promuovere e sviluppare il rapporto con i principali stakeholders. Ma fornisce anche elementi e strumenti preziosissimi per rendere la propria progettazione più professionale, partecipata, radicata nei bisogni cui vuole rispondere e attenta alle esigenze dei finanziatori.

Invece di chiederci “quali azioni dobbiamo mettere in campo per raggiungere i nostri obiettivi?” (e di solito si tende a partire dalle azioni che la nostra organizzazione già realizza di routine), dovremmo chiederci prima di tutto “quale cambiamento di medio-lungo periodo vogliamo raggiungere a vantaggio dei principali destinatari dei nostri sforzi?” (le persone per le quali esistiamo) e di conseguenza “quali sono le pre-condizioni migliori per ottenerlo?” (che in termine tecnico possiamo definire outcomes). Si tratta di una differenza sostanziale, che traccia una linea di demarcazione netta fra due modalità completamente differenti di intervento. La prima è conservatrice, mira a consolidare quello che già si fa. È tipica di chi rimane rinchiuso nella trappola del “progettificio”. La seconda è quella di chi guarda ai reali cambiamenti generati e all’innovazione continua.

La ToC, a determinate condizioni, consente di sviluppare strategie in grado di concentrare il nostro lavoro e le nostre risorse proprio sugli outcomes (quei cambiamenti nelle vite e nei processi/sistemi che rappresentano il vero risultato cui tendiamo) piuttosto che sugli outputs (per esempio: quanti corsi ho erogato, quanti manuali ho distribuito, quante persone hanno avuto accesso a cure mediche di base ecc.). Questi ultimi restano essenziali al processo, ma solo nella misura in cui sono grado di generare effetti che si traducono in un cambiamento duraturo e significativo (in termini di outcomes, appunto).

Se il mio obiettivo è realizzare programmi che si concretizzano in progetti e in attività con l’idea di “risolvere un problema” in maniera innovativa, prima di muovere qualsiasi passo dovrei:

  • conoscere a fondo il problema e il contesto nel quale si situa (e aggiornare tale conoscenza in base alla sua evoluzione nel tempo);
  • individuare obiettivi chiari e realistici;
  • conoscere a fondo le migliori risorse che realisticamente posso o dovrei mettere in campo per raggiungerli.

Se abbiamo dedicato il tempo necessario all’analisi del problema e alla definizione degli obiettivi, abbiamo aumentato notevolmente le probabilità che il nostro progetto, da un lato, sia in grado di produrre proprio il cambiamento sperato e, dall’altro, ottenga i finanziamenti necessari. Ma non basta.

La strategia e i partner che ho scelto, le azioni che ho pianificato, le risorse (umane, materiali, economiche, relazionali…) che ho preventivato, sono quelle giuste?

Già in fase di progettazione devo avere chiaro come arrivare a definire e valutare questi aspetti, tenendoli costantemente sotto controllo. Occorre una chiara metodologia di monitoraggio e valutazione dell’impatto, che si sviluppi sulla base degli indicatori e degli strumenti di verifica più pertinenti. E come faccio a capire quali sono prima ancora di avere iniziato le attività previste?

Dobbiamo fare tesoro della nostra esperienza e degli studi disponibili, ma anche coinvolgere strategicamente tutti i principali soggetti che parteciperanno a diverso titolo al progetto nella definizione dei risultati (in termini di outcomes e outputs), indicatori e metodi di verifica.

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CEGuest post. Txs to Christian Elevati. Senior Consultant in Social Impact management & evaluation, Theory of Change e Social Innovation. Lavora per realtà del Terzo Settore (ONG, Fondazioni, Cooperative sociali, Associazioni) accomunate dalla promozione dei diritti umani, dell’inclusione sociale e dell’educazione, occupandosi di strategia organizzativa, capacity building, valutazione (di processi, di progetti e/o dell’impatto sociale), co-progettazione territoriale, funding, elaborazione e redazione di policy paper, formazione. Christian Elevati è docente della Fundraising Academy.

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