Perché ci vuole orecchio

iStock_000012716675XSmallSe il nonprofit rappresenta il 4,3% del Pil, un motivo ci sarà.

Giunge così, mai a caso si intende, un commento al mio precedente post che sintetizza il senso di profonda frustrazione vissuto da molti colleghi e che stringe come in una morsa l’evoluzione del sociale e delle sue professionalità.

Nel giorno di primavera, anche se leggo in ritardo, il tuo post è un bel regalo. Poi però, come il tempo in questi ultimi giorni, sembra che la primavera non ci sia più e le nubi minacciose tornano a coprire le belle “intenzioni”. Condivido punto per punto – come non potrei – ma torno a dire che purtroppo l’ostacolo maggiore è far comprendere a le ONP la centralità di alcuni dei tuoi punti. Comunicare ad esempio! Ma soprattutto il sapersi dare tempo e non ambire al risultato immediato che spesso e volentieri si dimostrerà effimero nel tempo…. !

A scrivere Roberto, comunicatore di professione. Come lui, sono in molti a vivere il disincanto di un Settore che amano ma che vorrebbero diverso. Non nel cuore naturalmente, ma nella testa. La realtà dei fatti è ben altra cosa – sembra concludere – e con i buoni propositi non si va lontano.

Quella di Roberto è una storia molto comune. E trasversale aggiungerei.

Trovo sia indiscutibile che il Terzo Settore occupi – da sempre ma, in modo particolare, in questo preciso momento storico – un ruolo di primo piano nello sviluppo del nostro Paese. E questo sotto diversi aspetti: di produzione, di occupazione, di valore, di morale. Alla luce di ciò non vedo perché non sradicare vecchi stereotipi che ci ancorano a ruolo di comparse, togliendoci da dosso abiti che ormai ci stanno stretti ma che, purtroppo, ci tengono anche al caldo nelle nostre convinzioni.

Ecco alcuni comportamenti usuali su cui varrebbe la pena riflettere e sui quali intervenire. Molto semplici:

  • Guardare al Mercato in modo un po’ più strategico e meno autoreferenziale. Riproporsi ad esso con obiettivi sempre uguali pensando di fare la differenza produce ridondanza. E fatica. Una piccola analisi di quel che già c’è e di come è mette al riparo da possibili insuccessi e dall’inefficacia.
  • Pensare in termini di network. Mettersi insieme ha un triplice vantaggio:
  1. si razionalizza (a ognuno il proprio);
  2. si ottimizza (l’esperienza dell’altro insegna);
  3. si fa massa critica (insieme si è più forti e si conta di più, senza alcun dubbio).
  • Prima di fare, ci vuole un piano del fare. Ovvero, un piano di fattibilità. Eh già. Il Terzo Settore non è esentato dal fallimento eventuale. Meglio fare i conti prima.
  • Smettere di nascondersi dietro il termine nonprofit per coprire eventuali pecche organizzative o giustificarsi in caso di fallimenti. Non si fa. E’ brutto e poco professionale. Se si fa una cosa, tanto vale farla bene. Altrimenti, meglio non farla.
  • Avere personale dipendente non è un tabù. Il nonprofit produce e nel produrre produce anche posti di lavoro. Non c’è nulla di male e non si porta via nulla a nessuno, tantomeno alla causa di cui, invece, un lavoratore è parte integrante. Allo stesso modo, non c’è nulla di male a che le retribuzioni relative siano eque e commisurate ai valori del Mercato e al valore che la persona crea e porta all’organizzazione.

Il problema, a mio modo di vedere, sta sempre lì, una cultura del nonprofit radicata e forse fuori moda che frena l’evoluzione dell’intero settore; che vuole e colloca il Terzo Settore ai margini di un Mercato che si muove e produce; un nonprofit che si arrocca a schemi mentali desueti e ormai controproducenti.

Ti lascio con una domanda molto semplice e mi piacerebbe sapere cosa ne pensi, in tutta onestà: c’è davvero la volontà di cambiare o tutto questo darci un gran da fare, tutto sommato, è solo un atto dovuto fine a se stesso? Perché oggi più di ieri, come cantava il grande Enzo Jannacci nel 1980, per fare quello che facciamo “ci vuole orecchio”.

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There are 8 Comments

  • Alessandra says:

    Cara Elena, è tutto corretto quello che scrivi. Sai come la penso…per me è sempre un problema di professionalizzazione! Per tentare di rispondere alla tua domanda finale mi viene da dire che sono molti quelli che amano parlare per visibilità, perché ci vogliono sempre essere, per leggere il loro nome in calce ad un articolo. Pochi però sono quelli che realmente si sporcano le mani e che, rimanendo anche in un “apparente anonimato”, compiono passi concreti per inserire dinamiche e modus operandi rivolte allo sviluppo strategico e operativo del non profit!
    Il mio pensiero al tuo post…mentre attraverso in treno
    il nostro Bel Paese!

  • Cara Elena, in particolare il punto sullo “smettere di nascondersi dietro il termine nonprofit per coprire eventuali pecche organizzative o giustificarsi in caso di fallimenti” trova – come credo immaginerai – il mio favore (se così si può chiamare).
    In realtà, e mi collego direttamente alla tua domanda, la mia sensazione è che no, il nostro gran da fare non sia fine a se stesso. Io questa consapevolezza diversa, di organizzazioni che – pur se spesso in modo non ortodosso – hanno la percezione di dover cambiare approccio, la noto sempre più. Che poi questo si traduca sempre in fatti…beh, sarei poco onesta se lo dicessi.
    La strada la vedo parecchio in salita, nel senso di molto lavoro da fare, perché si arrivi ad una maturazione complessiva del nonprofit. E’ una sfida, complessivamente interessante e “bella” da vivere, a volte sfiancante, ma con molte soddisfazioni. Però, ripeto, di strada da fare ce n’è proprio tanta.
    A presto!
    Simona

  • Novella says:

    Bella domanda! Io pensavo fossero i volontari “senior” quelli più arroccati nella difesa di un settore sociale meglio se non professionale, ma armato di tanta buona volontà (aiuto! come se per andare avanti al meglio non ci volessero l’uno E l’altra!) e che rete non si fa, ognuno guarda alla sua associazione e basta. Invece portando avanti un progetto con giovani volontari di varie associazioni, mi sono accorta che soprattutto sul fare rete…ce n’è di strada ancora! E questo per tutti, “senior” e “junior”!

    …ma chi va piano… 😉

    • Mi hai fatto sorridere Novella :)
      Ma sai che c’è? C’è che andando troppo piano, a volte non si arriva da nessuna parte. Occorre il giusto compromesso e qualcuno che si assuma le proprie responsabilità. Non credi anche tu?

      • Novella says:

        Totalmente d’accordo…quello che volevo dire è che se si fanno le cose troppo in fretta si perdono “pezzi” (leggi: persone) che magari non la vedono così adesso ma chissà in futuro…cos’era quella frase? Da soli si va veloci, insieme si va lontano? 😉 Poi come al solito la virtù sta nel mezzo!

  • Roberto says:

    Rispondo con enorme ritardo non tanto per dimenticanza (ho diversi reminder che mi suonano in continuazione!) ma per cercare di prendere un po’ di distacco e dare magari una risposta non legata all’emotività. Ma poi mi dico.. non siamo fatti di emozioni ? Non ci mettiamo passione in quello che facciamo ? Allora perché tentare di dare razionalità ad un ragionamento che non vuole essere certamente istintivo ma passionale si ! E allora mi ritrovo ad essere certamente d’accordo con quanto scrivi e per rispondere alla tua domanda, con tutta sincerità, estremamente sfiduciato. Ho paura che ci voglia un salto generazionale nella dirigenza di tante ONP, o forse l’impatto di un meteorite…. ! Ho paura che ce la stiamo raccontando tra noi, tra persone e professionisti di buona volontà che però non riescono ad incidere su tutto questo…. Che alla fine devono giungere a compromessi se vogliono stare in campo e che a volte si sentono dire, in estrema sintesi e riprendendo la citazione d’autore… “Vengo anche io ? No, tu no”

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