La percentuale del rischio

Complici la crisi e il Natale ormai alle porte, sono sempre maggiori gli stimoli che ricevo e che mi fanno dire che è meglio riaccendere l’attenzione sul tema. L’oggetto della discussione è sempre e solo uno: il guadagno su base percentuale nel Terzo Settore. Un tema caldo. Anzi, caldissimo. Di cui è sempre più urgente parlare. In modo serio e concreto.

Quella della retribuzione a provvigione ha varcato il limite dei dialogatori di strada (chuggers, per dirla con una parola cara agli inglesi) approdando alla pratica del fundraiser, soprattutto giovane e con poca esperienza. Il tema quindi non è più da considerarsi circoscritto (se mai lo è stato, naturalmente), bensì più ampio e allarmante.

Ma andiamo con ordine.

Nei giorni scorsi, ho ricevuto un’e-mail da una giovane laureata che mi chiedeva un consiglio oggettivo sull’accettare o meno un secondo colloquio per il ruolo di dialogatore.

Mi piacerebbe lavorare nella comunicazione sociale/fundraising per il nonprofit. (…) Purtroppo però le offerte scarseggiano: solo stage gratuiti, cosa che non mi posso permettere, oppure ruoli di alto livello con molti anni di esperienza alle spalle. Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un’offerta di ricerca dialogatori (di una ONG nota, ndr). (…) ho sempre sentito opinioni molto controverse su questa attività (…) volevo comunque provare e giudicare in prima persona. Dopo poco sono stata ricontattata e ho fatto il primo colloquio. Da una parte si sono dimostrati subito molto seri, nel senso puntavano molto a farmi capire che le loro “tecniche” di azione sono molto professionali, evitano gli ammiccamenti, le pacche sulle spalle, l’aggressività nei confronti dei passanti, essendo consapevoli che il dialogatore rappresenta una figura chiave per loro, è un tramite tra l’organizzazione e l’opinione pubblica. Dall’altra però, non esiste un fisso mensile, si lavora su provvigioni, cioè su quante sottoscrizioni si riescono a fare. (…) Il contratto sarebbe solo fino a fine dicembre, perché poi, dicono, vogliono cambiare le modalità retributive, introducendo un minimo fisso mensile (…). Molto onestamente credo che una grande onlus che si impegna ad aiutare le popolazioni povere non possa poi sfruttare (…) chi sogna di contribuire a cambiare il mondo. Poi però subentra la mia parte più veniale diciamo così, quella terra terra. Affermano che “non è difficile riuscire a fare almeno 12 sottoscrizioni al mese, che ti garantirebbero 900€ lordi, che per un lavoro part-time non è poco” (…). Soprattutto vorrei cercare di capire se può essere un’esperienza che vale la pena fare, sia dal punto di vista personale sia per entrare dalla porta sul retro nel mondo del nonprofit.

Negli stessi giorni, vengo a conoscenza dell’esperienza di un fundraiser:

Dopo aver cercato invano un lavoro stabile all’interno di un’organizzazione, io, giovane fundraiser agli inizi della mia carriera, ho deciso di accettare un lavoro a percentuale. Tutte le attività extra? Intendo dire quelle di produzione di strumenti di comunicazione o di lavoro manuale vero e proprio all’interno della mia ONP vengono considerate “attività di carattere volontario”.

Facciamo qualche considerazione oggettiva sulle conseguenze dirette e indirette del proporre e dell’accettare un lavoro a percentuale nel Terzo Settore.

SPECCHIETTI PER LE ALLODOLE

PROPORRE un lavoro a percentuale nel nonprofit significa infrangere il primo tabù universalmente riconosciuto non solo dalle associazioni di categoria ma dall’etica stessa della professione e del settore in generale: ovvero, significa anteporre gli obiettivi di business a quelli di tutela del valore della persona. Di più, è un approccio altro rispetto allo spirito imprenditoriale perché manca di una delle sue fondamenta: la propensione al rischio. L’assunzione di parte del rischio è maturità. Diversamente, chiamiamolo pure opportunismo. Ma se l’opportunismo è tollerabile nel profit, diventa ipocrisia nel nonprofit. Lo specchietto per le allodole è il guadagno alto a fronte di un impegno di tempo da autogestire. La frustrazione per il raggiungimento degli obiettivi è invece la spada di Damocle sull’aorta del nonprofit. Esistono altri modi. Contenuti, a basso rischio, più in linea con i propositi e i valori che avochiamo. Il racconto della giovane ne parla.

LUCCIOLE PER LANTERNE

ACCETTARE di lavorare a percentuale significa rendersi complici, in modo inconsapevole, dell’appiattimento della qualità del lavoro nel Terzo Settore e dei valori del Terzo Settore. Significa legittimare a perpetrarne l’utilizzo. Ora e sempre. Non ci saranno mai tempi migliori… Non entro nel merito delle ragioni di ciascuno. I tempi non sono facili e le condizioni proposte non sono sempre le più favorevoli ma se si vuole lavorare nel Terzo Settore, e lo si vuole davvero, occorre contribuire a migliorarlo. Non a minarne le basi. Questo a garanzia della propria e dell’altrui professionalità. Questo a salvaguardia di una professione, quella del fundraiser, che abbiamo scelto e su cui abbiamo scelto di fare cultura. Ecco, la cultura comincia da qui. Meglio non scambiare lucciole per lanterne: potrebbe non essere il modo migliore per entrare nel Terzo Settore, neppure dalla porta sul retro.

Parlo a proposito di “percentuale del rischio” e non di “percentuale di rischio”, perché il rischio reale è quello di una perdita di reputazione e di credibilità non solo della professione ma dell’intero Settore. Il circolo è vizioso. Quando si mette in moto, come la storia insegna, è perdente. E lascia dietro di sé morti e feriti. Donatori. Destinatari di servizi. Lavoratori. Organizzazioni. Società civile. Nessuno escluso.

E’ forse sbagliato parlare di mercificazione del nonprofit e mortificazione della professione? Gli ingredienti ci sono tutti. Nessun moralismo. Nessuna giustificazione. Ma ne vale davvero la pena?

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There are 16 Comments

  • Marina Sozzi says:

    Cara Elena, sottoscrivo dalla prima parola all’ultima. Inoltre, è vero, la riflessione va fatta e divulgata il più possibile. E’ successo anche a me. Sono stata contattata per fare una raccolta capitali, ho steso un piano e chiesto una cifra molto contenuta. Ho avuto un secondo incontro, in cui mi è stato detto che il piano era pienamente condiviso, ma che avrei dovuto lavorare a percentuale. Ho detto no, grazie. Mai più sentiti.

    • Suggerirei la messa in chiaro subito delle condizioni, prima ancora di cominciare a lavorare. Ho la sensazione che faranno buon uso della tua proposta… Grazie Marina.

  • Cara Elena, mi aggiungo a Marina nel dirti che condivido in pieno quello che scrivi.
    Aggiungo solo che non è una pratica limitata ai “giovani” (in senso professionale) fundraiser, perchè mi sono sentita fare proposte di questo tipo anch’io che proprio giovane non sono.
    Con varie motivazioni: sei un libero professionista e dovresti dunque assumerti l’onere del rischio d’impresa (ma di cosa parliamo?!?!?!?!), negli USA (detto da una persona che ci ha vissuto qualche anno) si lavora solo a percentuale (non è vero, il codice etico dei fundraiser americani è molto preciso sul punto), per dire le ultime due in ordine di tempo.
    La mia risposta è stata negativa, anche perchè un approccio di questo tipo scoraggia me per prima: non sarei in grado – da un punto di vista etico e morale – di lavorare sulle strategie non avendo io in primis fiducia nell’organizzazione con cui dovrei collaborare.
    Io, però, in questo momento posso permettermelo. E questo è già molto.
    Non mi va giù il misunderstanding di fondo su questo tema. E una delle cose che mi sono ripromessa di fare è indicare, sulla homepage del mio sito, un disclaimer in cui cito il codice etico di Assif che perlomeno evita, a chi sia interessato a proporre collaborazione basate su una remunerazione esclusivamente su base percentuale, di perdere tempo (e farlo perdere anche a me).
    Accettare un sistema di questo tipo vorrebbe davvero avallare la concezione del fundraiser come il “commerciale” che recupera soldi. Cosa che – ci mancherebbe – va magari benissimo a chi lavora come figura commerciale nelle aziende (non so, peraltro, se queste figure vengano retribuite in toto a percentuale), ma non è pertinente con la figura professionale di chi fa raccolta fondi.
    Molto onestamente non me la sento di biasimare chi accetta contratti di questo tipo: il momento è quello che è e lo sappiamo tutti.
    Temo solo, e la cosa mi dà da pensare, che possa diventare l’ennesima prassi “all’italiana” all’interno di un mondo di riferimento – quello del Terzo Settore – in cui l’impegno di tante persone per costruire/ri-costruire un sistema economicamente sostenibile e avanzato è, nella gran parte, di livello etico e professionale davvero molto elevato.

    • Teniamo duro Simona e non arrendiamoci allo stato delle cose. Grazie per la tua testimonianza. E’ sempre un piacere leggere le tue riflessioni.

  • Grazie ad Elena per proporre sempre temi di grande interesse. Dico la mia. Vi è una questione etico-professionale circa la percentuale che taglia la testa al toro: abbiamo deciso in Italia come nel resto del mondo di non lavorare a percentuale e questa regola va rispettata e fatta rispettare. Vi è una questione tecnica: la consulenza e il lavoro di raccolta fondi svolto a percentuale non funziona perchè il fund rasing non è una tecnica di raccolta ma una strategia di sostenibilità. Come tutte le strategie funziona nel tempo e non immediatamente e richiede la partecipazine di tutte le componenti umane e organizzative del soggetto per il quale viene attuata la strategia. Per cui è anche difficile dire da chi dipende il successo o meno di una operazione (e quindi a chi debba essere data la percentuale). Per cui dobbiamo ostinarci a insegnare ai dirigenti delle organizzazioni cosa è il fund raising. Se non lo capiscono: “Ciao!”. Infine è una questione sociale. Il donatore si lega ad una causa non ad una persona che chiede soldi. Una aziende si lega ad un progetto non ad un intermediario che si aggiudica i suoi soldi. L’idea che qualcuno porta soldi a percentuale fa parte del mondo delle marchette, dei favori, degli inciuci fatto di intermediari che spesso vengono dal mondo della politica, degli affari della promozione di immagine di qualcuno. A me personalmente fa schifo e non vedo come non dovrebbe fare schifo a tutte le non profit. DI questo modo di fare ci dobbiamo liberare completamente ed è una delle immondizie che l’Italia deve eliminare. Io penso che quando qualcuno ci propone di lavorare a percentuale oltre a dirgli di no bisofgna dirgli di smettere e bisogna farlo sapere pubblicamente in modo da creare una forte pressione morale e sociale su di loro. Che poi, tuttosommato, lo facciamo per il loro bene…..

  • Bizarre says:

    Ciao Elena, mi unisco al coro e prima di tutto ti ringrazio per avere sollevato il caso con arguzia.
    Sottoscrivo in pieno il fatto che il no profit avrebbe il dovere etico di trattare le persone che siano collaboratori o meno con un rispetto diverso ed un grande senso dell’equità, proprio per la mission che ha come focus, a prescindere dal segmento in cui decide di operare, il genere umano.
    Ma così non è. Come cita Simona, non sono solo i giovani ad essere oggetto di contratti non corretti, ma purtroppo anche le persone che a fronte di una lunga esperienza dovrebbero avere un trattamento “rispettoso”. Credo che la percentuale possa diventare “accettabile”almeno nel caso dell’essere on top sul fisso, anche se sono in disaccordo sul fatto che sia solo la percentuale a creare una motivazione in più per chi fa raccolta fondi. Spesso nelle attività di raccolta fondi, come citava Massimo, si seminano attività, relazioni, seminari e tanto lavoro per non raccogliere 1 euro nell’immediato, ma sensibilizzando arrivare nel tempo a dei buoni risultati economici. Insomma non sarebbe male proporre a chi propone le percentuale anche un calcolo monetario sull’intagibile!! (scherzo, ma rende il concetto)
    Il concetto di rispetto rimane il tema da cui ripartire, anche nel no profit che spesso a fronte di grandi cause perde di vista i danni che fa per arrivarci. Il senso del perché si agisce e si decide di essere corretti non dovrebbe abbandonarci mai, nemmeno quando la torta si assottiglia.
    Dovremmo imparare da chi si aiuta, il senso degli altri.

    • Il fee a obiettivi è previsto. E non solo qui da noi. Il termine RISPETTO, Bizarre, rientra di buon grado tra quanti elencati. Grazie per averne parlato.

  • Cara Elena,
    quel che racconto l’ho sperimentato sulla mia pelle più e più volte e non so dirti quanto sia frustrante lavorare a queste condizioni non adatte alla vita di un essere umano. Inoltre, sono svilenti per il lavoro stesso e per la professione. La raccolta fondi non è che l’ultimo tassello di un lavoro giornaliero più grande, che abbraccia tantissimi aspetti di comunicazione, marketing e via dicendo. Essere pagati a percentuale non è corretto anche perché non siamo procacciatori d’affari.

  • Scusami. Quel che racconti. Errore di battitura. Sorry.

  • Cara Elena, aggiungo solo una brevissima chiosa alle riflessioni che già avevo condiviso nel commento più sopra.
    Al di là delle inevitabili generalizzazioni sulla situazione economica (reale) e/o sul malcostume di considerare la retribuzione a percentuale come un modo per procrastinare l’investimento sine die, io credo – o meglio, questa è la mia esperienza diretta – che ci sia un problema a monte di tipo culturale. Senza voler in alcun modo giustificare o “andare dietro” a chi propone questo tipo di contratti ai fundraiser, io noto come in un buon numero di casi ci sia (ripeto, è la mia esperienza e come tale va presa) della buona fede da parte di chi questa proposta la avanza.
    Nel senso che, quando poi io faccio presente il discorso dell’etica, del Fundraising come legame tra donatore e causa e non tra causa e soldi e tutto quello che solitamente ci “diciamo” nei blog e nelle chiacchierate sul tema del Fundraising, noto una sorta di “ah, ma io non ho mai approfondito un approccio così, io pensavo che tu potessi darmi una mano (leggasi: nomi e cognomi di donatori su una lista pronta all’uso) a trovare i soldi, se la mettiamo come dici tu è diverso”. E, di solito, questo è il primo passo per capire se possiamo lavorare insieme.
    Volevo aggiungere questo aspetto proprio nel senso di un’operazione di tipo culturale che occorre, a monte, perchè questo discorso della percentuale perda il suo senso già nelle premesse e della definizione di cosa è il Fundraising.
    Non è, ovviamente, sempre così limpido l’approccio in buona fede di chi propone la retribuzione su base percentuale, però forse occorre considerare anche questo aspetto per comprendere appieno la necessità di informare e formare lo stesso mondo del nonprofit.

    • E’ un punto di vista interessante Simona e sono certa che molte organizzazioni siano in buona fede. E’ indubbio che il fundraising, però, sia una strada percorribile solo se vi è maturità. Se si è pronti. La nostra abilità sta nel capire se vi sono gli elementi per poter lavorare in questi termini. Se vi sono, allora si possono fare anche sacrifici. Trovare dei compromessi. Un punto di incontro che soddisfi entrambi. E’ questo che fa la differenza. Non credi?

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