La morale del fundraiser

Era il 1984. Un giovane cantautore bolognese faceva il suo esordio e si accingeva a diventare uno dei più apprezzati di quegli anni. Era Luca Carboni che con l’LP …intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film vendette oltre 30mila copie. Del singolo Ci stiamo sbagliando ragazzi, tratto dal 33 giri, le copie vendute furono oltre 50mila (fonte: Wikipedia).

Di questo 45 giri, prendo in prestito la prima strofa:

Ci stiamo sbagliando ragazzi
noi che camminiamo sul mondo
noi coi piedi di piombo
restiamo giù
sotto cento chili di cielo
eh… siamo forse degli angeli

Ho cominciato a canticchiare questa canzone nel leggere i diversi post, le notizie e le iniziative pubblicati nel corso dell’ultimo mese, in particolare quando sfociate in petizioni e indignazioni pubbliche. E’ il caso, per esempio, del reality The mission della Rai (su cui è nato persino un blog e un efficacissimo appello su Change.org, strumento di raccolta firme che con la sua forte capacità invasiva pare diventato l’ultima frontiera della rimostranza 2.0) o ancora dell’ultima campagna di sensibilizzazione Firma contro la fame di Action Aid Italia.

Li cito perché evidenti e importanti ma sono solo due esempi tra gli altri che mi hanno fatto pensare e arrivare a due considerazioni:

  1. da una parte l’idea che noi fundraiser, nella volontà di rincorrere giusto e giustizia, stiamo incappando nell’errore grossolano di crederci infallibili, convinti come siamo di essere dalla parte del bene. Paladini dei più, ci facciamo portavoce di chi voce non ha (o di questo siamo convinti);
  2. dall’altra, che stiamo scadendo nella banalità usando luoghi comuni e ovvietà deboli con una comunicazione che di innovativo ha ben poco e che, al contrario, rischia di indebolire ancor più l’affezione del pubblico verso il Terzo Settore.

Come professionista mi (e ti) faccio qualche domanda:

  • siamo davvero convinti di essere nella posizione di sentenziare cosa è bene e cosa è male in modo aprioristico?
  • siamo davvero convinti che atteggiamenti definitivi, giustizialisti e a volte eccessivamente rigorosi e garantisti non siano dettati da un pizzico di presunzione?
  • siamo davvero convinti che perpetrare nel moralismo popolare sia utile alla nostra professione e, nel lungo, alle nostre cause?

Io non lo sono. Al contrario, sono convinta che il troppo buonismo o l’ostinato conservatorismo finiscano, come i troppi dolci, a fare male alla pancia e, a lungo andare, a creare intolleranze. Le cronache, i dibattiti e gli interventi sui social, in particolar modo da parte del pubblico, lo evidenziano.

Scrive Paolo, collega fundraiser, su Facebook (sono certa mi perdonerà se copio e incollo testualmente):

Comunque non capirò mai perchè i vari Brad Pitt, Angelina Jolie, Diana Lane, Madonna sono eroi, mentre i nostri vip sono un branco di cretini. Secondo me, come già accennato in vari post, c’è stato un puro accanimento, dettato unicamente dal come “l’addetto ai lavori” interpreta il fundraising. Ognuno tira fuori la propria exp personale, chi lo fa da 20 anni, chi è stato in Africa, chi conosce Albano personalmente, chi ha parlato con Filiberto. Addirittura qualcuno ha persino ipotizzato il possibile stato d’animo dei profughi quando incontreranno i vip. Non era più facile guardare e poi giudicare? Ultimissima cosa, da quando è uscita la notizia del reality, non si parla di altro… vedete, a qualcosa serve! Fino a ieri nemmeno sapevamo dove stava il Terzo Mondo :).

Come è chiaro, Paolo parla del primo caso citato, quello del reality The mission, e lo fa con ironia. Un’ironia tanto sottile quanto capace di rendere bene l’idea del paradosso che vive il fundraiser. Così, se è vero che il nostro lavoro è strettamente legato alle emozioni, è altrettanto vero che siamo dei professionisti e, come tali, abbiamo delle responsabilità. Tra queste, anche quella di gridare “al lupo” con moderazione, senza mettere a rischio la credibilità propria e, in modo allargato, del settore.

Come cantava Carboni, nonostante tutto non siamo degli angeli. Se vogliamo qualcosa, dobbiamo osare. Con il piombo ai piedi, schiacciati dagli ideali e al caldo nelle nostre convinzioni, si fa poco.

Era il 1984 ma sembra ieri. Quelli della mia generazione e di quella precedente ne ricorderanno la melodia. Per loro e per tutti gli altri, l’invito è all’ascolto.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=5knBoLtfnEU]

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There are 4 Comments

  • Post molto interessante, Elena! Per quel che mi riguarda, apprezzo moltissimo l’impegno personale per una giusta causa (che sia di Carlo Rossi o di Brad Pitt), ma mi chiedo: “in un reality, che per definizione deve essere spettacolo e spettacolare, ci può essere spazio per una riflessione profonda ed una informazione che va al di là delle momentanee e studiate inquadrature televisive?”

    • No, non c’è. Non è lo spazio ideale. Ma la tv è spettacolo, punto. Senza spettacolo non c’è audience. Tuttavia, nel caso specifico temo abbiamo ecceduto nei toni. In particolare, non ci siamo fidati dei nostri colleghi. Abbiamo chiesto loro spiegazioni e le spiegazioni date, quelle possibili, non ci hanno soddisfatti. E perché mai poi?
      Grazie Silvia :)

  • Anna Maria Canonico says:

    Una riflessione profonda ci impone di accettare che il mondo e’ cambiato o meglio c’e’ una nuova consapevolezza delle leggi che regolano l’universo, perche’ ora i confini non esistono più’ e tutte le scatole hanno perso il loro coperchio! Banale? Forse si……, ma bravo Paolo, perche’ anche i tuoi pensieri offrono un contributo alla presa di coscienza che il mondo e’ cambiato o meglio….. Siamo noi che dobbiamo assumere un nuovo atteggiamento diffronte all’universo, perche’ atteggiamenti positivi ed evoluti possano creare un mondo che sia in sintonia con l’oggi, anche se poi l’unverso e’ sempre stato lo stesso; ma oggi non possiamo più’ dire “IO NON SAPEVO”

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