Il nonprofit dell’anno che verrà

NiStock_000021661238XSmall-1ei giorni dei propositi, auspico cose grandi per il Terzo Settore, così fortemente provato da dinamiche che si giocano al di là delle sue intenzioni ma, allo stesso tempo, colpevole di una certa – passiva – complicità.

In tempi di agende e agendine, ecco i 7 aspetti sui quali ritengo sia prioritario investire sul nonprofit dell’anno che verrà. Requisiti indispensabili per l’innovazione tanto desiderata e, prima ancora, dell’eccellenza.

1. RETE. Non sempre la varietà è sinonimo di ricchezza. Nelle sfaccettature del Terzo Settore significa, il più delle volte, frammentazione. Una valutazione preventiva dello stato dell’arte del Mercato e la costituzione di network va favorita rispetto al proliferare di organizzazioni microscopiche con obiettivi identici. Questo a beneficio dell’ottimizzazione delle risorse investite e dei risultati da raggiungere.

2. CONSAPEVOLEZZA del proprio ruolo. 6milioni le persone occupate a vario titolo nelle oltre 450mila organizzazioni presenti. A dirlo la Ricerca sul valore economico del Terzo Settore realizzata di Unicredit Foundation e il censimento 2012 promosso dall’Istat. Insieme al donatore, che si dimostra sempre più attento, maturo ed esigente, il nonprofit è sempre più consapevole del ruolo da protagonista all’interno del nuovo sistema di Welfare che si sta delineando. Quindi: perché e a quale scopo lo spirito di sudditanza nei confronti del Pubblico e del Mercato delle imprese che sembra contraddistinguere il nonprofit in Italia?

3. CONSAPEVOLEZZA dei propri budget. E’ controproducente e, putroppo, diffusa la percezione che occorra separare i progetti dai costi amministrativi (di personale, tecnologici, di gestione corrente, di materiali, di raccolta fondi). Un disallineamento che provoca fratture e vanifica gli sforzi che, diversamente, andrebbero considerati in modo congiunto perché l’obiettivo è solo uno: la missione dell’ente per il benessere collettivo. La buona notizia è che questo tipo di percezione comincia a prendere piede. In modo silenzioso ma, mi auguro, irreversibile.

4. LOBBY. Pressione e maggiore spessore politico per un’area che rappresenta il 4,3% del PIL italiano stando a quanto rilevato dal medesimo studio. Imparare a gestire la comunicazione e le relazioni pubbliche in modo politico non è un male se c’è la consapevolezza che la politica è cosa buona e bella se vissuta nel suo spirito primario: il bene comune. Un’advocacy di rete e continua che preveda: analisi della problematica e del suo contesto, strategia, mobilitazione, azione, valutazione dei contesti e dei risultati. Occorre maggiore fiducia nelle proprie capacità e rivendicare, con dignità, i propri diritti.

5. RESPONSABILIZZAZIONE sui programmi e sul controllo di gestione. In una parola: rendicontazione. Al nonprofit è richiesta una verifica crescente sui conti e sulla loro resa. Ad efficacia ed efficienza devono seguire con maggiore insistenza rendiconti puntuali su output e outcome: oltre alla verifica della relazione tra servizi erogati e costi effettivi, è necessaria un’analisi puntuale delle caratteristiche dell’offerta con relativa capacità di monitoraggio e valutazione dei processi di produzione dei servizi offerti. Va da sé che questi aspetti comportino una sempre maggiore interdipendenza tra operatività tout court e sistema di governance. Un processo di accountability complesso ma, allo stesso tempo, fortemente produttivo in termini di ritorni (di immagine, reputazione, fondi, risultati) nel lungo periodo.

6. AUDACIA. La buona volontà non basta. Un aspetto che non finisce di sorprendermi, e che trova conferma nel confronto con i colleghi, è la difficoltà diffusa di pensarsi in termini d’impresa. Spesse volte mi sono trovata a discutere del tema con abili imprenditori del profit intimiditi dall’idea di trasferire lo stesso spirito d’impresa nel nonprofit. Cari signori, non è sufficiente pensare di fare del bene. Bisogna anche farlo per bene. Se c’è la volontà di impegnarsi, bisogna farlo nell’identico modo. Con dedizione, slancio, investimento. Il Terzo Settore ha bisogno di audacia. Il resto è la chiacchiera della morale.

7. PROFESSIONALIZZAZIONE. E l’audacia passa attraverso una crescente professionalizzazione. Di volontari o interni è poco importante. Quello che importa è che ci sia la volontà di una continuità scrupolosa. A beneficio dell’ente. Le scelte sono poi d’obbligo e arrivano naturalmente. In modo sistematico.

Nel 2013 il Terzo Settore ha bisogno di una rappresentanza che sia credibile. Le elezioni alle porte ci devono trovare pronti al cambiamento. Non possiamo più permetterci di farci soffiare le poche risorse che abbiamo a disposizione. Dobbiamo essere in grado di acquisire un potere contrattuale crescente perché non è più tempo di farsi rappresentare da chi non sa nulla: di noi, delle nostre dinamiche, dei nostri bisogni. Ma per essere credibili, occorre, in primis, crederci.

Io ci credo. E tu?

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There are 8 Comments

  • enzo says:

    Io credo nel terzo settore, il mondo politico meno ma Stefano Zamagni, il quale lo ritengo uno dei più grandi esperti del terzo settore, dice in maniera interessante:Poi il j’accuse: “Da parte del governo non c’è un’attenzione adeguata al Terzo Settore perché si ritiene che la sua funzione sia importante, ma venga dopo l’equilibrio dei conti e l’impulso dato al settore economico in senso stretto. Bisogna decidere se un ordine sociale può reggere solo sulla gamba del pubblico e su quella del privato o non occorra la gamba
    del civile. Mi piacerebbe che ci fossero provvedimenti in questa direzione”.

    • enzo says:

      il terzo settore va incentivato.

      • Forse non si è fatto abbastanza. Zamagni ha fatto molto e tanti hanno fatto. Ma da soli purtroppo. Nella mia esperienza, quello che ho potuto constatare è la poca volontà di agire in comune, perdendo un po’ di sé per il bene comune. Speriamo di riuscirci…

  • concordo con sull’analisi e sulla centralità dei temi individuati da elena
    ne aggiungo un ottavo spunto (forse implicito ma è bene sottolinearlo) che quello della COMUNICAZIONE
    il Terzo Settore deve comunicare di più e meglio per far valere il proprio valore….

    • Grazie Rossella per averlo ricordato. Non è mai scontato ed è un punto fondamentale per il Settore. Noi stiamo cercando di fare del nostro meglio, grazie anche a Ferpi e al Tavolo del Sociale. Speriamo di poter fare sempre di più.

  • Concordo su tutto, anche se non mi entusiasmano le agende, preferisco i progetti (spiego meglio qui: http://wp.me/p26g49-3I)

    Personalmente lo trovo più convincente aggiungendo una (triste) premessa. Non credo che l’Italia, come il non profit, viva un momento usuale. La crisi è per il Terzo settore, come per i temi sociali, anche crisi di accesso al dibattito pubblico, crisi di capacità di elaborazione e intervento linguistico e culturale, crisi di finanziamento e capacità di intervento sui problemi.
    Una crisi nel modo in cui si affrontano i temi sociali, evidenziata dalle recenti sconfitte e, addirittura, nell’incapacità di comprenderle e contrastarle.
    Le direttrici indicate da Elena sono corrette, secondo me, se indicano la strada di un (necessario) salto di qualità del Terzo settore per uscire da questa situazione.
    Speriamo bene. Tanti auguri! :)

    A

  • Grazie a te.
    …prendiamo la rincorsa e auguri.

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