Il dialogatore nel face to face fundraising: storia di ordinaria ipocrisia. E questa volta a segnalarlo è Repubblica.it

Intendiamoci: l’ipocrita, in questo caso, è chi adotta questi metodi per proporre il proprio prodotto e non certo chi lo fa per guadagnare qualche soldo. All’ipocrisia si aggiunga il falso buonismo e la frittata è fatta.

Nel post Chi guadagna a provvigioni è un fundraiser. O no… (?) dello scorso settembre, parlavo del ruolo del dialogatore, soffermandomi in particolar modo sul se sia o meno giusto considerarli dei fundraiser. I commenti raccolti hanno spostato l’attenzione da questo aspetto, non comunque secondario per la professione, a quello più complesso e sfacciato del rapporto di lavoro che lega il giovane all’organizzazione o all’agenzia interinale facente funzione della ONP del momento.

Vi invito a leggere i commenti. Quello di Riccardo, ex dialogatore, che “ha scoperto un mondo che avrebbe preferito non vedere” e che si interroga in modo deciso sull’eticità che sottende alcune organizzazioni e che rischia di far barcollare tutto il settore incrinando in modo definitivo la fiducia del donatore. Quello di Valentina, di Riccardo, del pensiero di Roberta ed Eleonora.

Ma la storia si ripete e non in un blog di settore ma su un media generalista. Questa volta a segnalarlo è Repubblica.it. E’ del 19 dicembre l’articolo dal titolo tanto esaustivo quanto allarmante di Le mie tre giornate da precario a vendere beneficenza in strada. Lo trovate al link e ve lo allego qui in pdf. Giusto per non farsi mancare nulla…

Poche parole bastano per capire il senso del contenuto:

Regola numero uno, sorridi. Sempre. Regola numero due, quando individui la “preda” piazzati davanti a lei. Non potrà scappare. Regola numero tre, ricorda: chi firmerà la sottoscrizione non lo farà per il contenuto di quello che gli proponi, ma per te, perché risulterai simpatico, carino e affidabile. Il primo giorno di lavoro come “dialogatore onlus” super precario è scandito da istruzioni precise, l’abc del venditore aggressivo. (…)

Ma quanto ci vorrà perché il donatore, o possibile tale, finisca con il criticare apertamente i nostri volontari nelle piazze? Alcuni hanno già cominciato con il cambiare marciapiede… E il passo da dialogatore all’essere definiti chuggers (borbottanti), come già peraltro avviene (BBC) nonostante la Public Fundraising Regulatory Association (PFRA), è davvero breve.

E’ ora di dire basta. In gioco c’è la credibilità del Terzo Setto. La nostra credibilità. Non vi pare?

There are 39 Comments

  • Mattia says:

    Sono d’accordissimo, anche se da poco mi sono affacciato alla professione ho fin da subito percepito scarsa credibilità nel settore.

    Ormai si vedono (pseudo) volontari ovunque che con una fintissima serenità stampata in volto che portano avanti battaglie con sempre più aggressive per raccogliere fino al’ultimo euro dalle persone che fermano e questo sicuramente lede all’immagine delle associazioni e del settore intero.

    Purtroppo se le associacioni persistono nel seguire questa tipologia di “affare”, è possibile solo peggiorare la situazione :-(

  • Giovanna says:

    Cara Elena, grazie per lo spunto di riflessione.
    Anch’io sono completamente d’accordo: in gioco c’è la credibilità dell’intero settore e già nel post di settembre ho avuto modo di esprimere le mie perplessità sul ruolo del dialogatore.
    Dopo aver letto l’articolo di Repubblica.it (tra l’altro segnalato a suo tempo da un mio collega sempre molto critico nei confronti delle attività di raccolta fondi….) il mio timore è aumentato perchè non si tratta di una discussione/riflessione tra professionisti del settore, ma di una “denuncia” che un media generalista ha posto all’attenzione di tutti.
    I donatori, o potenziali tali, si stanno già interrogando sul ruolo del dialogatore e le risposte che emergono non sono certo positive.
    Credo che mai come in questo momento di profonda crisi economica e sociale, questa figura sia assolutamente fuori luogo, soprattutto quando si spinge a “chiedere soldi per la causa” suonando alle porte dei condomini (tantissime segnalazioni di amici e conoscenti su questa modalità ancora più invasiva!).
    E’ arrivato davvero il momento di dire basta….

  • I toni si scaldano sempre quando l’opportunismo sostituisce i valori solidali del Terzo Settore. E ben venga. Credo che parlarne faccia bene perché permette di dare strumenti a chi vuole appronfondire il problema o, semplicemente, informarsi.
    Il guaio è che le persone hanno già molto di cui preoccuparsi e questo è sicuramente un aspetto del tutto secondario. Quindi, non aspettiamoci che si mettano a discriminare. Fanno, a ragion veduta, di tutta l’erba un fascio. Sta a noi operatori del settore fare luce e mettere un freno a queste pratiche, a tutela sia della nostra professione sia della resposabilità sociale verso il lavoratore. Ma qui si apre un universo di questioni annose che meritano discussioni a parte.

  • Quello del F2F è un discorso complesso e articolato,come tutto quello che riguarda il delicato tema della raccolta fondi in generale.
    Personalmente mi occupo da anni di servizi di telemarketing sociale – campo limitrofo al F2F – cercando di tenere a bada “l’aggressività commerciale” anche quando è la stessa organizzazione a richiederla, questo sia per etica personale che per la credibilità dell’organizzazione stessa. Ho le prove che questo approccio funziona, ma spesso alle organizzazioni sembra secondario rispetto al prezzo per contatto utile. Non ostante tutto io credo che se lavoriamo per un mondo migliore allora non dobbiamo forzare i prospect/donatori, piuttosto persuaderli con la bontà degli argomenti e il riscontro sul campo. Però – e questo è vero soprattutto per le organizzazioni più grandi – il management impone un certo ritmo di crescita (come nelle aziende profit, ironia della sorte) e questo non è possibile senza fare ricorso ai professionisti (del telefono come del F2F), i quali hanno i loro obiettivi economici personali/aziendali e nella quasi totalità dei casi li mettono davanti alla mission del loro cliente, ecco perché poi i prospect “cambiano marciapiede” (anche io lo faccio, btw). Aggiungo che anche nel tmk sono le organizzazioni stesse che chiedono al fornitore di lavorare a percentuale e/o a prezzi stracciati, con i conseguenti problemi di comportamento e di sfruttamento. Alla fine, secondo me, ci vuole per tutti una bella iniezione di etica, profit e non, e un po’ meno ambizione sfrenata da parte del management delle organizzazioni (spesso la mission sembra solo una copertura delle ambizioni personali, mi duole constatare). Spero di non essere stata noiosa, un saluto

  • Mattia says:

    QUOTO! “”Alla fine, secondo me, ci vuole per tutti una bella iniezione di etica, profit e non, e un po’ meno ambizione sfrenata da parte del management delle organizzazioni”” 😉

  • Chiara says:

    Ciao Elena! Avevo letto il post su Repubblica.it e, in effetti, c’è di che amareggiarsi. E’ vero che di questi tempi la diffidenza dilaga, ma adottare strategie comunicative poco responsabili non aiuta di certo! Ho iniziato ad interessarmi di fund-raising all’università (tanto da farlo diventare argomento della mia tesi) e mi è sempre piaciuto analizzare gli strumenti e i possibili utilizzi alternativi. Devo dire che la figura del dialogatore e il cosiddetto “telemarketing” non mi hanno mai fatto simpatia, perchè nella maggior parte dei casi sono percepite come “tecniche aggressive” (ancora di più se il personale non è ben formato o motivato). Personalmente preferisco ricevere una mail o una lettera tradizionale personalizzata, che possono essere apprezzate con calma, quando si è più tranquilli e predisposti ad analizzare le informazioni. Spesso i passanti non si fermano ai banchetti allestiti dalle associazioni non perchè siano insensibili o abbiano timore, ma semplicemente perchè hanno ben altro per la testa in quel momento (e per questo ritengo il dialogatore per strada un approccio sbagliato). Meglio allora creare dei mini-eventi (anche in piazza), per parlare al pubblico dell’associazione, della mission, del progetto specifico. La dimensione “gruppo” aiuta a sentirsi più protetti, un open-space coinvolge, ma dona al tempo stesso un senso di libertà senza “costrizioni”. Poi, in un secondo momento, si possono ricontattare i partecipanti per avere un feed-back e approfondire il discorso. Semplici opinioni, ovviamente, e non mi dilungo oltre…ma volevo partecipare alla discussione :-) @chicasablan

  • In modo laconico non posso che dire GIA’.

  • Su linkedin, per chi fosse iscritto, si è aperto un altro fronte. Per chi può, invito a visitarlo a questo link: http://www.linkedin.com/e/urcs8-gx28mlfe-67/vaq/87624441/4032978/63503490/view_disc/?hs=false&tok=0q_M2bjQ_laB41
    E’ mia intenzione però dare voce anche qui a quanto sta emergendo. Per cultura e consapevolezza di tutti. Il tema è caldo e il fronte è comune. Non può fare che bene parlarne ancora un po’.
    In più, vi invito a leggere anche la posizione del professor Coen Cagli qui: http://www.blogfundraising.it/donazioni-da-individui/vu-cumpra-unadozione-a-distanza/#comments

  • Francesco Fortinguerra says:

    Ritengo utile confrontarsi su un tema delicato come il face to face riflettendo su dati e conoscenza dell’attività. Lavoro in questo ambito da oltre 4 anni e ho fatto campagne per molte onp. Ho iniziato da dialogatore fino a fare il trainer sul f2f. E’ essenziale per noi che operiamo nel terzo settore-non profit avere un approccio positivo che ci porta alla disamina per apportare un confronto che costruisce concretamente azioni o comunque muovenendoci in questa direzione per una visione più completa dello stato e grado della realtà. Diventa difficile un serio confronto soltanto sul web.

    Ho lavorato anche per World Vision, organizzazione e persone che stimo per l’apporto che danno nel migliore un pezzo di mondo e le condizioni di vita reali dei bambini come altre onp.

    Conosciamo le condizioni di precarietà (legali) che sono presenti in tutti gli ambiti lavorativi…..

    Ritengo il f2f molto qualificante: insegna a interagire meglio con la gente in tutti i contesti (differenti), diffonde i progetti e da visibilità, condivide valori e da nuovi sostenitori.

    Quando si fa raccolta fondi si presenta l’organizzazione, la mission, vision insieme alle attività realizzate in relazione agli strumenti, modi, metodi e possibilità del momento.

    Il Dialogo Diretto da l’opportunità a tutti i cittadini di approfondire una causa o comunque approcciarsi ad una organizzazione e per chi lo desidera diventarne sostenitore regolare.

    L’approccio è del dialogatore che ti contatta nell’approcciarsi in quel momento con uno stile simpatico che tende alla rottura di ghiaccio e ad avere attenzione. Aggressività e piagnisteo non portano nessun frutto e lo si vede sul campo. Il dialogo e lo strumento che permette alle persone di essere più consapevoli (si auspica) della realtà in cui opera l’organizzazione e dare l’opportunità (per chi vuole) di partecipare a sostenere la causa.

    Visto che si e già si parlato degli svantaggi vediamo i molteplici vantaggi:
    1. il face to face funziona in termini di raccolta fondi rispetto a tutte le altre modalità che sono più costose e hanno bassi rendimenti;
    2. coinvolge in maniera trasversale tutti cittadini e sensibilizza alla partecipazione attraverso l’incontro e il dialogo
    3. Si acquisisce un nuovo sostenitore
    4. Donazioni automatiche con durata a lungo termine fino a revoca
    5. Il valore della donazione è più alto rispetto alla media
    6. La continuità della donazione fino alla revoca permette di ridurre i costi di gestione e permette di pianificare al meglio le risorse da destinare ai progetti.

    Come in tutti gli ambiti lavorativi ognuno si riferisce alla propria esperienza. Le persone che decidono di fare questa attività in modo professionale sono motivate e decidono di lavorare al servizio di una giusta causa. Altrimenti solo per la retribuzione ci sono altri lavori meno impegnativi….

    L’articolo che il giornalista de La Repubblica – Milano e molto parziale……..
    C’è l’altro l’altro articolo che parla della figura del dialogatore che fa la differenza ed e centrale per l’attività di fr
    http://archiviostorico.corriere.it/2007/maggio/01/dialogatore_differenza_co_7_070501104.shtml
    :
    Le onp puntano a crescere e a rafforzare la propria incisività.

    L’ambito pubblicitario-commerciale e pieno di messaggi consumistici a differenza delle campagne di advocacy e campaigning che hanno meno spazio.

    E’ essenziale porre dei punti fermi inerenti a:
    Una maggiore attenzione di tutti gli operatori verso la conoscenza del settore e onp (causa dell’organizzazione, problemi sociali che affronta e progetti che realizza in pratica formazione continua);

    Giusta retribuzione e regolarizzazione dei contratti (non solo lettere d’incarico o contratti di prestazione occasionale…)
    busta paga.

    Certamente tutte le parti coinvolte nel codice etico devono confrontarsi su elementi che si manifestano e analizzare contesti, situazioni e condizioni che si presentano man mano.

    Un saluto a tutte/i,
    Francesco Fortinguerra

  • Grazie Francesco, ho letto con attenzione parola per parola, sia la tua risposta che l’articolo del Corriere. La tecnica del F2F è fuori di dubbio che funzioni. Non metto di certo quest’aspetto in discussione. E’ un certo tipo di approccio alla pratica che mi lascia alquanto perplessa. Ma questa perplessità si rileva anche dai commenti delle persone e dei colleghi intervenuti. Rispetto ai vantaggi, non sono poi così sicura che sia un metodo ‘economico’. Anzi. Il rapporto 121 è naturalmente il più efficace ma ha anche la caratteristica di essere il più caro. E’ certo un investimento che torna ed è, quindi, efficiente.
    Ma su un paio di aspetti dissento in modo deciso: un approccio prettamente commerciale che lega la retribuzione alla performance (non credo di essere smentita) e che sovrappone la figura del dialogatore a quella del procacciatore d’affari e la tipologia di reclutamento e trattamento del personale, cosa che – converrai – è discriminante nel nostro settore. Altrimenti è paradosso.

  • Io concordo in pieno con Elena, che ringrazio per la discusssione che sto seguendo qui, su linkedin e altrove e invito tutti a seguire anche gli spunti proposti sul nostro blog http://www.blogfundraising.it.
    PAttenzione però a non confondere come ha fatto qualcuno nei suoi commenti, i dialogatori con i “volontari” anche se “pseudo”. Non lo sono e no gli assomigliano in nulla, come si evince bene proprio dalla discussione! Che dici Elena, perchè non proproniamo un momento di dibattito anche al Festival su questo? O è un tale tabù? un bacione grande! Anna

    • L’aspetto di confusione con i volontari che sottolinei è assolutamente fondamentale. Grazie per averne parlato. La stessa distinzione va fatta anche con i fundraiser. Grazie inoltre per aver segnalato il post della scuola. L’ho fatto più sopra ma non è mai ridondante. Sono certa che avremo modo per parlarne anche a voce.
      A te :)

  • Ciao Elena, innanzitutto grazie per avere rilanciato l’argomento. A mio avviso non va confusa la figura del fundraiser con quella del dialogatore. Sulla questione del compenso in percentuale al fundraiser non mi dilungo, avendo già scritto in passato. Per chi fosse interessato, segnalo sul mio blog: “Compenso in percentuale? No grazie” http://beppecacopardo.wordpress.com/2008/07/21/compenso-in-percentuale-no-grazie/
    Riprendevo fra l’altro un passaggio del codice etico di ASSIF http://www.assif.it/index.php?option=com_k2&view=item&layout=item&id=923&Itemid=105
    Per quanto riguarda i dialogatori face to face, le Linee Guida dell’Agenzia per il Terzo Settore, a pagina 36, dedicano un capitolo all’argomento http://www.agenziaperleonlus.it/intranet/home-page/home-page/Linee%20guida/Linee_Guida_Raccolta_Fondi.pdf
    A mio avviso, la questione del rapporto contrattuale è affrontata in termini insufficienti e datati: “…I dialogatori, siano essi volontari come nella maggior parte dei casi o persone assunte con regolare e appropriato contratto di lavoro – nel rispetto delle normative vigenti -, devono avere almeno 18 anni di età. È preferibile che la selezione, la formazione e la supervisione dei dialogatori siano in capo al responsabile della raccolta fondi…” Come si vede, indirizzi e regole risultano superati dai fatti, se a venir meno sono valori e principi che dovrebbero dettare le regole di comportamento di organizzazioni che operano per il “bene comune”. Il fine NON giustifica i mezzi, mai! La coerenza dovrebbe essere la stella polare che guida ogni associazione e detta i comportamenti della dirigenza. Al di là del richiamo che ad alcuni potrebbe apparire moralistico, il punto è che il face to face è praticato prevalentemente, se non esclusivamente, da grandi organizzazioni in grado di investire notevoli risorse, potendosi permettere un ritorno sull’investimento a medio e lungo termine. Per quanto costoso, il face to face è diventato per queste realtà economicamente vantaggioso, in particolare da quando le tariffe postali sono aumentate del 500% da un giorno all’altro, limitando notevolmente le attività di direct mail.
    Al di là del giusto richiamo all’etica e alla coerenza, è necessario aprire un ampio confronto sull’urgenza del sostegno al settore, in particolare nella pesante fase di crisi che il Paese sta attraversonado, allo scopo di creare condizioni per l’autofinanziamento e la sostenibilità di attività e progetti di tante associazioni. Altrimenti, che senso ha parlare di sussidiarietà. Diversamente, anche nel “mercato” del nonprofit prevarrà la legge del più forte e il rischio di cedere alla logica della “massimizzazione del profitto” che ha caratterizzato e caratterizza il peggiore forprofit, la cui attenzione alla tanto decantata responsabilità sociale di impresa risulta pressocché nulla. In ultimo, non per importanza: molti giovani guardano con fiducia al settore, facciamo tutti la nostra parte per non deluderli.

  • Andrea says:

    Ciao Elena,
    Il tema è indubbiamente caldo…e si vede in quanto se ne parla in motli blog.
    Mi inserisco nella discussione riportando le esperienze segnalatemi all’EFA, la European Fundraising Association ed un interessante articolo del Guardian:
    http://www.guardian.co.uk/voluntary-sector-network/2011/sep/08/street-fundraisers-invade-personal-space

    In Inghilterra hanno dato vita ad un organo di autoregolamentazione, la The Public Fundraising Regulatory Association, che ha emanato codici e regolamenti. Tale organo ha potere di controllo e di sanzione, che si traduce in pene pecuniarie per i trasgressori. Inoltre ha presentato la cd. Three Step Rule:
    http://www.pfra.org.uk/professional_standards/best_practice/pfra_rule_book_for_street_f2f/three_step_rule/
    con lo scopo di salvaguardare un prezioso strumento come il F2F.

    Sicuramente sulla tematica potrebbe intervenire l’Associazione Italiana Fundraiser, ma prima sarebbe necessaria la volontà delle ONP di cedere una parte di “sovranità” rimettendosi ad un organo di controllo, perchè francamente di un ulteriore codice etico o di linee guida non vincolanti non se ne sente più il bisogno.

    Infine per quel che riguarda le forme di contratto non posso che concordare con il fatto che una ONP che tratta tematiche legate con lo sviluppo non possa proprio trattare in questa maniera i giovani, ne va dell’identità, della vision e della mission.

  • Cari amici, sulla scorta di quanto dibattuto, ho buttato giù alcune righe di cui sono davvero soddisfatta, soprattutto perché nascono da un lavoro congiunto e da un contraddittorio che è risultato davvero interessante. Lo spirito dialettico è la strada che ci permette di trovare le soluzioni migliori per il nostro settore. E’ il tempo di fare nuove riflessioni perché quelle fatte finora non sono sufficienti o, per lo meno, non lo sono più. Il mercato è cambiato e occorre adattarci tenendo, però, sempre presenti quali sono i nostri princìpi e quali sono i motivi che ci hanno spinti, tutti, a scegliere di lavorare nel Terzo Settore. Mi auguro lo condividiate. Grazie intanto e buona lettura :) http://elenazanella.wordpress.com/2012/01/09/questione-nonprofit-principi-valori-e-punti-fermi-per-un-terzo-settore-in-via-di-sviluppo/.

  • Ciao Elena, aggiungo il mio contributo alla discussione sugli schermi di Fundraising Km Zero. Spunti per un’antroplogia minima del dialogatore diretto: http://www.fundraisingkmzero.it/face-to-face-dialogo-diretto-fundraising/ Meno carico delle riflessioni già esposte, ma esce dalla pancia …qualcosa vuol dire!

  • Sempre molto attento Riccardo. Grazie ;). I tuoi interventi da giovane professionista sono sempre molto diretti e ricchi di spunti interessanti.

  • giulia says:

    A mio parere il Face to Face è un pessimo metodo di marketing, ricorda i testimoni di Geova o quelli che da piccina, ti estorcevano la firma per vederti costose enciclopedie. E’ assurdo che organizzazioni no profit si servano di uno strumento così brutto, aggressivo e ispirato ai peggiori valori del marketing. Senza poi parlare della gestione: ragazzini mal pagati che spesso non sanno nemmeno di soa stiano parlando!!!! Per quanto mi riguarda chi fa il Face to Face NON merita donazioni.

    • Cara Giulia, ti ringrazio per il tuo commento. Non lascia spazio a interpretazioni. E’ molto onesto e dà uno spaccato reale del sentimento di molti. Ne scriverò ancora da qui a qualche giorno perché è un argomento sempre molto attuale su cui vale la pena fare chiarezza partendo da alcuni aspetti specifici. Grazie ancora.

  • Luna says:

    se un dialogatore guadagnasse ad esempio 800 euro al mese fissi, chi garentirebbe il suo impegno a spiegare nel dettaglio il progetto e a raccogliere le adesioni dei sostenitori anzichè andare al bar? l’aggressività forse può dipendere dalle persone e non dal metodo insegnato. io sono stata dialogatrice per un anno e quello che mi hanno insegnato è stato: sorridi, sii gentile anche con chi ti tratta male, non insistere e non “spingere” mai per 1 adesione. le persone che hanno deciso di sostenere la onlus che rappresentavo mi hanno sempre accolta con il sorriso e lasciata ringraziando loro me per avergli dato la possibilità di fare qualcosa di bello e onesto. quanto è pagato un “found raiser serio”? sapete quanto costa uno spazio pubblicitario in tv e sui giornali? a mio parere la differenza la fanno le aziende di marketing diretto che trasmettono i loro valori alle persone alle quali insegnano a lavorare. le onlus serie si appoggiano alle società serie che offrono un servizio di qualità.

    • pama says:

      Ciao Luna è vero che in questo lavoro non si guadagna un gran ke? E’ vero ke uno stipendio è inferiore ai 500 euro? Vorrei sapere un pò di più su questo lavoro perkè sono interessata. Grazie.

      • Lucia says:

        Guarda nel mio gruppo i dialogatori bravi( che lavoravano da anni) facevano al massimo un contratto al giorno ( in 11 ore di lavoro) e spesso tornavano a casa con niente in mano. Un contratto poteva valere dai 25 ai 50 euro questo significa che anche avendo tecnica e carisma tiravi su poco più di 300 euro al mese e devi essere molto socievole e frizzante e lavorare 66 ore a settimana per riuscirci, a mezza giornata le possibilità si dimezzano. Ora è anche a fortuna, in certi giorni ti va di stralusso e fai 3 adesioni, wow, ma può benissimo succederti che nei 4 giorni successivi non concludi nonostante l’impegno: non hai garanzie. C’è gente che nonostante le 11 ore a settimana guadagnano solo 200 euro, questo se sei onesto e non forzi mai la mano nei contratti. 11 ore al giorno significa che non hai più vita sociale e hai appena il tempo di mangiare un panino, non fai altro: lavori e basta. Col part time spesso puoi finire a non concludere molto e le entrate si abbassano.
        In sostanza va bene per passarti qualche sfizio o pagarti l’università ma non per viverci.

        • Elena Zanella says:

          Quanto racconti lo trovo snervante e non trovo nelle tue parole la motivazione: è pura negoziazione. Non quindi la strada ideale per entrare a lavorare non Terzo settore. Di questo parli mai con i tuoi ragazzi?

    • Debora says:

      Non sono per niente d’accordo che lo strumento del lavoro a provvigione debba essere utilizzato per stimolare la motivazione di una persona a fare bene il suo lavoro. Se fosse così, allora quanti altri professionisti in altri campi, che invece percepiscono uno stipendio fisso, dovrebbero essere invece pagati per i risultati che ottengono? Innanzitutto, in un mondo ideale, chiunque dovrebbe essere in grado di dare il massimo anche senza lo “spauracchio” del guadagno su percentuale. Se così non fosse, i furbi dovrebbero essere smascherati da un controllo sulla qualità del loro lavoro da parte delle aziende di marketing o dall’ONG di turno, in questo come in altri campi (soprattutto perché è rarissimo, anzi credo impossibile, essere lasciati a lavorare da soli, si è sempre in gruppo, con un team leader che si occupa proprio di verificare il comportamento di ogni dialogatore). Non cerchiamo di trovare scuse: il lavoro su provvigione viene utilizzato perché conviene. Punto.

      • Lucia says:

        Guarda tempo fa compravo dei surgelati porta a porta, ero cliente e mi trovavo bene; poi è cambiato il venditore che mi portava le cose e il nuovo ha preso a fare il furbo: se chiedevo il prodotto x e quella volta non c’era me lo sostituiva con un altro prodotto dello stesso prezzo avvisandomi solo dopo che avevo pagato. Ho chiuso con quell’azienda. Sono convinta che se quel venditore non avesse vissuto di provvigioni non avrebbe sentito il bisogno di fregarmi e l’azienda non avrebbe perso il cliente. Chi non viene pagato forza la mano ed è aggressivo e questo rovina l’immagine dell’azienda e allontana le persone. Come dialogatrice vedevo le persone rinunciare ad entrare nel supermercato quando ci vedevano e infastidirsi per il comportamento dei venditori: tutto questo rovina il lavoro e l’azienda. I dipendenti sfruttati sono un’arma a doppio taglio che a mio avviso si ritorce contro chi li assume. Chi è sereno e viene rispettato dall’azienda da il massimo per questa: un buon stipendio per me è la miglior garanzia di un buon lavoro.

        • Elena Zanella says:

          Verissimo. Buon Natale e buon nuovo anno di raccolta, Lucia. E grazie per i tuoi interventi. Aspetto di rileggerti presto.

  • Luna says:

    Ciao Pama! si guadagna in base a quanto si lavora. i soldi delle adesioni vanno direttamente ai progetti sostenuti dalle onlus, mentre i dialogatori sono pagati a performance, ovvero solo per le adesioni di qualità e con il budget destinato dalla Onlus al marketing e al fundraising. io lavorando a tempo piendo guadagnavo dagli 800 ai 1000 euro netti al mese. ti consiglio però di rivolgerti direttamente alla onlus che vuoi rappresentare o alle varie società di marketing diretto che ne sponsorizzano i progetti, perchè molto dipende anche da loro!

  • Grazie per i vostri interventi Luna e Pama. A distanza di più di un anno avete riacceso un bel dibattito. Credo ne riparlerò presto. Buona strada :)

  • Antonio says:

    sono d’accordo con quanto scritto da Deborah. Il lavoro a provvigioni è usato perchè conviene, ed è proprio questo lavoro a stimolare l’aggressività dei dialogatori. Per di più i guadagni dipendono dai donatori che si riesce a “raccogliere”, il premio va al singolo dialogatore e non al gruppo e questo stimola la competitività e non aiuta affatto il lavoro di gruppo. Di recente sono stato scelto per ricoprire tale figura professionale per un totale di 6 ore al giorno ad un fisso di 480 euro al mese più ovviamente le provvigioni. Nonostante i buoni propositi dell’organizzazione, lavorare per 3,8 euro non mi sembra garantire uno stipendio minimo decente, anzi rasenta lo sfruttamento.

  • francesca says:

    Sono Dialogatrice da un po’ di tempo e francamente ritengo che per il lavoro svolto probabilmente dovremmo percepire anche di più, come del resto voi stessi mi confermate! Sapete perchè in realtà non siamo sfruttati? Semplicemente perchè crediamo davvero nella causa. Lottare per i più deboli e per chi ha bisogno è ciò che davvero ci sprona a continuare e se riceviamo qualche fisso o una provvigione è più che altro per il tempo che diamo (9 ore al giorno che potrebbero essere impiegate facendo un altro lavoro), le intemperire che affrontiamo e la massa di veri ipocriti che ogni giorno ci tocca incontrare … non avete idea di cosa tocca sopportare… i commenti razzisti, di odio, dettati dalla pura ignoranza. Certo che dobbiamo sorridere!! (anche in molti altri lavori ciò è richiesto) altrimenti nessuno si fermerebbe ad ascoltare le tragedie che affrontano certe organizzazioni umanitarie. Sono cose troppo tristi per essere ascoltate o lette di propria spontanea volontà. Vi diamo fastidio?? Forse non avete la coscienza a posto. Per fortuna c’è che ci dice grazie e ci apprezza!! Chiedetevi il perchè di questo.

    • Posso immaginare Francesca, posso immaginare. Non ho dubbi sulla difficoltà del tuo lavoro e mi chiedo: oltre all’amore per la causa, che cos’altro ti spinge a fare il dialogatore? Mi pare di capire che tu lo faccia da un po’ e mi piacerebbe saperne di più. Hai pensato di proporti all’organizzazione per mansioni diverse? Hai avuto esperienze in tal senso? Per quanto intendi farlo? Il tuo intervento mi ha sollecitato a scrivere di più e a chiarire alcuni aspetti. Partirò appunto da te e sappi che ti rispetto moltissimo. Buon lavoro!

      • francesca says:

        Faccio la dialogatrice da 8 settimane (in realtà non da moltissimo)… non tutte attaccate ovviamente. Oltre all’amore per la causa mi spinge il fatto di aver dovuto cercare un lavoretto per pagare le mie tasse universitarie e non gravare più sulle spalle dei miei genitori. Ho avuto quindi l’opportunità di conciliare questa necessità con una buona causa. Alcuni miei colleghi ed io abbiamo avuto la possibilità di conoscere di persona i responsabili delle organizzazioni per cui lavoriamo e abbiamo avuto modo di comprendere ancora più a fondo l’importanza del nostro lavoro. Si tratta non solo di ‘provvigioni’ ma di vera e propria sensibilizzazione…. anche se su temi che tutti dovrebbero conoscere. La gente non ha la minima idea di come sia il mondo fuori dall’Europa… delle atrocità che vengono commesse. Chiude gli occhi. Alcuni, ma ci sono anche le anime attente e consapevoli che non hanno bisogno di essere convinte, chiudono gli occhi, si dimenticano. Sono come desensibilizzati verso quel mondo. E noi siamo lì a ricordargli questa terribile realtà e a proporgli di far qualcosa di concreto insieme a noi. Gli ricordiamo di avere sentimenti insomma…. Mi è capitato spesso di essere mandata a quel paese, ma tante volte invece mi hanno detto grazie, un grazie di cuore… indipendentemente dal fatto che abbiano fatto la donazione o meno.
        Questo mondo sarà il tema della mia tesi di laurea. Poi si vedrà.

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