Il Ciclo della Donazione

Una donazione, di qualunque entità essa sia, va vissuta come un processo che comincia e di cui non esiste davvero una fine, a meno che questa non sia richiesta.

Al pari dei più classici Ciclo del Fundraising e Ciclo di Vita del Donatore, il Ciclo dell’Atto di Donazione” può rappresentare uno strumento utile per comprenderne gli step e pianificarne le attività. Si compone di 5 stadi complessi e sottorarticolati qui di seguito più semplicemente rappresentati:

IL CICLO DELL’ATTO DI DONAZIONE (EZ1113)

CICLO ATTO DONAZIONE EZ1113

  1. CHIEDERE E CHIEDERE ANCORA. Primo e ultimo stadio dell’atto donativo. Si parte da qui. Come chiedere, quanto e perché dipendono dal fundraiser e dalla sua capacità di interpretare l’interesse e le opportunità del prospect. Ma chiedere è il primo passo. Un aforisma che mi è molto caro, a firma di John D. Rockefeller, recita così: Non aver paura di chiedere per un progetto che vale. Se valeva per lui, a maggior ragione può valere per un operatore sociale. Quindi, bando alla timidezza. Osare e riosare: ecco cosa fa la differenza.
  2. PRIMA DONAZIONE E SECOND GIFT. Una buona richiesta, basata su buone premesse, può avere un esito favorevole. E se c’è una prima volta, potrebbe esserci anche la seconda. Tutto dipende dall’approccio e dal tipo di relazione che si instaura. Tra la prima e la seconda fase rientra una fase intermedia molto delicata, quella della promessa di donazione: va gestita con il giusto tatto ma con altrettanta decisione. Se c’è una promessa, vi deve essere anche il dono. Non è scontato ma auspicato. Quindi: nessuna incertezza a chiedere di tener fede alla promessa, ma solo un po’ di diplomazia (più sotto, i link che rimandano ai post correlati e a cui rimando per approfondimenti).
  3. RINGRAZIAMENTO. Il valore della reciprocità: bene intangibile di utilità sociale. La seconda vera pretesa del donatore dopo la garanzia di destinazione della risorsa donata agli obiettivi proposti.
  4. RENDICONTAZIONE. Come è stata utilizzata la donazione? In che misura il donatore ha contribuito, attraverso il proprio intervento, al cambiamento? Quanto resta ancora da fare? Come è stata distribuita la “ricchezza” prodotta? Queste e altre le domande a cui occorre dare una risposta: al concetto di delega tout court, si sostituisce quello di corresponsabilizzazione del singolo o della comunità nel raggiungimento di un determinato obiettivo e il cui impatto va misurato e contabilizzato.
  5. COMUNICAZIONE. Quali gli strumenti? Quali i canali? Quale taglio dare? Quale tono di voce? Cosa, a chi comunicare e fino a che punto comunicare? L’atto comunicativo non è un atto accessorio, né tantomeno semplice. Si parta dall’assioma che comunicare non significa informare e il resto è conseguente. Fare “pubblicità”, ovvero rendere pubblico un dato, è di per sé condizione necessaria ma non sufficiente. Di rendicontazione e comunicazione del dono se ne parlerà in un prossimo post perché sono temi che meritano un giusto approfondimento.

Da qui, il ciclo ricomincia puntando potenzialmente all’infinito.