Dialogatori. La stampa torna a parlarne e non è un bene

1078-Greenpeace-facetoface-pic3Sai come sono nati i dialogatori?

Ebbene: tutto ebbe inizio in Austria, in un giorno di sole del Giugno 1995. Protagonisti, Greenpeace, Daryl Upsall, Jasna Sonne e Ken Burnett.

Ma no, non te ne parlerò qui!

Quella della nascita dello street fundraising è una storia intrigante ma piuttosto lunga e ti invito a leggerla sul bel portale di SOFII a questo link perché conoscere le dinamiche che hanno portato all’adozione di uno strumento di raccolta fondi può tornare davvero utile e un utile stimolo per decidere di praticare nuove strade, quando possibile. In questo caso specifico, la lettura permette di capire, con qualche numero, la portata del fenomeno semmai ci fossero ancora dubbi circa la sua efficacia.

Personalmente, pensavo che ultimamente le cose fossero un pochino cambiate. Fino a stamattina, infatti, tutto sembrava tranquillo. Poi…

Non sorvola certo su nomi e cognomi Marcello Di Meglio, giornalista di Liguria Notizie, sul suo E li chiamano “dialogatori”. Venditori di contratti per Ong reclutati da agenzie di marketing sul portale online della testata giornalistica, e nel farlo procede con dovizia di particolari.

Si legge:

Il metodo, ben consolidato, appare quello del fundraising face to face, a cui ormai tutte le più grandi organizzazioni fanno ricorso perché si tratta di una modalità che paga. (…) Ma se il metodo indubbiamente funziona, il rovescio della medaglia è formato da un esercito di ragazzi, quasi sempre precari e senza tutele. Spesso giovanissimi, lavorano nella maggior parte dei casi a cottimo attraverso agenzie di comunicazione specializzate, che li formano sui principi del marketing.

E continua:

E così i dialogatori in strada, venditori ambulanti di donazioni, passano giornate intere a battere le città per portare a casa uno stipendio mensile che raramente è commisurato allo sforzo fatto.

Dal lontano 2012, torno dunque a parlare di dialogatori, ovvero dai tempi in cui Repubblica.it pubblicò un articolo molto eloquente sull’uso/abuso della pratica da parte di note Ong. Allora, un mio post e il successivo ricevettero parecchio interesse e tanti commenti, molti arrivano ancora oggi, come a dire che il tema è sempre molto, molto caldo e attuale.

Un fundraiser ben comprende opportunità e limiti, tanti, e le contraddizioni che questo lavoro porta con sé. A questo proposito, poco più sopra ho evidenziato in grassetto l’espressione “venditore ambulante di donazioni” che il giornalista usa per spiegare chi è e cosa fa un dialogatore.

Una riflessione si rende necessaria:

questo, come altri, sono campanelli d’allarme che vanno tenuti presente. Forse risulterebbe eccessivo sopravvalutarli ma certamente sarebbe da ingenui fare il contrario.

Nell’articolo, Di Meglio cita organizzazioni e persone. Verso la fine porta alcune argomentazioni che in qualche modo stemperano la polemica che accompagna buona parte dello scritto ma, di fatto, il tono che emerge è sconfortante. Consiglio dunque una lettura attenta e approfondita del post.

Ottimo il riferimento al Documento di Buone Prassi per la raccolta fondi face to face che aiuta ma se nonostante questo, e nonostante gli anni passati dalla sua adozione (che ricordo risalire al 2009, scaricalo liberamente qui), ancora non ci siamo, qualche domanda vale la pena porsela.

A mio modo di vedere,

alle organizzazioni che usano il F2F Fundraising in modo serio corre l’obbligo di vigilare e preservare la reputazione del settore (e della pratica) dalle fin troppo facili allusioni allo spreco, al raggiro e allo sfruttamento di risorse economiche e umane.

E certamente non è sufficiente (ancora almeno) il patrocinio dell’Assif per ovviarne i cattivi pensieri (il riferimento a questa attività risale sempre al 2009, cit. Vita.it). Ma sull’associazione e sulla bontà dell’agire del neo-eletto presidente Nicola Bedogni confido, invitandolo – così come abbiamo avuto modo di fare ultimamente durante una lunga chiacchierata al telefono – ad aprire il confronto circa l’avvio di un nuovo percorso associativo che si allontani dall’apatia del passato e che, diversamente, tenda a qualificare la nostra professione a beneficio della categoria, del settore e, naturalmente, dei dialogatori tutti. Su questo #ioconfido.

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Credits: txs to SOFII

 

 

 

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