Cosa ti rende davvero unico?

Fotolia_67818824_XSQuando si parla di comunicazione, si sembrano dare per scontati alcuni aspetti di per sé fondamentali, in particolare l’attenzione al punto di vista del destinatario e l’importanza del messaggio. Così, quanto prodotto, pur piacendo molto a chi lo fa o, magari, spingendosi più oltre, pur con l’essere un bell’esercizio di stile, finisce con l’essere solo questo: un prodotto piacevole a vedersi (forse, aggiungerei) ma inefficace in termini di ritorno. Quindi, inutile. Comunicare sembra facile ma non lo è. Occorrerebbe partire da qui. Anche quando si tratta di sociale. O in particolare quando si tratta di sociale. Destinatario e messaggio sono temi centrali di un primo comportamento che vale la pena analizzare: l’omologazione. Marco Grumo, coordinatore scientifico e didattico del Master Mhuse di Altis, durante una delle sue lezioni sulla managerialità all’interno del nonprofit, ha usato un’espressione che riassume perfettamente lo stato delle cose:

Siamo in un mercato di spinte omologanti. Chi si piega all’omologazione, perde.

Questa è la verità: nuda e cruda. Ancora. Scrive Marco Binotto (@marcobinotto) sul suo blog:

Per anni ho studiato e poi insegnato l’indissolubile legame tra creatività e comunicazione, la necessità di innovazione e diversità. Poi basta raccogliere casualmente una decina di lettere di #raccoltafondi ricevute da uno stesso indirizzo da parte di organizzazioni non profit per ritrovarsi un panorama incredibilmente omologato…

Se i nostri progetti di missione sono il core delle nostre organizzazioni, non possiamo prescindere dal promuoverli bene. L’omologazione è pericolosa se strisciante. Se perduriamo nell’adottare comportamenti che non tengono conto dell’oggetto di missione e non costruiscono il proprio messaggio intorno a questo se non per meri fini strumentali, a lungo andare finiremo con l’inficiare la bontà delle nostre azioni con danni in termini di reputazione e credibilità. E di identità. Non poca cosa. L’antidoto all’omologazione si chiama originalità. Essere originali non è facile ma, credimi, si può fare. Ma destinatario e messaggio sono temi centrali di un altro comportamento comune: l’improvvisazione. Realizzare un qualsivoglia strumento di comunicazione o, peggio, un logotipo prescindendo da un’analisi dell’identità, degli obiettivi, dei destinatari, dei competitor, senza la stesura di un brief, è il primo passo per buttare via quei pochi soldini destinati alla promozione di sé senza, al tempo stesso, ottenere risultati apprezzabili che premino lo sforzo. L’infinità degli strumenti di autoproduzione messi a disposizione dal web e non solo, rende tutti un po’ creativi. E qui sta l’errore: non tutti lo sono. E si vede. Un vero peccato. L’antidoto all’improvvisazione si chiama tempo. Datti tempo per analizzare in modo puntuale chi sei, cosa fai, cosa vuoi, cosa offri, a chi lo offri, perché lo offri, quanto vale quest’offerta per il tuo destinatario, quanto si differenzia dall’offerta già presente, come puoi dirlo e qual è il modo migliore per dirlo. E non è detto che un risparmio si traduca, per forza di cose, in un guadagno. Omologazione e improvvisazione rendono sterile il messaggio, spesse volte autoreferenziale, poco comprensibile al destinatario e, di conseguenza, poco efficace. Studio e originalità sono la cura a linguaggi sempre uguali e poco stimolanti. Investimento e innovazione, i canali attraverso i quali renderli sostanza. Ma siamo già pronti a coglierne le opportunità? Davvero?

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Elena Zanella

There are 7 Comments

  • Non posso che condividere, naturalmente non solo per la citazione(di cui ringrazio). Con l’occasione ti segnalo un articolo in cui articolo un po’ meglio il pensiero (e le possibili alternative), elaborato anche grazie al tuo contributo. Doppie grazie. :-)
    http://comune-info.net/2014/10/ong-africa-norvegia/

  • Giorgio Nuvoloni says:

    Chi fa il mestiere del grafico o pubblicitario spesso confonde una buona impaginazione con la comunicazione questo per limite suo o perchè il committente non sa cosa la sua attività voglia comunicare. Tutto questo è finito nel baratro da quando, una casa produttrice di sistemi operativi, ha inculcato l’idea e forgiato generazioni in cui, chiunque, attraverso un word (se va bene) potesse realizzare il proprio logo e tutto il resto. Il sito web lo si compra online al prezzo di una pizza (bevanda esclusa). In conclusione oggi ci si sente UNICI perchè ci si fa da soli con il concetto “tanto che ci vuole….” e i risultati, quelli, si vedono.

  • chicasablan says:

    Cara Elena, ho apprezzato davvero tanto l’articolo e concordo in pieno: “omologazione e improvvisazione rendono sterile il messaggio, spesse volte autoreferenziale, poco comprensibile al destinatario e, di conseguenza, poco efficace”. Purtroppo la maggior parte delle organizzazioni medio-piccole ha fretta di raccogliere fondi, tanti fondi, e per farlo tenta di stupire, di creare messaggi o azioni virali poco meditate. Il rischio è quello di perdere di vista la buona causa, seguendo logiche strettamente commerciali che poco hanno a che fare con il concetto di “dono”… ecco perché il linguaggio delle varie realtà sembra sempre uguale. Per differenziarsi bisogna sperimentare. Per sperimentare ci vuole tempo e tantissima pazienza. Sono convinta che i buoni risultati non arrivino mai al primo tentativo (a meno che non si abbia un po’ di fortuna!). Penso che ogni ONP abbia bisogno di costruire un proprio stile, una voce unica e riconoscibile. Perché al di là di ogni strategia, se non c’è una reale partecipazione emotiva, se non c’è cuore in ciò che si comunica, forse si potrà ricevere denaro, ma sono convinta che sia meglio conquistare 50 donatori appassionati (che doneranno ancora e ancora) piuttosto che 100 indifferenti (della serie: “Ok, ti do 10 euro, ma poi non cercarmi più).

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