Comunicazione sociale, pretendiamo di più

Qualche giorno fa sono stata ospite di Unicom, Unione Italiana Imprese di Comunicazione, con un intervento sul fundraising. Molte le persone presenti, nonostante il caldo improbabile che sta attanagliando la mia Milano nell’ultimo periodo. Molte di più le persone online. L’obiettivo dell’incontro, che mi auguro sia andato a buon fine nei suoi propositi, è stato quello di fornire alcuni strumenti utili al comunicatore per meglio comprendere e interpretare le esigenze e le complessità di un settore, il terzo, che sempre più necessita di fare una buona comunicazione e che sempre più, credo, sarà cliente privilegiato su cui investire nel futuro prossimo.

La comunicazione oggi è cambiata nei modi e nei linguaggi. In particolare, per comunicare il sociale, affidarsi ai luoghi comuni non basta più, anzi. Non serve, non educa, non incide, non merita. In una parola: è inutile. Serve altro.

L’aspetto che suscita particolare interesse, e su cui tendo a soffermarmi anche nelle mie sessioni di fundraising coaching, è il lavoro sulla percezione del sé e sull’introiezione del giusto linguaggio e dello stile più adeguato che meglio rappresenti l’identità della singola organizzazione e che sia in grado di farne emergere i tratti distintivi. E’ un’attività che ritengo propedeutica e la do quasi per scontata ma mi rendo invece conto di quanto non lo sia nella realtà e di quanto poco si lavori su se stessi. Di quanto la propria distintività e, in ultima analisi, il lavoro sull’analisi approfondita del proprio progetto di missione sia invece considerata un’attività extra-ordinaria. Forse perché la si dà per metabolizzata, ingenuamente.

Stiamo parlando di una comunicazione che deve essere necessariamente più sofisticata ma che allo stesso tempo risulterebbe di certo più efficace.

Scrive Massimo T. (per rispetto della sua privacy, anche se so che non avrebbe nulla in contrario, non citerò il cognome) su LinkedIn:

Ho una “patologica” diffidenza (verso il nonprofit, ndr). Da troppo tempo nel settore, da troppo tempo disilluso dalle “buone pratiche” teoriche. La comunicazione non è mai stata la parte “forte” di chi opera nel sociale. Genere più abituato ad applaudirsi e ad autocongratularsi, con grandi sorrisi di condivisione. Semplicemente perché non era necessario. Si firma una convenzione, si vince un appalto e via! Credo che il mondo del sociale abbia bisogno di una profondissima trasformazione ed evoluzione. Partendo anche dai semplici commenti linkediani, espressi sempre e solo dai soliti non-addetti-ai-lavori . Come mai?

Proviamo a rispondere al “come mai” di Massimo?

Io ci ho provato grazie a un’intervista pubblicata su Ferpi nei giorni scorsi grazie a Rossella Sobrero e all’iniziativa di Luce sul Sociale, 365 per comunicare il sociale, la cui campagna di crowdfunding su Retedeldono.it si concluderà a fine mese ma che purtroppo è ancora lontana dal traguardo auspicato.

Il terzo settore – scrivevo – necessita di professionalizzazione in genere per fare bene e la comunicazione è un ambito nel quale l’attenzione va posta seriamente. O quanto meno, va considerato il prenderla in considerazione. C’è un problema di fondo che è legato al non conoscere e non ha a che fare con quest’ambito specifico. La superficialità è purtroppo trasversale perché figlia di un nonprofit di vecchia concezione, quello che “si fa tanto per” e tutto va bene perché il buon cuore è di per sé sufficiente e, al tempo stesso, giustificante. Bene, non è così: non è né sufficiente, né tanto meno giustificante. La comunicazione è una disciplina che in linea generale è vissuta ancora come vezzo e quindi sacrificabile. Questo è il problema. Ma comunicare male o con un eccesso di timidezza non significa fare bene. Per il nonprofit in particolare, non significa nemmeno dimostrare di essere umili, perché non si raggiungono gli obiettivi e all’inefficacia si affianca l’inefficienza, ovvero lo spendere male quel poco che si ha. (In relazione al fundraising, ndr) Questo impatta anche in termini di fondi raccolti: come a dire, comunicare poco e male o non comunicare affatto si ripercuote sulle cassa in tempi brevi con effetti immediati sulla capacità di far fronte ai propri progetti di missione. Esserci o non esserci, come organizzazione costituita e che funziona, intendo dire, sarebbe quindi indifferente.

Sei d’accordo?

Il resto dell’intervista lo trovi qui e ti invito a leggerlo perché gli altri due punti snocciolati sono molto interessanti e da tenere in debita considerazione.

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Elena Zanella

There are 2 Comments

  • maurizio says:

    Concordo pienamente con le riflessioni esposte, io credo che nessuno faccia più comunicazione, piuttosto si va avanti a forza di spot per chi può permetterselo (tra l’altro realizzati con vecchi clichè) e non ci si accorge che oggi la comunicazione sta cambiando e che occorre osare, fare di più, impegnarsi, mostrare ciò che si fa in maniera trasparente e mostrarsi alla pari di chi ci guarda. Tanto per fare un esempio, proprio quando si cena, ti fanno vedere spot con bambini del terzo mondo denutriti e con una espressione talmente rassegnata da farti sentire in colpa, che è quello che vogliono, e questo è quando fanno pubblicità perché tante organizzazioni si limitano solo a spedirti una email con il numero del conto bancario. Ma possibile che non si possa raccontare, mostrare ogni nuovo progetto umanitario e coinvolgere volontari, persone che operano direttamente sul campo, che mostrano ciò che fanno giorno per giorno, che ci fanno vedere bambini, che seppur vivono in condizioni disagiate, a volte sorridono, giocano…..
    Io una idea me la sono fatta, probabilmente a certe organizzazioni, che hanno già fondi garantiti, non conviene documentare effettivamente ciò che fanno.
    Lo stesso discorso vale per la ricerca di fondi, siamo nell’era del web 2.0, della interazione, dei video, credo sia necessario mostrare nel dettaglio ciò che si vuole fare e chi vi partecipa, poi si possono richiedere aiuti e fondi.

    Maurizio

    • Fabio Ceseri says:

      Concordo con te Maurizio.
      Mi permetto di scrivere che a volte, occorre anche dire “perchè” i bambini hanno fame.
      Queste situazioni non sono solo fgrutto del caso ma anche di meccanismi che li favoriscono.
      Nel mondo del fundraising, spesso ce lo dimentichiamo

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