ASSIF, Associazione Italiana Fundraiser, sul tema dei dialogatori. La posizione ufficiale di Luciano Zanin.

Come anticipavo nel mio precedente post, l’ASSIF, nostra associazione di categoria, non avrebbe mancato di prendere posizione sul tema dei dialogatori tanto dibattuto in questi giorni.

Eccola nelle parole del presidente Luciano Zanin:

(…) Ho letto tutti i commenti e mi sono andato a guardare il sito di World Vision (in particolar modo le pagine dedicate ai valori e all’advocacy)  così da essere almeno un po’ documentato. Mi spiace un po’ che nell’articolo non sia citato anche il nome della società di marketing che ha fornito il servizio, sarebbe stato interessante approfondire anche questo aspetto.

La prima considerazione è che tra i protagonisti della vicenda non ci sono fundraiser, quindi dal punto di vista dell’Associazione mi sento coinvolto, per così dire, solo per ciò che riguarda l’aspetto culturale e della percezione pubblica del fundraising.

I tre protagonisti della vicenda:

– gli studenti-lavoratori;

– la società che ha fornito il servizio;

– l’organizzazione nonprofit che lo ha comprato.

Si noti che il donatore e il beneficiario non sono nemmeno presi in considerazione (in realtà il donatore sì ma è definito “preda” pertanto secondo me non coincide) e quindi secondo il mio metro di misura non siamo in presenza di fundraisng.

Nessun commento riguardo allo strumento del face to face, perché ritengo che ogni strumento, per definizione, non è né buono né cattivo, dipende esclusivamente dall’uso che se ne fa e da come lo si implementa.

Forse una considerazione sull’uso delle parole: io non credo che “commerciale” sia una parola cattiva per definizione (letteralmente si riferisce pratiche di acquisto e di vendita, ma spesso viene usata anche come indicatore di efficienza e nel nonprofit non di rado indicata come modalità “stimolante” non necessariamente aggressiva), forse abbiamo bisogno di inventare, creare, avere delle parole che riescano meglio a spiegare i nostri punti di vista. Ma questo è un altro discorso.

Veniamo ai protagonisti, in ordine di responsabilità:

–       lo studente-lavoratore. Capisco che vi è un bisogno di lavorare, ma credo anche che vi sia una soglia di dignità sotto la quale non si deve andare(e non conviene, lo dice lo stesso autore dell’articolo). Faccio un esempio su me stesso: ho lavorato per una importante istituzione nazionale la quale però mi paga “non prima di 365 giorni”… cortesemente ho chiesto di cancellare il mio nome dai loro fornitori e vi assicuro che anche io ho bisogno di lavorare, ma alcune condizioni non sono accettabili semplicemente perché ingiuste.

–       La società fornitrice i servizi: dalle organizzazioni for profit io mi aspetto competenza e professionalità, altrimenti non compro i servizi e in questo caso non mi pare che questa impresa abbia rispettato questi presupposti. Saranno probabilmente bravi a fare marketing, ma mi sembra che i fatti dimostrino che con il fundraising non se la cavano per niente bene. Direi anche di più, mi sembra che, almeno da come è scritto nell’articolo, si occupino di tecniche di vendita superate anche nel mondo for profit.

–       World Vision: qui secondo me sta il vero nocciolo della questione! In questo mi pare possano riassumersi tutti i commenti che ho visto. Anche a me sarebbe piaciuto molto leggere qualcosa da parte di questa organizzazione e invece il loro silenzio sembra confermare l’opinione che la maggiore responsabilità sta proprio qui, almeno per due ragioni:

1) la scelta del fornitore. Se ho un problema all’impianto dell’acqua chiamo un idraulico, se ho un problema all’impianto elettrico chiamo l’elettricista, perché se ho una necessità di fundraising chiamo una agenzia di marketing?

2) il silenzio: se poi il mio fornitore mi crea un danno (di immagine in questo caso) che faccio, sto’ zitto?

Sta quindi in capo all’organizzazione  che decide gli obiettivi di fundraising, che sceglie i fornitori, che determina gli strumenti e i metodi la responsabilità maggiore dell’accaduto (se visitate il sito vi renderete conto che questa organizzazione è sufficientemente competente in materia), e quindi giustamente il quotidiano la cita.

E’ su questo che secondo me dobbiamo intervenire, siamo alla questione più annosa del nostro sistema nonprofit: senza offesa per nessuno, ma è guidato da una classe dirigente che ha un profondo bisogno di rinnovamento (non è il solo settore nel nostro Paese che necessita di questo, ma ciò non mi consola per niente, anzi!).

Per concludere, sposterei  quindi l’attenzione dallo strumento al soggetto che lo mette in pratica. Se l’ONP facesse bene il suo mestiere, nel rispetto dei valori e secondo i principi ben ricordati da Elena nel suo post, il problema non esisterebbe, perché le decisioni che seguirebbero “naturalmente” sarebbero condivisibili e quindi avremo il risultato che a fare fundraising sarebbe chiamati fundraiser, adeguatamente formati e retribuiti (e che molto probabilmente darebbero anche risultati migliori) oppure dei volontari, in questo caso formati e non retribuiti, ma sempre con in mente i due aspetti senza i quali non esiste fundraising: il donatore e la mission, quindi i beneficiari dell’azione dell’ONP.

Detto questo, che cosa possiamo/dobbiamo fare? Perché, fatta l’analisi, poi servono proposte.

La prima che mi sento di fare è quella di riaffermare che l’Associazione Italiana Fundraiser con tutti i suoi soci è a disposizione per chiunque desideri avere informazioni sul tema, se a qualcuno viene fatta una proposta lavorativa nel settore, siamo pronti, con l’aiuto dei nostri consulenti, a dare informazioni, opinioni, suggerimenti e consigli.

Stessa cosa per le ONP , è chiaro che non forniamo informazioni su questo o quel fornitore, ma possiamo mettere a disposizione le esperienze dei soci e la grande competenze di cui sono in possesso.

Infine siamo a disposizione per realizzare iniziative e proposte che vengano da queste pagine e da coloro che vi scrivono.

There are 1 Comments

  • Bruno says:

    Che aggiungere? Mi trovo completamente d’accordo

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